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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Archivio per Agosto 2017

BAUSOLA: STUDIOSO ED INTERPRETE DI SCHELLING

Docente di Filosofia e Rettore Magnifico 


 

Adriano Bausola è stato uno dei più importanti studiosi ed interpreti di Friedrich Wilhelm Schelling. Numerose le pubblicazioni in proposito. Ecco le principali:

Saggi sulla filosofia di Schelling (1960)
Metafisica e rivelazione nella filosofia positiva di Schelling (1965)
Il pensiero di Schelling (1968)
Lo svolgimento del pensiero di Schelling. Ricerche (1969)
Filosofia della rivelazione. Federico Guglielmo Giuseppe Schelling (2 voll.) (1972)
Friedrich W. J. Schelling (1975).

Bausola è nato ad Ovada (AL) nel 1930 ed è morto a Roma nel 2000. L’ho conosciuto e apprezzato prima come Professore di Filosofia teoretica e poi come Rettore Magnifico dell’Università Cattolica di Milano. Ho frequentato due corsi di teoretica con lui, sostenendo i relativi esami. E mi sono laureato durante il suo rettorato. Bausola era succeduto a Giuseppe Lazzati (1909-1986): un’altra grande figura tra i docenti che hanno contribuito alla mia formazione. Avrò modo di parlarne domani con un nuovo articolo.

Bausola ha pubblicato molti altri testi e diretto le riviste Filosofia neoscolastica e Vita e pensiero. Ha ricoperto numerosi incarichi nell’ambito della cultura e nell’area ecclesiale.
Se non erro, è stato proprio il professor Bausola a dirci una volta, durante la lezione, che Schelling è uno dei filosofi più difficili della storia della filosofia. E se l’ha detto lui, dopo tutto quello cha scritto su Schelling…

Lorenzo Cortesi

 

SCHELLING: LA FILOSOFIA POSITIVA

rivelazione e mito 


 

La filosofia  che va da Cartesio a Hegel – secondo Schelling – è una filosofia negativa, perché si interroga sull’essenza delle cose, si chiede quale sia la possibilità logica e la condizione dell’esistenza delle cose. Ho detto da Cartesio a Hegel, perché dopo un iniziale accordo tra Hegel e Schelling circa il modo di superare il dualismo fichtiano, tra i due si arrivò ad una spaccatura. Schelling considera la sua filosofia una filosofia positiva, perché studia il reale nella sua essenza effettiva.

Le opere di riferimento per questa ultima fase sono il frutto delle lezioni che Schelling ha tenuto dopo il 1815. Tra gli scritti più significativi ricordo: Filosofia della mitologia (Philosophie der Mythologie), lezioni del 1842; Filosofia della rivelazione (Philosophie der Offenbarung), lezioni del 1854.

La filosofia negativa è costruita esclusivamente sulla ragione. Quella positiva, invece, oltre che sulla ragione, si basa anche sulla religione, sulla rivelazione e sulla mitologia. Infatti una filosofia che studia la realtà nella sua essenza capisce che la ragione da sola non basta a spiegare tutto. È necessario il ricorso alla religione e perfino alla mitologia.

Lorenzo Cortesi

 

SCHELLING: LA FASE TEOSOFICA (1804-11)

l’eterno divenire di Dio


 

Alla filosofia dell’identità dove nell’Assoluto si ritrovano spirito e natura, Schelling ha fatto seguire un altro momento del suo percorso filosofico, noto come fase teosofica (Theos/sophia). L’opera di riferimento è Filosofia e religione (Philosophie und Religion), pubblicata nel 1804. Schelling ha affermato che nell’Assoluto gli opposti non sono immobilizzati e acquietati nella perfetta identità, ma si trovano in perenne contrasto, in una lotta senza tregua. Perciò in Dio (sostituisce il termine Assoluto) c’è un divenire continuo.

