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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Archivio per Marzo 2018

ADDIO BLOG TISCALI

 

Il 30 aprile saranno chiusi definitivamente 

tutti i blog di tiscali.

Ho già fatto i bagagli e mi sono trasferito su

 

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LO SCANDALO DELLA CROCE

tutti rimarrete scandalizzati 


 

Il racconto della crocifissione di Gesù secondo Marco (15,24-41) mi suggerisce diverse riflessione. Bisogna prima di tutto considerare il senso della croce, che è al centro dello spettacolo. Di quel tragico supplizio Marco ci ha tramandato perfino le ore: erano le 9 del mattino (v. 25);  venuto mezzogiorno (v. 33); alle tre (v. 34). La chiesa primitiva, come ci ricorda il libro degli Atti, basava su questo schema cronologico i momenti della sua preghiera (cfr. At 2,15; 3,1; 10,9). Nella liturgia delle ore sono stati conservati questi stessi tre momenti (soprattutto ricordati dagli inni e dagli oremus del venerdì).

Partire dalla croce, dunque, e contemplare la croce. La croce costituisce un vero e proprio scandalo. Lo scandalo è inscritto nella natura della passione e della croce. Gesù aveva associato la parola scandalo alla croce quando aveva detto: «Beato colui che non si scandalizza di me!» (cfr. Mt 11,6). Ma sempre in collegamento con la croce aveva anche aggiunto: «Tutti rimarrete scandalizzati» (Mc 14, 27). Cristo crocifisso, oggetto della predicazione apostolica è dunque scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani  come dirà san Paolo (cfr.1Cor 1,23).
In questo nucleo scandaloso è racchiusa la grandezza del cristianesimo!

Quando nel 2004 era uscito il film La passione di Cristo di Mel Gibson si era gridato allo scandalo: molti lamentava l’antisemitismo, i tratti cruenti della descrizione della passione, un vero e proprio mattatoio all’insegna del sadismo, un Cristo maciullato. Non c’era una parte del suo corpo che non fosse coperto di sangue e di piaghe. Un prodotto cinematografico, incentrato sulla croce, che ha creato scandalo, perché presentandoci la passione con i tratti più sanguinosi e cruenti, come quasi certamente è storicamente avvenuto , ha distrutto d’un colpo i tanti Cristi zuccherosi e sdolcinati di Hollywood. Se sono questi gli scandali della croce ben vangano! Ci fanno riflettere e ci stimolano a riprendere in mano il racconto dei Vangeli, per tentare di penetrare nel senso della croce.

Lorenzo Cortesi

 

 

LO SPETTACOLO DELLA CROCIFISSIONE

il racconto di Marco 


La crocifissione - Giotto

 

24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. 27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. 28 E si compì la Scrittura che dice: È  stato annoverato tra i malfattori. 29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce! ”. 31 Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32 Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. 33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” , che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia! ”. 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”. 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. 39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio! ”. 40 C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome, 41 che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.    
(Mc 15,24-41)

Se  può essere utile, schematizzo questo  brano del capitolo XV del Vangelo secondo Marco in tante piccole unità, in tante piccole scene dell’unico grande spettacolo. Se ne possono ricavare almeno cinque:

