EPITTETO: L’UOMO È UN ANIMALE MANSUETO

non far violenza, vivrai innocente e senza rimorsi

 

 

 

Originario della Frigia, Epitteto giunse a Roma in qualità di schiavo verso la seconda metà del I sec. d.C. Ottenuto il riscatto decise di dedicarsi all’elaborazione di un nuovo modello di vita, impostato secondo i principi della filosofia stoica. In seguito al decreto di Domiziano che prevedeva la cacciata di tutti i filosofi dalla capitale dell’impero, Epitteto si trasferì a Nicopoli in Epiro, dove aprì una scuola stoica. Erano egli anni in cui il cristianesimo incominciava a diffondersi, ma Epitteto non venne mai a conoscenza diretta della dottrina di Gesù. Tuttavia tra la filosofia di Epitteto e il contenuto del messaggio evangelico ci sono molti punti in comune, soprattutto per quanto riguarda la riflessione sull’amore, con tutte le sue sfumature: tolleranza, mansuetudine, mitezza, perdono. Epitteto sosteneva che la bontà è una caratteristica distintiva dell’uomo, quella che più di tutte lo contraddistingue dagli animali: «L’uomo è un animale mansueto che ama i suoi simili». Ci sono delle impronte – diceva Epitteto – bene peculiari dell’uomo, che ognuno porta dentro di sé fin dalla nascita: «Mansuetudine, socievolezza, sopportazione, amore dei propri simili». Se non è sempre un’acquisizione certa, la mansuetudine dovrebbe diventare – secondo Epitteto – il traguardo verso cui tendere. Ed è il principio al quale far ricorso ogni volta che si è tentati dall’ira o dalla violenza: «Quando stai per aggredire qualcuno con impeto minaccioso, ricorda di dire prima a te stesso che sei un essere mansueto. E allora non farai nessuna violenza e vivrai senza rimorsi e innocente».

A volte l’invito all’amore è comprensibile all’interno di un presupposto intellettuale, quello dello Stoicismo, che insegnava l’imperturbabilità (atarassìa) e l’impassibilità (apatìa): «Ogni cosa ha due manici: con l’uno la si può portare, con l’altro no. Se tuo fratello ti fa un torto, non prendere la cosa da questo lato, così da dire: mi fa un torto, perché questo è il manico con il quale la cosa non si può portare; ma, piuttosto, prendila da quest’altro lato: è mio fratello, è cresciuto con me, e così prenderai la cosa per il manico col quale la si può portare». E ancora: «Quando qualcuno ti tratta male o parla male di te, ricorda che si comporta così, credendo che gli sia conveniente. Pertanto non è possibile che egli segua quel che pare a te: egli seguirà quel che pare a lui; di conseguenza se formula opinioni errate, a subire il danno è appunto lui che si è ingannato. Ad ogni insulto commenterai: è la sua opinione».

Perché dobbiamo sopportare le offese e amare i nemici? Secondo Epitteto ogni atteggiamento di collera e di vendetta reca più danno a noi stessi che all’avversario. L’astio produce la rottura del nostro equilibrio interiore, con l’inevitabile perdita della pace e della tranquillità dell’animo. In una testimonianza che Aulo Gellio, scrittore latino del II secolo ci ha tramandato, si legge: «Lo stesso Epitteto era solito dire che due sono i vizi di gran lunga più ripugnanti: non tolleriamo né sappiamo sostenere le offese che si devono sostenere, e non ci asteniamo dalle cose e dai piaceri dai quali dobbiamo astenerci. Pertanto se uno avesse bene in mente queste due parole e si preoccupasse di esse nel regolare e governare la propria vita, quest’uomo non cadrebbe mai in errore e vivrebbe una vita tranquillissima; le due parole sono: sopporta e astieniti». I latini hanno tradotto queste parole di Epitteto nella massima sustine et abstine.

Lorenzo Cortesi

[Questa pagina è l’estratto di un lungo articolo che ho pubblicato sul settimanale Corriere d’Italia il 25 giugno 1994].