Da qui consegue che Dio non coincide con l’essere, ma con il divenire: Dio è un vivente, una persona. In Dio permane continuamente la lotta tra gli opposti, tra bene e male, tra luce e tenebre, tra amore e odio. Ma in Dio tale lotta è anche eternamente risolta con la sconfitta del male e il trionfo del bene. La storia dell’uomo in quanto riflesso della lotta originaria che c’è in Dio trova così una spiegazione, ma anche un motivo di speranza: alla fine ci sarà la vittoria della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio, del bene sul male.

Lorenzo e Cortesi

 

SCHELLING: LA FILOSOFIA DELL’IDENTITÀ (1801-04)

l’assoluto ideale è l’assoluto reale 


                                                                                                                                                                                                            L’opera più significativa della quarta fase della filosofia di Schelling è intitolata Esposizione del mio sistema (Darstellung meines Systems der Philosophie), pubblicata nel 1801. Il principio originario non è né spirito né natura, né soggetto né oggetto, ma un’unità indifferenziata di entrambi, detta Assoluto. Lo spirito e la natura si sviluppano a partire dall’identità indifferenziata dell’Assoluto. Questo principio primo non può essere spiegato o dimostrato, ma solo intuito. All’Assoluto si arriva mediante un’intuizione: «Il primo passo nella filosofia e la condizione senza la quale non si può neppure entrare in essa, è l’intuizione che l’assoluto Ideale è anche l’assoluto Reale».

La filosofia è l’unica disciplina che ci consente di cogliere intuitivamente l’Assoluto come identità di ideale e reale, spirito e natura. E questo perché a differenza di tutte le altre scienze, che studiano il particolare, la filosofia mette a tema l’universale, ovvero l’Assoluto: «La filosofia è una scienza assoluta. Infatti vari concetti contraddittori concordano in questo universale risultato, che essa anziché derivare i principi del suo sapere da un’altra scienza, ha, almeno fra gli altri oggetti, anche il sapere stesso come oggetto, e quindi non può essere a sua volta un sapere subordinato».

Alla maniera hegeliana, Schelling ha identificato l’Assoluto con la Ragione (Vernunft): «All’infuori della Ragione non vi è nulla […]. La ragione è semplicemente una e uguale a se stessa». Per questa ritrovata coincidenza di spirito e natura nell’Assoluto o nella Ragione, questa tappa del pensiero di Schelling è detta filosofia dell’identità.

C’è da spiegare come dall’identità assoluta nascano le differenze. La risposta di Schelling non è né il creazionismo né lo spinozismo, ma il pensiero gnostico (o, più in generale, religioso), secondo cui l’origine delle cose è dovuta ad una caduta iniziale (cioè una colpa o un distacco dall’Assoluto): «L’origine del mondo sensibile può spiegarsi solamente con un distacco dall’Assoluto mediante un salto».

Lorenzo Cortesi

 

SCHELLING: L’IDEALISMO TRASCENDENTALE (1800)

l’arte è per il filosofo la cosa suprema
perché apre le porte del Santo dei Santi

 

Per la terza fase del pensiero di Schelling il testo di riferimento è intitolato Sistema dell’idealismo trascendentale (System des transcendentalen Idealismus) pubblicato la prima volta a Tübingen nel 1800. La seconda edizione del 1858 (quattro anni dopo la morte di Schelling) fu opera del figlio Karl August, il quale completò il testo originale con aggiunte e correzioni ricavate dai manoscritti paterni. Ed è su questa edizione del 1858 che oggi ci si confronta per studiare la terza fase della filosofia schellinghiana. La prima edizione italiana, a cura di Michele Losacco, risale al 1908.

Lo stile dell’opera sembra ricalcare quello dell’Ethica di Spinoza, con ragionamenti e dimostrazioni di tipo geometrico.