  1. vv. 24-28: la crocifissione (attenzione al v. 28 che viene omesso dalla Bibbia di Gerusalemme e dall’edizione della CEI, che si usa nella liturgia, perché si trova in pochi codici). Si notino in questa prima scena i riferimenti all’AT.
  2. vv. 29-32: derisione e oltraggi nei confronti di Gesù da parte di tre gruppi di persone
    (i passanti, i sommi sacerdoti e gli scribi, i due ladroni che erano stati crocefissi con lui).
  3. vv. 33-37: la morte di Gesù. La morte di Gesù è preceduta dal grido delle parole del Salmo 22. Alcuni dei presenti, facendosi scherno di Gesù, storpiano il termine aramaico Eloì (Dio) che per un gioco di parole richiama il nome di Elia e dicono: “Ecco, chiama Elia” (v. 35b). Secondo una credenza giudaica Elia veniva in aiuto ai giusti nel momento del bisogno. Si comprende in tal modo quell’ulteriore espressione pronunciata a mo’di dileggio: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce” (v. 36b). Il particolare dell’aceto dato a Gesù tramite una spugna fissata in cima ad una canna è ricordato da tutti gli evangelisti e i sinottici in particolare lo hanno considerato come un gesto ostile che rimanda al Sal 69,22. Questa bevanda acidula non va confusa con il vino mescolato con fiele, bevanda inebriante offerta ai condannati prima della crocifissione per attenuarne la sofferenza (cfr. v. 23) e che Gesù non ha voluto bere.
  4. vv. 38-39: lo squarciamento del velo del tempio che simboleggia la fine dell’antico culto mosaico e la proclamazione di Gesù, quale vero figlio di Dio, da parte del centurione romano che gli stava di fronte. Questo particolare con il quale si chiude la vita terrena di Gesù rinvia all’inizio del Vangelo di Marco (cfr. 1,1). L’affermazione iniziale è stata spiegata e dimostrata attraverso tutto il Vangelo, per cui si può concludere: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.
  5. vv. 40-41: il gruppo delle donne è un gruppo che tutti gli evangelisti sono attenti a ricordare. Tre in particolare sono presentate con il loro nome: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses e Salome. Sono tre donne tra quelle che hanno seguito e servito Gesù fin dalla Galilea. Sono le tre che subentrano ai tre discepoli (Pietro, Giacomo e Giovanni) dopo che insieme agli altri abbandonarono Gesù al suo destino (cfr. Mc 14,32-33;50). Quei discepoli che all’inizio del Vangelo avevano abbandonato tutto per seguire Gesù (cfr. Mc 1,16-20), ora abbandono proprio Gesù. Le tre discepole, invece, insieme a molte altre donne, rimangono e, sebbene a distanza come racconta Marco, sono testimoni della morte di Gesù. Probabilmente sono quelle stesse donne che facevano parte del seguito di Gesù (cfr. Lc 8,2-3).

 Lorenzo Cortesi

LA NASCITA DI UNA NUOVA FAMIGLIA

 il criterio d’ingresso nella comunità dei discepoli di Gesù

 

Antonello da Messina, Crocifissione, Museum Voor Schone Kunsten, Anversa

 

Dall’alto della croce Gesù usa i termini madre e figlio e istituisce una nuova famiglia: «Gesù vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, Disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).

È la nuova famiglia formata dai discepoli che accolgono la lieta notizia e osservano la volontà del Padre: «Gli dicono: “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, sono fuori e ti cercano”. E Gesù risponde loro: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”. Poi, guardando quelli che gli sedevano attorno dice: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio, questi è mio fratello, sorella e madre”» (Mc 3,32-35). Ciò non significa stabilire una opposizione tra il gruppo dei discepoli e la famiglia terrena, perché fare la volontà di Dio può essere praticato anche dai parenti secondo la carne: «Una donna alzò la voce tra la folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma Gesù disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”» (Lc 11,27-28). Ciò che ci fa entrare nella nuova famiglia è la conformità con Gesù nel voler compiere la volontà del Padre. Ponendosi in questa sintonia diveniamo consanguinei con lui nello Spirito. Non esistono altri criteri di ingresso nella famiglia dei discepoli di Gesù.

All’interno di questa famiglia le diversità si armonizzano nell’unità: «La comunità è come una cetra che ha parecchie corde, ogni corda suona la sua nota, ma ogni corda è armonizzata con l’altra. E nell’armonia Gesù Cristo è cantato» (Ignazio d’Antiochia). L’ascolto della Parola, la preghiera quotidiana, la frazione del pane e la comunione fraterna sono i quattro pilastri fondamentali per la vita di una comunità cristiana (cfr. At 2,42-47).

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è un breve estratto della meditazione che ho tenuto oggi, 24 marzo, a Milano c/o il Santuario del Beato don Gnocchi. L'incontro è stato organizzato dalll'USMI].

 

LA MADRE E IL DISCEPOLO CHE GESÙ AMAVA

interpretazioni patristiche 


Renato Guttuso, Crocifissione, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma

                                                                                                                                                                                   

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre,
Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora,
vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava,
disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
(Gv 19,25-27)

In che modo i Padri della Chiesa hanno letto ed interpretato l’espisodio narrato da Giovann?

1.  Sant’Agostino è stato il primo a mettere in relazione l’episodio del Calvario con quello delle nozze di Cana: Gesù aveva dapprima operato un segno indipendentemente da sua madre, in forza della sua natura divina; qui invece Gesù riconosce il suo legame filiale con la Madre: quel corpo appeso sulla croce è quello stesso che Maria ha generato. E da qui scaturisce il gesto di tenerezza e di affetto verso la Madre.

