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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Derrida

DERRIDA: OGNI VOLTA UNICA LA FINE DEL MONDO

la morte dichiara ogni volta la fine del mondo
come totalità unica
e quindi insostituibile e quindi infinita

 

 

Ogni volta unica la fine del mondo è una raccolta di necrologi, orazioni funebri, testimonianze che il filosofo francese Jacques Derrida (1928-2004) ha scritto per la scomparsa di amici e colleghi. Il volume è apparso per la prima volta negli USA con il titolo The work of mourning, a cura di Paacle-Anne Brault e di Michael Nass, docenti all’Università De Paul di Chicago. Tra le sedici figure che Derrida ha commemorato troviamo Roland Barthes, Michel Foucault, Louis Althusser, Lousi Marin, Gilles Deleuze, Emanuel Lévinas, Jean-François Lyotard, Maurice Blanchot. In appendice al volume è stata inserita una preziosa scheda bio- bibliografica dei sedici personaggi.

Le orazioni funebri di Derrida presentano una duplice caratteristica: da una parte sono molto personali, originali e talvolta addirittura intime, dall’altra rilevano una costante attorno alla riflessione sulla morte, sul lutto, sulla separazione. Si tratta di una vera e propria opera filosofica: partendo dal ricordo degli amici e colleghi defunti, Derrida offre al lettore l’opportunità di interrogarsi sull’enigma della morte.

Tra le espressioni più significative mi limito a riportare il pensiero che si trova nella prefazione all’opera, dal quale è stato ricavato anche il titolo del volume: «Ciò che provo alla morte di chiunque, e in forma più intensa e incomprimibile alla morte di un amico o di una persona cara […] è proprio che la morte dell’altro, soprattutto se lo si ama, non è l’annuncio di un’assenza, di una sparizione, di questa o di quella, cioè della possibilità di un mondo (sempre unico) di apparire a un vivo. La morte dichiara ogni volta la fine del mondo nella sua totalità, la fine di tutto il mondo possibile, ed ogni volta la fine del mondo come totalità unica e quindi insostituibile e quindi infinita».

Lorenzo Cortesi

[Il 3 gennaio scorso ho dedicato una pagina del blog all'opera Perdonare di J. Derrida]

 

 

JACQUES DERRIDA: PERDONARE

perdonare l’imperdonabile

 

Nel breve saggio intitolato Perdonare, Jacques Derrida (1930-2004) uno dei più grandi filosofi francesi del Novecento, ha scritto: «Perdonare il perdonabile, il veniale, lo scusabile, ciò che si può sempre perdonare, non è perdonare». E ancora: «Il perdono prende senso, cioè trova la sua possibilità di perdono, proprio là dove è chiamato a fare l’impossibile, a perdonare l’imperdonabile».  Il vero gesto del perdono incomincia là dove finisce la storia del perdonabile per aprirsi all’imperdonabile! In altre parole: perdonare a chi ci chiede perdono, perdonare a chi riconosce di avere sbagliato è una cosa molto umana, e direi anche molto ovvia, normalissima. Se non perdoni chi si pente della colpa che ha commesso, sei proprio un uomo senza cuore. Se non perdoni il perdonabile sei un essere crudele e spietato. Se non perdoni a chi ti dice “scusa non volevo”, “scusa non ho fatto apposta”, “scusa mi sono sbagliato”, sei peggio di un bestia.

Ma perdonare chi non riconosce la propria colpa, perdonare ciò che non si può perdonare, questo è il vero atto del perdono, questa è la cosa più grande che un uomo possa fare, perché lo avvicina a quel  Dio che ci ha rivelato Gesù di Nazareth. Si tratta di un gesto che Dio sa fare molto bene. E mi dispiace che glielo vogliamo sottrarre, perché ci piacerebbe che Dio ragionasse come noi e si comportasse come noi: un Dio che perdona chi si pente, un Dio che si limita a perdonare il perdonabile, un Dio che punisce chi sbaglia.  Gesù ci ha presentato invece un’immagine di Dio un po’ diversa, molto diversa, che scardina tutti i nostri sistemi morali e giudiziari.

Silvano Fausti diceva a questo proposito: «Normalmente pensiamo che Dio ci perdoni perché noi siamo pentiti. In realtà noi ci possiamo pentire perché Dio ci perdona sempre e comunque. Egli non si rivolge a noi perché noi ci siamo rivolti a lui: egli è da sempre rivolto a noi, perché noi possiamo rivolgerci a lui».

Lorenzo Cortesi