La prima e la seconda sezione dell’opera sono dedicate al rapporto spirito e natura, soggetto e oggetto. Nella prefazione Schelling ha scritto: «Ogni sapere si fonda sull’accordo di due elementi, l’uno subbiettivo, l’altro obbiettivo […].  Possiamo chiamare natura la totalità degli elementi obbiettivi del nostro sapere, mentre l’insieme di tutti gli elementi subbiettivi dicesi Io, o intelligenza. I due concetti sono antitetici. In origine l’intelligenza è concepita come il puro rappresentativo, la natura come il puro rappresentabile; quella come il conscio, questa come l’inconscio. Tuttavia in ogni sorta di sapere è necessario il mutuo concorso di ambedue». Alla fine Schelling dirà che la sintesi dei due concetti antitetici si trova nell’arte.

La terza sezione, la più corposa dell’opera, è dedicata allo studio molto approfondito delle tre epoche (Schelling le chiama proprio così)  della coscienza o dello spirito: la sensazione, la riflessione e l’astrazione (in quest’ultima si tratta anche dell’assoluto atto del volere).

Nella quarta sezione Schelling riprende di nuovo il tema del rapporto spirito e natura.
Nella quinta sezione, molto breve, Schelling tratta della teleologia, per poi concludere con la sezione sesta dedicata all’attività estetica, quale sintesi di spirito e natura, soggetto e oggetto, conscio e inconscio.
Si pensa che Schelling abbia avuto la rivelazione dell’arte, quando visitò la galleria di Dresda nel settembre del 1797 e frequentò per qualche settimana il circolo romantico dei fratelli August Wilhelm Schlegel e Friedrich Schlegel.
«L’arte – ha scritto Schelling – è per il filosofo la cosa suprema: essa gli apre per così dire il Santo dei Santi, dove brillano come una sola fiamma, ciò che è separato nella natura e nella storia».

È Schelling, quindi, che fonda l’idealismo estetico: l’arte è «l’unico vero ed eterno organo e documento insieme della filosofia». Ma perché proprio l’arte svolge questo compito? Perché l’arte concorre, cioè, ad unire spirito e natura, conscio e inconscio, finito ed infinito?
Nel momento della realizzazione artistica l’elemento materiale (la massa architettonica, il granito di una statua, il colore sulla tela, il suono della musica) e quello spirituale (l’idealità che fa la differenza tra un’opera d’arte e qualsiasi altro oggetto) si ritrovano inscindibilmente uniti. Nell’arte si ricompongono molto bene anche l’aspetto inconscio (l’intuizione spontanea dell’artista) e quello conscio (la realizzazione concreta in un’opera definitiva e completa dell’intuizione inconscia). Ed inoltre ogni opera d’arte è tale (cioè è artistica) perché nella finitezza del prodotto si intravvede quel bagliore d’infinito, che consacra l’oggetto in oggetto artistico, dandogli un valore universale.
L’arte dunque è «l’unica ed eterna rivelazione che ci sia, ed il miracolo che, fosse esistito anche una sola volta, dovrebbe persuaderci dell’assoluta realtà di quel sommo».

Lorenzo Cortesi

 

SCHELLING: FILOSOFIA DELLA NATURA (1797-99)

lo Spirito che dormiva nella pietra
e sognava nell’animale
si è risvegliato nell’uomo 


                                                                                                                                                                                                                           L’opera di riferimento della seconda fase del pensiero di Schelling è intitolata Idee per una filosofia della natura (Ideen zu einer Philosophie der Natur). Kant aveva detto che la natura sottosta alla legge dell’intelletto e della sensibilità, cioè sotto le leggi del soggetto conoscente, in forza della rivoluzione copernicana operata nel campo della gnoseologia.
Fichte aveva sostenuto che la natura è un prodotto del’Io: una produzione spontanea e inconscia, tanto da definire la natura un Non-io. Perciò la natura era il limite che doveva essere superato attraverso l’attività teoretica.
Anche Schelling, come Fichte, ha affermato che la natura è un prodotto inconscio dello Spirito. Ma a differenza di Fichte, Schelling ha precisato che lo Spirito non è esterno al prodotto cioè alla natura, ma è interno ad essa. Come già Giordano Bruno e Baruch Spinoza, pur con diverse sfumature, Schelling ha posto lo Spirito all’interno della natura: lo Spirito produce rimanendo dentro il suo prodotto. Da qui il superamento del dualismo fichtiano e l’identità tra Spirito e natura, soggetto e oggetto, Io e non-io. Spinoza aveva descritto questa identità con la formula Deus sive natura.