2. San Cirillo ha proposto un’altra lettura che non è stata molto condivisa dalla tradizione: Gesù avrebbe intuito un dubbio nella Madre, messa di fronte allo scandalo della croce, e perciò l’avrebbe affidata al Discepolo in grado di «illuminarla sulle profondità del mistero».

3. Alcuni Padri, tra cui sant’Ilario, san Girolamo e sant’Ambrogio, hanno dedotto dall’episodio un argomento a favore della verginità di Maria, la quale non avendo avuto altri figli, viene affidata al Discepolo che Gesù amava.

4. Accanto a queste letture morali del racconto, troviamo anche una lettura allegorica proposta da sant’Ambrogio e fatta propria dalla tradizione monastica: Maria è il modello e la figura (typos) della Chiesa e di ogni anima credente. Maria è la porta personificata. Nel profeta Ezechiele leggiamo: «Mi condusse poi alla porta esterna del santuario rivolta a oriente; essa era chiusa. Il Signore mi disse: Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio d’Israele. Perciò resterà chiusa» (Ez 44,1-4). Sant’Ambrogio, per primo, si è chiesto: «Chi è questa porta se non Maria? Chiusa perché vergine. Buona porta è Maria che era chiusa e non veniva aperta. La oltrepassò Cristo, ma non l’aprì». Maria è la porta chiusa e aperta nello stesso tempo: chiusa all’uomo e aperta a Dio; chiusa alla carne e aperta alla Spirito. Così dovrebbe essere anche la porta del nostro cuore.

5. Sant’Agostino ha accentuato, invece, il ruolo di Maria non come madre della chiesa, ma come membro della chiesa. In un Sermone ha scritto: «Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se Maria è un membro di tutto il corpo, senza dubbio il corpo è più importante d’un membro. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo». Non si tratta di letture contrapposte, ma complementari: certamente Maria è madre della chiesa, ma è anche membro vivo della chiesa.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è un estratto della meditazione che terrò domani, 24 marzo, a Milano c/o il Santuario del Beato don Gnocchi. L'incontro è organizzato dalll'USMI].

 

POINCARÉ: LA SCIENZA È COME PENELOPE

il convenzionalismo delle leggi della fisica 


Il fisico e matematico Jules-Henri Poincaré (1854-1912) ha dimostrato il convenzionalismo delle leggi della fisica e degli assiomi della geometria soprattutto negli scritti La scienza e l’ipotesi (1902) e Il valore della scienza (1905). Non si tratta, certo, di un convenzionalismo radicale di tipo antiempiristico. Se offrono un alto grado di probabilità, le leggi della fisica devono essere reputate valide. Tuttavia esse valgono non in quanto vere, ma in quanto più utili, più feconde, più comode. Quando un principio cessa di essere fecondo, «l’esperienza senza contraddirlo direttamente, comunque lo accantonerà […]. La scienza è in grado di svolger solo la parte di Penelope, di innalzare costruzioni effimere, che ben presto deve demolire da cima a fondo con le sue stesse mani». Per quanto riguarda in particolare la geometria Poincaré ha ribadito ciò che ha detto della fisica: «Una geometria non può essere più vera di un’altra; essa può essere soltanto più comoda». Ma poi ha precisato: «La geometria euclidea resterà sempre la più comoda: 1) perché è la più semplice; 2) perché essa si accorda abbastanza bene con le proprietà dei solidi naturali, corpi, questi, che tocchiamo con le nostre membra e che vediamo con i nostri occhi e con i quali facciamo i nostri strumenti di misura».

Alla matematica, invece, Poincaré ha riservato il ruolo di linguaggio della scienza. Secondo lui la scienza può essere paragonata ad una biblioteca, all’interno della quale la matematica ha la funzione di ordinare il catalogo dei libri. La matematica – secondo Poincaré – ha in se stessa qualcosa di magico e di prodigioso, ma non a tutti è data la gioia di gustarlo: «Gli adepti trovano nella matematica gioie analoghe a quelle date da pittura e musica. Essi ammirano l’armonia delicata di numeri e forme; sono stupiti quando una nuova scoperta schiude loro una prospettiva nuova; e la gioia che provano, non ha forse il carattere di un’estasi, anche se i sensi non ne prendono parte? Solo pochi privilegiati possono goderla pienamente».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].

