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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Fichte

FICHTE: DISCORSI ALLA NAZIONE TEDESCA

la Germania guida culturale dell’umanità 


A Berlino, tra il 1807 e il 1808, durante l’occupazione francese, per quattordici domeniche consecutive, Fichte ha pronunciato i Discorsi alla nazione tedesca (Reden an die deutsche Nation).

Fichte ha affermato che il popolo germanico è un popolo vivo, un popolo primitivo (nel senso di puro e genuino); è il vero popolo di Dio che, lungo tutta la storia, ha sempre mantenuto la sua identità: «L’Io tedesco non deriva dall’universalità, ma al contrario è questo stesso Io che genera l’universalità». Soltanto il popolo tedesco, quale rappresentazione ed anticipazione di tutta l’umanità, è in grado di sollevarsi dalla decadenza e porsi come guida degli altri popoli. Il popolo germanico può contare sulla forza della propria lingua. Infatti, secondo Fichte, è l’unico popolo che parla l’idioma primitivo dell’umanità, mentre altri popoli europei (francesi, italiani, spagnoli, ecc.) parlano gli idiomi derivati da un latino corrotto. Il popolo tedesco è un popolo originario (Ur-volk) che parla una lingua originaria (Ur-sprache).

Con questi discorsi Fichte ha presentato un programma  che, pur contro la sua intenzione, pone le basi per un ideale nazionalistico e pangermanistico. Ma non bisogna separare Discorsi alla nazione tedesca dal contesto storico in cui furono pronunciati, e cioè la reazione contro l’omogeneizzazione forzata dell’Europa ad opera della Francia napoleonica. Inoltre occorre tener conto di quell’idealismo etico che li caratterizza. Impiegati in un contesto politico le parole di Fichte servono a giustificare teoreticamente le ideologie più radicali come il nazismo e il razzismo. Ma Fichte condanna espressamente le politiche colonialistiche ed annessionistiche (vedi terzo discorso). E non si accenna mai alla supremazia militare del popolo tedesco, ma solo a quella culturale.

Le espressioni sull’educazione, considerata fondamentale per il progresso dell’umanità, che troviamo nei Discorsi alla nazione tedesca di Fichte, riprendono in parte il pensiero del pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827).

Lorenzo Cortesi

 

 

FICHTE: DOTTRINA DELLA SCIENZA (QUARTA PARTE)

l’Io oppone all’interno di sé,
ad un io divisibile un non io divisibile   


 

La terza tappa della Dottrina della scienza di Fichte è riassumibile nella seguente espressione: «L’Io oppone all’interno di sé, ad un io divisibile un non io divisibile» (Ich setze im Ich dem teilbaren Ich ein teilbares Nicht-Ich entgegen). Se ci fermassimo ai due momenti precedenti si avrebbe la paralisi completa, l’auto-annullamento: un Io infinito e un Non-io infinito in contrapposizione. Per questo i due momenti precedenti non andavano considerati sul piano cronologico, ma solo logico.

La tensione Io – Non-io deve essere spostata sul piano finito, cioè nella dimensione che più ci è comune, perché la possiamo finalmente sperimentare: il nostro io finito, limitato, divisibile sempre a contatto con un non-io altrettanto finito, limitato, divisibile. Come soggetti pensanti (io-finito) abbiamo davanti a noi un mondo (non-io) da esplorare. Man mano cresce la conoscenza diminuisce l’area del non-io. Il conoscere, da parte dell’io, è come una sorta di riappropriazione dell’essere (non-io) che lo stesso io ha prodotto. Conoscere è umanizzare il mondo, trasformare il non-io in io.

Potrà l’io eliminare completamente il non-io? Potrà la conoscenza umana ridurre il non-io fino ad annullarlo totalmente? Secondo Fichte no, perché la produzione dell’Io (produzione inconscia) è incessante. Il non-io potrà, dunque, essere ridotto, ma mai completamente superato. L’io non potrà mai liberarsi del non-io. Fichte ha detto: «È un circolo dal quale lo spirito (l’io) non potrà mai uscire».