Di conseguenza le leggi che valgono per lo Spirito debbano valere anche per la natura (dal momento che lo Spirito è all’interno di essa). Le leggi dello Spirito sono l’attività, la dinamicità, la forza, il movimento, ecc. La natura, dunque, è viva e dinamica in tutti i suoi momenti: non solo nello stadio animale e vegetale, ma anche in quello minerale. Il movimento è prettamente dialettico: un interagire di forze, dove entrano in gioco attrazione e repulsione, polo positivo e polo negativo, maschile e femminile. La storia della natura si snoda secondo varie fasi che vanno dalla materia (apparentemente inerte) fino all’essere umano, nel quale lo Spirito si manifesta nella forma più alta. Il cammino dello Spirito all’interno della natura può essere riassunto con questa espressione: Lo Spirito che dormiva nella pietra e sognava nell’animale si è risvegliato nell’uomo.

Lorenzo Cortesi

 

 

SCHELLING: FASE FICHTIANA (1795-96)

intuire l’eterno in noi
nella parte più intima di noi stessi  


Il giovane Schelling

La fase giovanile della filosofia di Schelling è chiamata fichtiana e coincide con gli anni conclusivi degli studi teologici all’università di Tübingen. Dapprima Schelling si avvicinò al pensiero di Fichte e lo interpretò in modo critico. Egli, infatti, fece notare che l’Io puro non è va considerato pensiero, idea, coscienza, ma come un assoluto. Il pensiero è un momento successivo all’assoluto. L’Io puro è assolutamente assoluto.

C’è da dire che a questo traguardo giunse anche Fichte nell’ultima parte della fase della sua vita, sollecitato dallo stesso Schelling.

Mi piace riportare qui un breve stralcio di una lettera di Schelling che appartiene ad una raccolta, risalente al perido giovanile, intitolata Lettere filosofiche sul dogmatismo e sul criticismo (1795-96). Ecco cosa scrisse: «In tutti noi è presente una facoltà misteriosa e meravigliosa, quella di ritirarci nelle parte più intima di noi stessi […] al fine di intuire l’eterno in noi, sotto la figura dell’immutabilità. Questa intuizione è l’esperienza più intima e più prossima, quella dalla quale dipende tutto ciò che noi sappiamo e crediamo in relazione al mondo soprasensibile».

Mirabili parole che meritano di essere ripensate e meditate nel silenzio.

Lorenzo Cortesi

 

 

FICHTE E SCHELLING

un confronto metodologico  


Fichte e Schelling

Prima di iniziare lo studio della filosofia di Friedrich Wilhelm Schelling (1775-1854) è doveroso soffermarsi brevemente su un confronto di tipo metodologico con il pensiero di Johann Gottlieb Fichte (1762-1814). Due filosofi (e teologi), esponenti dell’idealismo tedesco, che hanno seguito una metodologia diametralmente opposta.

Fichte ha rimaneggiato per quasi tutta la sua vita la stessa e medesima opera, cioè la Dottrina della scienza, sottoponendola a continue revisioni ed edizioni.
Schelling invece ha sviluppato il suo pensiero, passando attraverso varie fasi e compiendo, nel passaggio da una fase all’altra tra una fase e l’altra, un mutamento dal punto di vista contenutistico. Schelling ha introdotto questioni sempre nuove e perciò il suo pensiero non può essere presentato unitariamente.