DUHEM: LA FISICA DI UN CREDENTE

tra dogmatismo e scetticismo  


 

L’epistemologo Pierre Duhem (1861-1916) ha contestato la pretesa positivistica di costruire una scienza totalmente oggettiva. Egli si è sempre presentato come un fisico credente e ha cercato, a partire da se stesso, di conciliare fede e scienza. Nel suo libro La teoria fisica (1906) Duhem ha confessato: «Certo, io credo pienamente nelle verità rivelateci da Dio e trasmesseci dalla sua Chiesa, non ho mai nascosto la mia fede e Colui nel quale la ripongo mi salvaguarderà, lo spero nel profondo del cuore, dall’arrossirne. In questo senso è lecito affermare che la fisica da me professata è quella di un credente». Non per questo la sua fisica deve essere considerata meno scientifica.

Nell’opera Salvare i fenomeni (1908) Duhem ha analizzato, tra l’altro,  il caso Galileo ed è giunto alla conclusione che dal punto di vista metodologico Galileo era nel torto, mentre era corretta la posizione della Chiesa, che considerava la teoria copernicana una pura e semplice ipotesi. Il carattere della scienza è di tipo ipotetico-deduttivo e  lo scopo che si prefigge è quello di «salvare i fenomeni».

La critica di Duhem si è allargata fino a coinvolgere Giordano Bruno, il quale nell’opera La cena delle ceneri aveva contestato la prefazione di Osiander al Dialogo sopra i due massimi sistemi. Secondo Duhem il giudizio di Bruno è di  «una brutale grossolanità».  Le leggi della fisica hanno un valore ipotetico e convenzionale e perciò possono essere sempre corrette o radicalmente modificate.

Ma Duhem ha voluto andare oltre lo strumentalismo convenzionalista. Egli credeva in un ordine reale, di cui le leggi fisiche dovrebbero essere un’immagine di giorno in giorno sempre più chiara e più fedele. In questo senso Duhem si è mantenuto in equilibrio tra il dogmatismo e lo scetticismo. Riprendendo un pensiero di Pascal, Duhem diceva: «C’è in noi un’impotenza di dimostrare, che non può essere vinta da tutto il dogmatismo; c’è in noi un’idea della verità, che non può essere vinta da tutto il pirronismo».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].

 

 

MACH: CONTRO LO SCIENTISMO

guardare il mondo con gli occhi curiosi di un bambino

 

 

Fin dal momento della sua nascita l’ottimismo scientista ha subito diversi attacchi, che hanno finito per far crollare tutta l’impalcatura che si era costruito.  I primi colpi allo scientismo sono stati messi a segno nella seconda metà dell’Ottocento. Ernst Mach (1838-1916), fisico e filosofo della scienza, ha sostenuto che le teorie scientifiche non possono essere accolte come verità assolute. Esse hanno un valore puramente ipotetico, poiché un’esperienza futura potrebbe in ogni momento correggerle o smentirle.

Nell’opera Conoscenza ed errore (1905) Mach ha scritto: «Le leggi di natura, come noi le interpretiamo, sono un prodotto del nostro bisogno psicologico di orientarci nella natura, di non assumere una posizione di estraneità e di disordine di fronte ai suoi processi».
Esse sono semplici strumenti creati dall’uomo, «espedienti utili all’orientamento provvisorio e per determinati fini pratici». Le leggi sono inferiori rispetto alla realtà, perché non riproducono l’interezza, ma solo un aspetto, quello che interessa a noi. Perciò un’avventata fiducia nella scienza, intesa come sapere unico ed assoluto – secondo Mach – non è altro che una sorta di degenerazione mitologica. Quando la scienza pretende di costruire un impianto unitario e definitivo dell’universo finisce per acquistare non solo le caratteristiche della metafisica, ma perfino quelle della mitologia.

