GIOVANNI: IL VANGELO DEI SEGNI

Se non vedete segni e prodigi, voi non credete
(Gv 4,48) 

San Giovanni - C.G. Salmerón (XVII sec.) - Museo del Prado (Madrid)

La prima parte del Vangelo secondo Giovanni è contrassegnata dalla presenza dei segni.  Il termine segno compare ben 17 volte in Giovanni! Il primo è stato quello delle nozze di Cana (2,11): nel testo greco non c’è la parola miracolo, ma la parola segno. Quello della guarigione del figlio del funzionario invece è il secondo (4,54). Non importa se nel frattempo, tra il primo e il secondo ce ne sono stati altri, che non sono stati raccontati (cfr. 2,23). Giovanni concluderà il suo Vangelo (1^ conclusione) con il riferimento ai segni (20,30-31).

Nei Vangeli sinottici c’è una richiesta esplicita di segni (cfr. ad esempio Mt 12,38). E Gesù, in risposta rimanda al segno di Giona. In questo senso il segno più grande è la persona stessa di Gesù. Nella Dives in misericordia (1980) Giovanni Paolo II faceva una riflessione, nella quale in poche righe ripeteva per tre volte la parola segno riferito a Cristo. Vale la pena citarla: «Mediante i fatti e le parole Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. È quanto mai significativo che questi uomini siano soprattutto i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi della libertà, i ciechi che non vedono la bellezza del creato, coloro che vivono nell’afflizione del cuore, oppure soffrono a causa dell’ingiustizia sociale, ed infine i peccatori. Soprattutto nei riguardi di questi ultimi, il Messia diviene un segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre. In tale segno visibile, al pari degli uomini di allora, anche gli uomini dei nostri tempi possono vedere il Padre». Gesù dunque è segno di misericordia, segno del Padre.

Ma in Mc 8,11-12, si parla del segno anche in un altro modo: più drasticamente, si dice che Gesù rifiuta espressamente di consegnare dei segni. Il segno, come dice il termine stesso, non ha valore in se stesso, ma in quanto rinvia ad altro. Certo, qualcuno ha bisogno dei segni per credere (cfr. 4,48). Tuttavia i segni non vanno mai considerati in se stessi, cioè non sono degli assoluti; i segni non sono dei fini, ma dei mezzi. Quando devo recarmi in una cittadina che non conosco, devo affidarmi ai segni (ai segnali). Il segnale mi permette di non perdere di vista la direzione, la meta, l’obiettivo, il traguardo che si deve raggiungere. Ma quando si arriva a destinazione non so più che farmene dei segni. In altre parole, per chi ha raggiunto la meta il segno è superfluo, se ne può fare a meno, se ne deve fare a meno. Il segno non è il fine, ma l’indicatore del fine. Chi si ferma al segno in se stesso non può capire!

I segni sono un sostegno, un aiuto alla fede, ma si può prescinder dai segni! Liberarsi dai segni e dai miracoli può essere indice di grande maturità nella fede. Non è un caso che, nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù condanni la fede che si basa solo sui segni (4,48), perché è una fede idolatrica e, in quanto tale, Gesù non la può approvare.
A questo proposito, in modo un po’ paradossale, Pascal diceva: «Io credo nonostante i miracoli». Si pensi quanta smania di segni e prodigi c’è tra la gente: dai prodigi legati ai segreti di Fatima (che per fortuna hanno cessato di essere segreti) fino alla ricerca del miracolismo delle Madonne che piangono lacrime di sangue. Mi domando quanta idolatria ci possa essere in tutto questo!

Ma ritorniamo al Vangelo secondo Giovanni: dopo aver parlato espressamente del secondo segno, Giovanni non enumera più i segni successivi.  Questi due segni compiuti a Cana (l’acqua in vino e la guarigione del figlio del funzionario) contengono il principio e il fine di tutti gli altri segni, sono il segno dell’amore e della vita. Secondo Silvano Fausti qui c’è un’allusione al libro dell’Esodo, quando il Signore opera due segni e poi dice a Mosè: «Se non ti crederono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo. Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l’acqua che avrai preso dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta» (Es 4,8s). A chi non crede al segno dell’amore e della vita sarà dato il misterioso segno dell’acqua e del sangue (cfr. Gv 19,34)!

Per rendere ancora più pregnante e densa la riflessione attorno al segno rimando a quella bellissima intuizione di Ravasi, il quale, richiamandosi proprio ai segni del Vangelo di Giovanni, sostiene che i segni hanno la funzione di ammiccare. Che significa? Ravasi ha presente quell’aforisma del filosofo Eraclito: «Il lume che ha l’oracolo a Delfi, dice e non dice, dice e nasconde, egli fa solo segno». Questa «è la grande forza dei grandi messaggi religiosi e della poesia. La vera poesia non si spiega didatticamente, ma neppure nasconde completamente. Solo la falsa poesia è un gioco vacuo di parole. La vera poesia continuamente ammicca. Così è dei grandi testi religiosi. Fanno cenno. Non possono spiegare tutto, perché il mistero di Dio è imprendibile, ineffabile, infinito. D’altra parte però non vogliono neppure nascondere, perché cesserebbe la loro funzione di rivelazione, di svelamento. E allora ammiccano».

Lorenzo Cortesi