Ma se proprio volessimo trovare  un collegamento tra i vari momenti della filosofia di Schelling (che esamineremo nei prossimi giorni), potremmo pensare all’aspirazione di raggiungere quell’unità tra io e non io, tra soggetto e oggetto, tra spirito e natura, che Fichte aveva lasciato insoluta.

N.B. Per qunto riguarda Fichte rimando alle due lezioni del 12 e 13 giugno 2017.

Lorenzo Cortesi

 

IL COMPITO DELLA TEOLOGIA FONDAMENTALE

la fede non va identificata immadiatamente con la verità 

 

Tabula Cebetis: il circolo della falsa educazione (particolare) - Lambert Sustris (1515-1595)

La teologia fondamentale, propedeutica alla teologia sistematica, è una porta aperta sul mondo delle religioni, della cultura, della filosofia. La teologia fondamentale è la teologia del dialogo, dove l’incontro con l’altro non dovrebbe mai diventare motivo di scontro, ma piuttosto occasione di confronto.

È il settore più stimolante della ricerca teologica, anche se complesso e difficile. Chi fa teologia si pone dalla parte della fede e può incorrere nel rischio di ritenersi depositario della verità in modo indiscutibile. In tal caso il dialogo risulterebbe inefficace e superfluo. Certamente per un cristiano la verità è Gesù Cristo, ma il cammino per giungervi non è dato una volta per tutte. L’approccio alla verità non può che essere graduale. Se ogni uomo è viator, deve esserlo in particolare il cristiano, perché il discepolato è anzitutto sequela.

Non dobbiamo mai dimenticare quella prudenza che ha caratterizzato il pensiero di Tommaso D’Aquino, il quale ci ha insegnato a non identificare immediatamente la fede con la verità.

Lorenzo Cortesi

 

DALL’APOLOGETICA ALLA TEOLOGIA FONDAMENTALE

proporre senza imporre    



C’era una volta l’apologetica, disciplina propedeutica allo studio della teologia. Oggi è sconosciuta ai più. Quando chiedo ai miei alunni di che cosa tratti, mi sento rispondere con una domanda: «Ma ha a che fare per caso con l’inglese I apologize?».

I Padri della Chiesa dei primi secoli si sono cimentati in una colossale impresa apologetica per combattere le grandi eresie che contaminavano la dottrina ufficiale. Infatti numerosi scrittori dell’inizio dell’era cristiana sono denominati proprio padri apologisti e a seconda della lingua, nella quale scrivevano, sono stati divisi in padri apologisti greci e padri apologisti latini.

All’inizio dell’età moderna Blaise Pascal lavorò a lungo attorno ad una nuova ed originale opera apologetica, per combattere gli errori del suo tempo. Ma il progetto non fu mai realizzato a causa della morte prematura del suo autore. La sorella Gilbert, coniugata Périer, raccolse le centinaia di pagine di appunti e le pubblicò con il titolo Les Pensées.

Con il passare del tempo l’apologetica divenne una disciplina sempre più corposa e finì per presentare il patrimonio della dottrina cristiana con una saldezza tale da bloccare ogni forma di dialogo. Fino all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, cioè fino al Concilio Vaticano II, l’apologetica costituiva una branchia rilevante della teologia. Doveva servire a preparare i futuri pastori, rendendoli agguerriti contro gli avversari del cattolicesimo. In tutti i modi bisognava salvaguardare l’integrità della dottrina da ogni possibile forma di eresia.

Oggi dal piano di studi della teologia  l’apologetica è scomparsa, anche se di tanto in tanto spuntano alcuni sedicenti teologi che vorrebbero ripristinarla. L’apologetica è stata sostituita dalla teologia fondamentale, la quale può essere ritenuta la nuova propedeutica alla teologia sistematica (che una volta era chiamata teologia dogmatica). Superato quel tono puntiglioso proprio dell’apologetica, la teologia fondamentale,  non si impone, ma si propone, cerando di capire le ragioni dell’altro, secondo un intento più ecumenico e più interculturale.