Ecco cosa ha detto Einstein di Mach: « Era così forte in lui il piacere immediato di vedere e capire – l’amor dei intellectualis di Spinoza – che fino in tarda età ha guardato il mondo con gli occhi curiosi di un bambino, continuando a trovare gioia e appagamento nel capire i nessi tra le cose [...].
Il suo grande merito sta, a mio parere, nell’aver allentato il dogmatismo che dominava in quell’ambito nei secoli XVIII e XIX [...].
Mach sosteneva in maniera convincente l’opinione che finanche i più basilari tra i concetti fisici si fondano sui dati empirici e, da un punto di vista logico, non sono in alcun modo necessari. Evidenziando come nella fisica siano cruciali i problemi connessi ai concetti di base, più che quelli d’ordine logico-matematico, egli ha esercitato un’influenza particolarmente salutare. Il suo punto debole stava, a mio modo di vedere, nel considerare l’attività scientifica all’incirca un semplice «mettere ordine» nei materiali empirici. Egli, insomma, non rese giustizia all’elemento di libera volontà costruttiva presente nella formazione dei concetti. Riteneva, in certo modo, che all’origine delle teorie vi fossero scoperte e non invenzioni».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].

 

 

LA MATEMATICA E IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA

Galileo, Cartesio, Hawking, Feynman 


 

Nell’opera Il saggiatore, pubblicato nel 1623 Galileo Galilei ha presentato la matematica come il nuovo ed universale linguaggio della scienza. «La filosofia naturale – secondo Galileo – è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto».

È  stato soprattutto con Cartesio che la matematica si è imposta come linguaggio per la trasmissione della scienza. Egli la paragonava alla linfa vitale che attraversa tutto l’albero del sapere: dalle radici fino all’ultima fogliolina.

Ma la matematizzazione della scienza, che aveva come obiettivo quello di raggiungere la massima oggettivazione, ha finito per creare un distacco – come ha scritto Stephen Hawking nell’introduzione al suo celebre Dal big bang ai buchi neri (1988) – sempre più ampio tra l’uomo comune e l’uomo di scienza: «La scienza moderna è diventata così tecnica che solo un numero piccolissimo di specialisti è in grado di padroneggiare la matematica usata per descriverla».

E la risposta al perché «la natura sia matematica – ha detto Richard Feynman – è ancora una volta un mistero».

Lorenzo Cortesi

 

HEISENBERG E BOHR: LA QUESTIONE DIO

Copenaghen, settembre 1941

 

 

Nel settembre del 1941 Heisenberg e Bohr si incontrarono a Copenaghen e tra i due venne ripresa la discussione relativa al rapporto tra scienza e religione. Bohr fece un discorso molto lungo ed approfondito. Ecco i passaggi più significativi del suo intervento: «L’idea di un Dio personale mi è estranea. Dobbiamo però tener presente che la religione impiega la lingua in modo diverso dalla scienza: la lingua della religione è, semmai, più vicina a quella della poesia. È vero che siamo portati a credere che la scienza si occupi di informazioni relative a fatti oggettivi, mentre la poesia tratta essenzialmente di fatti soggettivi: ne concludiamo quindi che se la religione vuole occuparsi di verità oggettive bisogna che adotti gli stessi criteri di verità della scienza. Ma per parte mia trovo la divisione del mondo in una sfera oggettiva e una soggettiva un’operazione troppo arbitraria. Da sempre le religioni hanno parlato per immagini, per parabole, per paradossi: ciò significa che non vi è altro modo per riferirsi a quel tipo di realtà cui la religione si applica. Ciò, naturalmente, non significa che si tratti di una realtà solo immaginaria. E questo modo di ripartire il reale in una sfera oggettiva e una soggettiva non credo ci possa portare molto lontano». E per rispondere ad alcune obiezioni di Heisenberg, Bohr ha aggiunto: « In matematica possiamo mantenere le distanze tra noi e il contenuto dei nostri enunciati: l’analisi matematica in definitiva è un gioco al quale possiamo decidere di giocare o meno. La religione, invece, ha come oggetto noi stessi, la vita e la morte: le premesse su cui si fonda sono intese a dirigere le nostre azioni e quindi, se non altro indirettamente, la nostra stessa esistenza. Non possiamo osservare la religione impassibili, dall’esterno. Inoltre, è impossibile separare il nostro atteggiamento di fronte alle questioni religiose dall’atteggiamento con cui ci poniamo di fronte alla società».

Successivamente  Bohr, riprendendo il principio di complementarità, elaborato in meccanica quantistica e presentato da lui stesso per la prima volta nel Congresso internazionale dei fisici, tenutosi a Como nel 1927, ha detto: «Tra il pensiero che indaga criticamente il contenuto di una certa religione e l’azione fondata sulla deliberata accettazione di questo contenuto, esiste una complementarità. E un’accettazione di questo genere, se consapevole, conferisce all’individuo forza e fiducia nei suoi scopi, lo aiuta a vincere i dubbi e, nella sofferenza, lo conforta consolandolo con la sensazione di trovarsi al riparo sotto un tetto che tutto abbraccia. Così la religione contribuisce a rendere più armoniosa la vita sociale ricordandoci, con il linguaggio delle immagini e delle parabole, della più ampia cornice in cui la nostra vita è inserita».

