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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Camus

CAMUS E L’ESISTENZIALISMO

giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta,
è rispondere al quesito fondamentale della filosofia 


Le premesse dell’Esistenzialismo le possiamo già ritrovare nell’Ottocento. Qualcuno rimanda a quelle tematiche hegeliane come ad esempio la coscienza infelice. Altri sottolineano il pessimismo di Schopenhauer e di Leopardi oppure l’umanesimo di Feuerbach o i romanzi di Dostoevskij. Ma tutti concordano nel sostenere che le categorie esistenziali di Kierkegaard siano una sorta di pre-esistenzialismo. Pensiamo ad esempio a quelle problematiche molto frequenti nell’opere di Kierkegaard come la scelta, la possibilità, la disperazione, la malinconia, il pentimento, l’angoscia, ecc. Per questo l’Esistenzialismo è stato definito anche come una Kierkegaard renaissance.

L’Esistenzialismo non ha interessato solo la filosofia, ma anche la teologia, la letteratura, il teatro, l’arte, la musica.

Il manifesto dell’Esistenzialismo io lo individuo soprattutto nell’opera di Albert Camus (1913-1960), Il mito di Sisifo, pubblicata nel 1942. Sisifo sarebbe stato secondo la mitologia il fondatore e il primo re di Corinto. Egli fu talmente astuto da incatenare Thanatòs, cosicché non moriva più nessuno. Allora Ares, il dio della guerra liberò Thanatòs. Sisifo morì e fu precipitato nell’Ade, condannato a spingere un grosso masso sulla cima di un monte; ma arrivato in vetta il masso rotolava giù e Sisifo di nuovo lo doveva spingere in cima al monte. Una condanna dalla quale Sisifo non sarebbe mai stato assolto, una condanna eterna. Questo mito, secondo Camus, è l’immagine perfetta della condizione umana: il trionfo del non senso delle cose e dell’assurdità della condizione umana.

In una delle prime pagine dell’opera Camus ha scritto: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia ».

Camus ha pubblicato romanzi, saggi e opere teatrali. Nel 1957 ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura.

Lorenzo Cortesi

 


DIO E IL PROBLEMA DEL MALE

Ma dov’è il il buon Dio? È appeso alla forca!

 


      Tra i numerosi brani della letteratura mondiale che si interrogano sul senso del dolore ne ho selezionati tre particolarmente significativi. Non mi interessa se in questi episodi non viene proposta una soluzione. È comunque importante che il problema non venga archiviato con troppa faciloneria, come fanno coloro che  dicono: non vale la pena scervellarsi  attorno a questioni per le quali non ci sono risposte, lasciamo perdere. Ma è altrettanto sconsiderato l’atteggiamento di chi, invece, come il credente, pretende di avere sempre  risposte preconfezionate per ogni  occasione.

Nel romanzo di Albert Camus, La Peste, pubblicato nel 1947, si racconta il diffondersi di un’epidemia nella città nordafricana di Oran. Uno dei punti più alti del libro è costituito dalla morte di un ragazzino di 12 anni. Al suo capezzale c’è un medico, il dott. Rieux, ateo. E c’è un prete gesuita, p. Passeloux. Il dottore, di bambini, ne aveva già visti morire, ma non aveva ancora seguito la loro sofferenza minuto per minuto, come stava invece facendo quella mattina. Fino ad allora – dice Camus – il medico si era scandalizzato ma solo astrattamente. Non aveva mai guardato in faccia, così a lungo, l’agonia di un innocente. E rivolgendosi al padre gesuita, il medico ad un certo punto esclama: «Mi rifiuterò fino alla morte di amare qualunque creazione dove i bambini sono torturati». Il sacerdote invece non ha parole. Tuttavia la sua fede in Dio non viene meno. In un primo tempo l’abbozzo del romanzo prevedeva anche per il sacerdote la perdita della fede davanti all’agonia straziante del ragazzino dodicenne. Il messaggio che Camus vuole comunicare è la rivolta contro il mondo, che si rivela disperatamente assurdo, e indirettamente la rivolta contro Dio.

Nel romanzo di Fëdor Dostoevskij dal titolo I fratelli Karamàzov, pubblicato negli  1879-1880, viene narrato un intenso dialogo tra i due fratelli Ivan e Alëša. Parla per lo più Ivan che si rivolge al fratello raccontandogli terribili episodi di violenza e straziante sofferenza di poveri bambini innocenti. Sul finire del racconto ecco la scelta di campo che Ivan sente di dover fare: «Se le sofferenze dei bambini saranno servite a completare quella serie di sofferenze che era necessaria a riscattare la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo. […]. Perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso. E se sono un uomo onesto, devo restituirlo il più presto possibile. E farò così. Non è che non accetti Dio, Alëša: gli rendo rispettosamente il biglietto». Ivan non avrebbe difficoltà ad accettare Dio, ma si ribella perché il dolore e la morte degli innocenti sono ingiusti, privi di ogni logica. Questo fatto rende impossibile qualsiasi giustificazione della creazione e, con ciò, del creatore stesso.

Lo scrittore ebreo Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, nel racconto autobiografico La Notte (1958), narra un episodio avvenuto nel campo di concentramento di Auschwitz. Si tratta di una pagina sconvolgente, una pagina che si è letta spesso in questi anni. È una testimonianza che scuote. Wiesel rievoca l’esecuzione di tre prigionieri, fra cui un bambino.
«I tre condannati salirono insieme sulle seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
– Viva la libertà – gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva.
– Dov’è il buon Dio? Dov’è – domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto.
All’orizzonte il sole tramontava.
– Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
– Copritevi! Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. La ma terza corda non era immobile: anche se lievemente, il bambino viveva ancora. Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare:
– Dov’è dunque Dio? – E io sentivo in me una voce che rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».

La risposta apre la strada alla riflessione sul problema del dolore degli innocenti. Dio è appeso lì, a quella forca. Nell’intento di Wiesel molto probabilmente significa che non c’è risposta e non ci sarà mai, perché Dio è morto ad Auschwitz appeso a quella forca. Ma nella logica evangelica l’immagine rimanda alla croce sulla quale Cristo è stato appeso. Perciò la questione si può riaprire e ha senso il tentativo di ricercare una risposta.

                                                             Lorenzo Cortesi