Lorenzo Cortesi

 

 

MEDICI SENZA FRONTIERE

vivono della vita degli altri 


                                                                                                                                                                                                                  No. Non sono i membri della ONG di cui si parla tanto in questi giorni, non sono solo loro. Per Medici senza frontiere intendo quella categoria, piuttosto corposa, di medici senza limiti, senza freni. Autentici sciacalli della medicina, che dovrebbero essere radiati dall’albo, ma contro i quali non si può fare nulla. Sono questi i medici senza frontiere. Li chiamo così perchè hanno un potere illimitato.

Per la guarigione del proprio figlio, una madre e un padre son disposti a tutto. Per ritrovare la salute ogni persona è pronta a mettere sul piatto i risparmi di una vita. È per questo che i grandi luminari della medicina ne approfittano, presentando parcelle onerose, anche per un semplice controllo di pochi minuti. Loro lo sanno.  La guarigione non è un optional. Per l’acquisto di un vestito, di un nuovo paio di scarpe o di uno strumento elettronico si può aspettare; un viaggio o una vacanza si possono anche rinviare. Ma la salute no! E allora pagate se volete guarire. Più la parcella è alta e più è grande lo specialista. E più è famoso lo specialista e più è gravosa la parcella. Un circolo vizioso dal quale non si esce.

Ho visto persone anziane sperperare tutto il loro modesto  patrimonio per un consulto, una visita, una medicina. Certi medici sono peggio degli usurai. Sono gli intoccabili, che operano nella legalità, protetti dalla legge. Alla fine escono sempre puliti, anche quando la loro diagnosi, o il loro errore, provocano la morte del paziente. Sanguisughe che vivono della vita degli altri.

Lorenzo Cortesi

 

LA DONNA CANANEA:  MI ACCONTENTO DELLE BRICIOLE

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare:
«Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:
«Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!».
Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole
che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede!
Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita.
(Mt 15,21-28)  


Mattia Preti - Gesù e la Cananea - 1656

Che cosa sia disposto a fare un padre o una madre per la guarigione del proprio figlio o della propria figlia ce lo spiega molto bene il brano di Vangelo di questa domenica. Si racconta di una donna straniera, una cananea, che ha sentito parlare di Gesù e si mette coraggiosamente alla ricerca di lui. Forse per la donna si tratta dell’ultima opportunità: ha già consultato i medici, ma senza risultato.

La donna cananea è disposta a tutto. All’inizio è perfino arrabbiata e grida tutta la sua indignazione. Poi si umilia, buttandosi ai piedi di Gesù. Non chiede di sedere a tavola con i commensali, si accontenta delle briciole, che sono sufficienti a ridare la salute alla sua bambina. Ed è proprio a questo punto che avviene la guarigione. Ma non è Gesù che guarisca la bambina. Gesù non la vede neppure e tanto meno le impone le mani, come spesso avviene nel Vangelo. Qui, no! Qui è la fede della madre che produce la guarigione della figlia. Gesù si limita a constatarne l’avvenuta guarigione: «Avvenga per te come desideri».

Questo racconto ci fa capire che c’è dentro di noi qualcosa che tutti possiamo fare. Se vogliamo star bene dobbiamo partire da noi stessi. Smettiamola di cercare all’esterno di noi il coraggio di scegliere e la forza di vivere. Liberiamoci dalle spalliere degli altri su cui ci appoggiamo per trovare conforto, per mendicare coraggio. È solo la forza che viene dall’interno di noi che ci qualifica come persone adulte e ci permette di affrontare le difficoltà quotidiane. L’energia dobbiamo trovarla dentro noi stessi. E talvolta basta poco, bastono le briciole… E quando uno sa affrontare gli scogli della vita, partendo da se stesso, allora avviene la guarigione. Per questo prima della guarigione della bambina, Gesù constata l’avvenuta guarigione interiore della donna. E la guarigione interiore della madre è di gran lunga superiore rispetto alla guarigione della figlia: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Lorenzo Cortesi