Da questi dialoghi tra gli eminenti scienziati del XX secolo si deduce che i rapporti tra scienza e fede sono certamente più intimi di quanto si possa immaginare.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].

 

 

HEISENBERG: FISICA E OLTRE

Bruxelles, 1927



Gli uomini di scienza quando si incontrano non trattano solo questioni inerenti la loro specifica disciplina. Capita spesso, forse più di quanto ci si immagini, che la conversazione, pur informale, sfori fino a toccare l’ambito religioso. Al riguardo Werner Heisenberg, premio Nobel per la fisica (1932) ci ha lasciato una preziosa testimonianza raccolta nel saggio Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti del passato 1920-1965.  Una sera durante il congresso di Solvay del 1927, a Bruxelles, sui fondamenti della fisica quantistica, alcuni partecipanti si ritrovarono nel salone dell’albergo e diedero inizio ad una interessante conversazione sul fenomeno religioso in rapporto alla scienza. Il titolo del libro (anche nell’originale inglese) è già di per sé emblematico, perché accanto al termine fisica si trova quell’oltre (beyond): si capisce immediatamente  che Heisenberg vuole avvertire il lettore che le questioni che andrà ad esporre non si esauriscono nell’ambito puramente fisico, ma l0 travalicano, aprendo un varco sulla dimensione meta-fisica. Grazie al resoconto di Heisenberg  si possono conoscere non solo i pareri dei partecipanti a quell’incontro serale, come ad esempio i giovanissimi Wolfgang Pauli e Paul Dirac, ma anche degli assenti, come Max Planck, Albert Einstein e Niels Bohr, perché le loro opinioni sull’argomento erano già note a Heisenberg. In realtà Planck e Einstein erano tra i partecipanti al convegno, ma quella sera non scesero nel salone dell’albergo. Vale la pena riprendere alcune tra le testimonianze più significative.

Planck sosteneva che fede e scienza occupassero due sfere diverse per cui non c’era motivo di pensare ad un conflitto tra loro: l’una si occupa dell’ambito soggettivo, l’altra di quello oggettivo: «Credo che Planck – ha riferito Heisenberg – ritenga religione e scienza del tutto compatibili perché si occupano di due aspetti diversi del reale. La scienza, studiando il mondo oggettivo e materiale, esige una grande accuratezza nelle affermazioni che facciamo sulla realtà oggettiva e nell’individuazione dei rapporti che intercorrono tra le diverse manifestazioni di questa realtà. La religione invece si occupa del mondo dei valori: tratta del mondo come dovrebbe essere, e non del mondo come è. La scienza si applica a distinguere il vero dal falso; la religione distingue invece il bene dal male, l’azione buona da quella cattiva. La scienza è il fondamento della tecnologia, la religione è la base dell’etica […]. Io ho imparato dai miei genitori a distinguere tra aspetti soggettivi e aspetti oggettivi del mondo: degli uni si occupa la religione, degli altri la scienza. La scienza è per così dire il modo in cui affrontiamo e discutiamo il lato oggettivo del reale. La fede religiosa è invece l’espressione delle decisioni soggettive con cui scegliamo i criteri mediante i quali ci proponiamo di agire e di vivere».  Planck era dunque convinto che l’aspetto soggettivo del reale fosse nettamente distinto da quello oggettivo. Così pensava anche Galileo, pur adducendo motivazioni più succinte. Sulla  stessa lunghezza d’onda si sono ritrovati per molto tempo filosofi, teologi e scienziati: se scienza e fede rimangono al loro posto non c’è possibilità di conflitto.

