(PSEUDO) DIONIGI AREOPAGITA: TEOLOGIA MISTICA

lo smarrimento della mente in Dio

 

 

Il Corpus areopagiticum è composto da quattro trattati (oltre ad alcune lettere), scritti in greco, che hanno avuto un grande influsso in tutto il Medioevo: La teologia mistica, La gerarchia celeste, La gerarchia ecclesiastica e I nomi divini. L’autore di questi scritti, composti molto probabilmente in Siria attorno al V secolo, non ci è noto. Per tanto tempo si credeva che l’autore fosse Dionigi membro dell’Areopago di Atene, il quale, come si legge nel libro degli Atti degli Apostoli, accolse il messaggio di san Paolo e si convertì al cristianesimo. Secondo la tradizione i quattro trattati sarebbero, quindi, un contributo filosofico e teologico, che Dionigi ha messo a servizio del Vangelo.

Nel XV secolo voci autorevoli, come Niccolò Cusano, Lorenzo Valla, Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero avevano dubitato che l’autore dei quattro trattati del Corpus areopagiticum fosse Dionigi. Tuttavia è solo verso la fine del XIX secolo che Hugo Koch e Joseph Stilgmayr, due studiosi cattolici, hanno dimostrato la dipendenza di Dionigi dal neoplatonismo di Proclo, soprattutto per quanto riguarda I nomi divini. L’autore del Corpus areopagitaicum non poteva averli scritto prima di Proclo, ovvero prima del V secolo.

Riprendendo lo schema neoplatonico proprio di Plotino e di Proclo, Dionigi ha affermato che tutta realtà procede da Dio e ritorna a Dio. All’origine della creazione e nell’atto conclusivo del ritorno a Dio, che ha il suo culmine nell’estasi, il fondamento è dato dall’amore: la creazione è un atto d’amore e l’estasi è uscire da se stessi per immedesimarsi nell’amore di Dio.

Nel trattato I nomi divini, Dionigi ha sostenuto che tutti i nomi di Dio, che troviamo nella Bibbia e costituiscono la teologia catafatica, cioè positiva, non potranno mai esaurire la realtà divina. Infatti Dio non può essere raccolto totalmente in un nome. La teologia negativa o apofatica, già elaborata dai maestri neoplatonici ci mette in guardia dal volere definire Dio. Più facile, dunque, dire di Dio ciò che non è, piuttosto che ciò che è. Eppure, secondo Dionigi, bisogna andare oltre la teologia catafatica e apofatica per abbracciare la teologia mistica, il cui sapere costituisce il grado massimo di conoscenza. Non è altro che una sorta di smarrimento della mente in Dio.

Dante nella Divina Commedia, trattando delle gerarchie angeliche ha fatto esplicito riferimento a Dionigi l’Areopagita. Nel canto XXVIII del Paradiso si legge:
«E Dïonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’ io».

Lorenzo Cortesi