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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Feuerbach

FEUERBACH: L’UOMO È CIÒ CHE MANGIA
la teoria degli alimenti

                                                                                                                                                                                                                                       Riprendendo l’espressione dell’illuminista Denis Diderot, che aveva definito l’uomo «un tubo digerente», Ludwig Feuerbach ha detto che «l’uomo è ciò che mangia». Non si tratta di una drastica riduzione dell’uomo ad una dimensione puramente materialistica, come sembrerebbe a prima vista. Semmai è il contrario. Con questa espressione Feuerbach riprende quell’aspetto spirituale dell’uomo che nella critica alla religione aveva completamente cancellato. Infatti egli ha scritto che «la fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico, ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della coscienza».

Il miglioramento del popolo non passa attraverso l’indottrinamento religioso e morale, ma mediante l’alimentazione: «La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello, in materia di pensiero e di sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore».

Da qui consegue che per Feuerbach si debba parlare dell’uomo in termini né dualistici (anima e corpo) né riduttivi (alla sola dimensione materiale), ma di unità psicofisica.

La nutrigenomica, cioè quella scienza (nata recentemente), che studia il collegamento tra le abitudini alimentari e l’insorgere di certe patologie, affonda le sue radici nella teoria degli alimenti di Feuerbach.

Lorenzo Cortesi

LA CRITICA DI MARX ALLA SINISTRA HEGELIANA
interpretare il mondo o trasformarlo?

 

Durante gli anni di studio all’università di Berlino, Karl Marx era entrato in contatto con la sinistra hegeliana (i cosiddetti giovani hegeliani) e ne aveva condiviso le idee. Ma nel 1845 si allontanò da loro. Le due opere più significative in tal senso sono: La sacra famiglia e L’ideologia tedesca (opere scritte in collaborazione con Engels).
È vero che la Sinistra, distinguendosi dalla Destra (i cosiddetti vecchi hegeliani) combatteva contro la monarchia prussiana e parlava di superamento della religione. Tuttavia, secondo Marx, la Sinistra, pur facendosi passare per rivoluzionaria era fondamentalmente conservatrice. La Sinistra si limitava a combattere le idea della Destra con altrettante idee. Si trattava di una pura rivoluzione ideologica, perché a certe idee sostituivano altre idee: «Nonostante le loro frasi, che secondo loro scuotono il mondo, gli ideologi giovani hegeliani sono i più grandi conservatori». Non sono affatto dei radicali: «Esser radicale – aveva detto Marx –  vuol dire cogliere le cose alla radice», ma questi giovani si sono bloccati ad uno stato puramente ideologico, perché tengono separata la teoria dalla prassi.

Emblematica in tal senso l’undicesima Tesi su Feuerbach di Marx: «Die Philosophen haben die Welt nur verschieden interpretiert; es kömmt drauf an, sie zu verändern», cioè: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo».
In definitiva Marx voleva realizzare nella società quell’incontro tra la razionalità e la realtà, che Hegel aveva solo pensato.

Lorenzo Cortesi

 

FEUERBACH: UN TEOLOGO PASSATO ALL’ATESIMO

Gott ist der Spiegel des Menschen

La concezione di Dio come di un bisogno dell’uomo è stata studiata in modo approfondito da Ludwig Feuerbach soprattutto nelle sue opere Essenza del cristianesimo (1841)e Essenza della religione (1845). Feuerbach non era uno di quelli – e oggi ce ne sono tanti – che criticano la religione dall’esterno e in modo approssimativo o superficiale. Feuerbach non era uno sprovveduto. Egli, infatti, aveva studiato teologia, prima a Heidelberg e poi a Berlino sotto la guida dello stesso Hegel. Ed inoltre, per poter comprendere seriamente la Bibbia, si era impegnato ad imparare approfonditamente le lingue bibliche: latino, greco, ebraico. Feuerbach aveva conosciuto il rabbino Wasserman, che regolarmente per un certo periodo gli dava lezioni private di ebraico.  Per questo Feuerbach – consapevole di essere per davvero (come recita il nome Feuer-Bach), un torrente di fuoco o un Lutero II (come ad un certo punto incominciò a firmarsi) – era tutt’altro che un ingenuo in campo biblico e teologico.

Impossibilitato ad intraprendere la carriera di docente universitario per le sue posizioni politiche e religiose, per le quali era visto con sospetto dalle massime autorità accademiche, impiegò tutto il suo tempo dedicandosi allo studio. Nell’ultima fase della sua vita, guardando a distanza al suo percorso, Feuerbach poteva dire: «Io alla religione ho dedicato tutta la mia vita». E ancora: «Tutti i miei scritti hanno a ragione un solo scopo, una sola intenzione, un unico tema: la religione, la teologia e tutto ciò che vi è connesso». In che senso? Non per affermarne la validità o l’importanza, ma per smascherarne la falsità e l’inutilità. Egli considerava la teologia e la religione una pura creazione dell’uomo, un bisogno dell’uomo. Ecco cosa ha affermato testualmente: «Lo scopo dei miei scritti, come pure delle mie lezioni è questo: trasformare gli uomini da teologi in antropologi, da teofili in filantropi, da candidati dell’aldilà in studenti dell’aldiqua, da camerieri religiosi e politici della monarchia e aristocrazia celeste e terrestre in autocoscienti cittadini della terra».