Heisenberg e Pauli, invece, non erano così convinti. Per i due scienziati la distinzione molto rigida tra l’ambito soggettivo della religione e quello oggettivo della scienza risulterebbe poco convincente. Pauli sosteneva che la religione comprende tutte le conoscenze dell’uomo: «La separazione completa tra conoscenza e fede può essere tuttalpiù una misura d’emergenza che apporta un sollievo solo momentaneo». La realtà è effettivamente molto complessa: tra scienza e religione ci sono più interazioni di quanto si possa immaginare. Pauli, convinto di farsi interprete anche delle ragioni di Einstein, aveva detto: «Sono, in questo, più vicino a Einstein, per cui Dio è in qualche modo presente nelle leggi immutabili della natura. Einstein ha una sensibilità particolare per il principio d’ordine che governa la natura, e che egli scopre nella semplicità delle leggi naturali: semplicità che egli ha percepito con grande immediatezza elaborando la teoria della relatività. Certo, c’è una bella distanza da qui alle religioni tradizionali; comunque, non credo che Einstein sia legato a una qualsivoglia tradizione religiosa, e ho l’impressione che il concetto di un Dio personale gli sia completamente estraneo. Secondo Ein­stein non esiste separazione tra scienza e religione: il principio d’ordine partecipa contemporaneamente della sfera soggettiva e di quella oggettiva: mi sembra, questo, un punto di partenza di gran lunga migliore».

Dirac, invece, nel suo intervento ha rilanciato il punto di vista della filosofia feuerbachiana e marxiana, screditando il fenomeno religioso: «Se oggi esiste ancora un insegnamento religioso, sappiamo benissimo che ciò avviene non perché la religione ci convinca, ma per tenere tranquille le classi subalterne. È più facile governare dei sudditi disarmati e pacifici piuttosto che individui insoddisfatti che protestano; ed è più facile anche sfruttarli. È già stato detto: la religione è come l’oppio: i popoli si cullano con sogni visionari dimenticando le ingiustizie e lo sfruttamento reali. Di qui l’alleanza tra le due grandi forze politiche dello stato e della chiesa. Entrambe trovano comoda l’illusione che un Dio buono  ricompensi – se non in questo mondo, nell’altro – coloro che non si sono levati contro l’ingiustizia, ma che si sono sottomessi docilmente e magari con gratitudine ai doveri che vengono loro imposti. E questo è il motivo per cui dire onestamente e francamente che Dio è solo una creazione dell’immaginazione degli uomini  ed è considerato il più nero di tutti i peccati mortali».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].

 

DE LUBAC: LA CONCORDIA DEI DUE TESATAMENTI

in Veteri Testamento est occultatio Novi,
in Novo Testamento est manifesatatio Veteri


 

In Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) Henri De Lubac ha raccolto preziose testimonianze della tradizione patristica e medioevale, in relazione alla concordia dei due Testamenti: sono fratelli (Origene) e due ali che portano in alto la chiesa (Aimone d’Auxerre); tra i due vi è una connessione (Ilario), una consonanza (Tertulliano), una convenienza (Origene), etc.
Al sed  tunc e al nunc autem dell’opposizione, succedono il iam tunc e il et nuc dell’inclusione.
È vero che tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento c’è una distanza: infatti Agostino diceva: «Illic etiam fumus, hic vero ignis seremus»; ma nel momento stesso in cui il dono del Nuovo Testamento crea il contrasto, lo sopprime. E i due Testamenti unificati hanno solo una voce.
L’abate benedettino Reginone di Prün (840-915) ha scritto: «Videte, fratres, quanta est unitas Scripturarum». E Goffredo Babion (sec. XII): «Ecce quantum conveniunt Vetus et Novum Testamentum». Sempre nella stessa linea Ildegarda di Bingen (sec. XII) ha detto che la stoffa della nuova legge è tutta intessuta con i fili dell’antica: «Nova lex de veteri lege texta est». E Pietro di Celle (sec. XII) ha paragonato l’unione dei due Testamenti al vincolo fraterno: «Novum Testamentum jungitur veteri fraterno faedere».

Molto bella l’espressione che ci ha lasciato Agostino nel De catechizandis rudibus: «In Veteri Testamento est occultatio Novi, in Novo Testamento est manifesatatio Veteri». E ancora: «Vetus Testamentum in Novo revelatum, in Vetere Novum velatum vides».
E Bérengaud nella spiegazione dell’Apocalisse ha scritto: «Novum Testamentum apertio est Vetus Testamenti» e «Spiritalis intelligentia in Veteri Testamento, nihil est aliud quam Novum Testamentum».

In definitiva, poiché c’è un solo Verbo, una sola Parola, c’è anche una sola Scrittura. I due Testamenti sono uno e il principio della loro unità è Cristo.

Lorenzo Cortesi