Tutto quel suo rigoroso studio biblico e teologico sfociò nell’ateismo più radicale. A questo proposito Hans Küng nel suo libro Dio esiste? Risposta al problema di Dio nell’età moderna (1978) ha scritto: «I confini tra la teologia e l’ateismo sono molto sottili. Ci sono atei che sono diventati teologi, come ci sono teologi che sono passati all’ateismo». Ecco, Feuerbach fu uno di questi: un teologo passato all’ateismo. Secondo Feuerbach, Dio risulta essere un’invenzione dell’uomo, perché è semplicemente la somma delle aspirazioni dell’uomo, dei desideri dell’uomo, delle qualità dell’uomo, di un uomo idealizzato, ipostatizzato, alienato: «Dio è lo specchio dell’uomo».

La religione – secondo lui – corrisponderebbe all’infanzia dell’uomo. L’uomo religioso è un uomo immaturo; è come un bambino che necessita dell’adulto che lo protegga e lo difenda. Ma non solo.  Il bambino ha bisogno dell’adulto nel quale proiettare tutti i suoi sogni, i suoi desideri, le sue aspirazioni. Allora più l’uomo è immaturo e più è religioso; e, al contrario, più l’uomo è adulto e emancipato e più incomincia a fare a  meno di Dio.  Secondo Feuerbach non sarebbe stato, dunque, Dio a creare l’uomo a sua immagine e somiglianza – come racconta la Bibbia – ma è stato l’uomo stesso a creare Dio secondo un modello umano idealizzato, con tutte le perfezioni possibili.  

Lorenzo Cortesi

ALIENAZIONE

l’umano è diventato il bestiale
e il bestiale  è diventato l’umano

 

Intendo fissare la definizione del termine alienazione, limitandomi a tre diverse letture filosofiche, che sono concatenate tra loro sia per la continuità cronologica, sia per l’impianto tematico di tipo dialettico.

1. Hegel ha inteso l’alienazione come il momento antitetico del processo triadico. Nello schema filosofico hegeliano la massima espressione di alienazione coincide con la natura. Essa, infatti, non è altro che lo spirito alineato o l’idea fuori di sé. Lo spirito si perde totalmente nella natura, che in essa non si riconosce più. L’alienazione è, comunque, un momento necessario dal quale lo spirito, nel suo cammino verso l’assoluto, non può prescindere. E in questo senso, secondo Hegel, l’alienazione acquista una certa qual dignità.

2. Feuerbach ha spostato l’alienazione su un piano religioso. L’uomo che crede in Dio è un alienato. Dio, infatti, non è altro che la stessa essenza umana ipostatizzata, ovvero portata all’ennesima potenza. Se l’uomo vuole ritornare ad essere se stesso ed abbandonare la condizione di alienazione, deve smettere di credere in Dio, riprendersi tutti quegli attributi che ha scaricato in Dio, impoverendo se stesso. La soluzione per superare l’alienazione consiste, dunque, nel realizzare un passaggio da Dio all’uomo, dalla teologia all’antropologia.

3. Per Marx, invece, l’alienazione è la condizione tipica della classe proletaria del suo tempo. Lo sfruttamento ininterrotto a cui l’operaio della grande industria è sottoposto da parte del capitalista, produce un tormento che finisce per diventare uno status cronico. Il proletario è alienato rispetto al lavoro, al prodotto del suo lavoro, a se stesso (cioè alla sua essenza) e al prossimo con il quale si rapporta durante la giornata lavorativa. Il lavoro, che dovrebbe offrire all’uomo la possibilità di esprimersi con tutto se stesso, nei modi più creativi, si trasforma in una sorta di condanna ai lavori forzati. L’alienazione porta gradualmente l’uomo a diventare sempre più una bestia. Quando l’uomo si sente veramente realizzato? Quando, lontano dal lavoro, svolge le funzioni consone alle bestie, ovvero mangiare, bere, procreare. E quando, invece, si ritrova alienato, cioè in una condizione di bestia? Durante tutta la settimana lavorativa. Da qui si deduce che è avvenuta come un’inversione: l’umano è diventato il bestiale e il bestiale  è diventato l’umano. E se potesse l’uomo fuggirebbe dal lavoro, come si fugge dalla peste.

Lorenzo Cortesi

[Come immagine per questa pagina ho scelto Sera sul viale Karl Johan di Evard Munch (1892), perché mi sembra appropriata al tema]