Tutto questo processo avviene all’interno dell’Io puro e infinito. Rispetto all’Io puro ed infinito la tensione tra io finito e non-io finito, in quanto diversa dall’Io, corrisponde ad un non-io.

Lorenzo Cortesi

 

FICHTE: DOTTRINA DELLA SCIENZA (TERZA PARTE)

l’Io oppone a sè un Non-io

 

 

La seconda tappa che Fichte affronta nella Dottrina della scienza è risolvibile in questa espressione:« L’Io oppone a sé un Non-io». Non si tratta propriamente di un secondo momento cronologico, ma logico o didattico. Infatti, posto l’Io, automaticamente, scaturisce anche il Non-io. Posto il (pensiero) pensante è evidente che si pone anche il (pensiero) pensato. In forza del principio parmenideo: «Ogni pensiero è pensiero dell’essere». Non possiamo immaginare che esista un pensiero vuoto. L’Io, cioè il pensiero (pensante) è sempre incessantemente attivo e il contenuto del pensante, cioè l’oggetto è il pensato, l’essere, il Non-io.

Perché Fichte sostiene che il contenuto del pensiero, cioè, l’essere, è Non-io? Perché l’Io non riconosce il suo prodotto e lo qualifica come Non-io? L’attività incessante ed inconscia dell’Io porta lo stesso Io a non riconoscere il suo prodotto. Attraverso l’attività teoretica l’Io si impegnerà a conoscere o meglio a riconoscere ciò che egli stesso ha prodotto. Da qui la possibilità per l’Io di rapportarsi al suo prodotto (Non-io) e, gradualmente riconoscerlo. Il prodotto dell’Io, infatti, non è irrazionale (se così fosse sarebbe irriconoscibile), ma semplicemente inconsapevole o inconscio.

Lorenzo Cortesi

 

 

FICHTE: DOTTRINA DELLA SCIENZA (SECONDA PARTE)

l’Io pone se stesso  


 

Nella tradizione filosofica classica (aristotelica prima e tomista dopo) il principio primo su cui costruire la scienza era il principio d’identità, ovvero la formula più semplice e ovvia che nessuno può negare: A=A. Ma nella sua opera Dottrina della scienza Fichte ha sostenuto che è possibile andare ancora più indietro e ricercare un punto di partenza più remoto. Il principio A=A non può essere il punto di partenza assoluto, perché il giudizio A=A è puramente ipotetico e formale. Solo se A esiste, A è uguale ad A. Ma esiste A? E se esiste: chi pone il rapporto d’identità? Certamente colui che stabilisce il rapporto A=A è più grande di A. Un principio posto non è originario.

Il punto di partenza secondo Fichte è l’Io, l’Io che pensa e che fonda l’identità A=A. E l’Io, in quanto principio supremo, non è posto da nessuno, ma si autopone: «L’Io pone se stesso» (Das Ich setzt sich selbst). L’Io (in quanto pensiero, spirito, idea e ragione) va considerato sotto l’ottica dell’azione. La tradizione classica partiva sempre dall’essere e poi dall’essere faceva scaturire l’agire di tale essere: operari sequitur esse. Ma Fichte, in modo alquanto originale, rovescia la prospettiva e stabilisce che sia l’essere a scaturire dal pensiero: esse sequitur operari. Prima c’è il pensiero (ovvero il divenire, perché il pensiero è in divenire continuo) e poi l’essere (come un prodotto del pensiero).

Si risente l’eco del Faust di Goethe: «In principio c’era l’azione» (Im Anfang war die Tat!). L’impostazione filosofica di Fichte rimanda anche al prologo del Vangelo di Giovanni: «In principio c’era il Logos, il Logos era presso Dio e il Logos era Dio». Fichte potrebbe aver mutuato, in parte, la sua filosofia dalla teologia giovannea (con gli eventuali distinguo). Non dimentichiamo che Fichte era laureato in teologia.

Si comprende, a questo punto, l’operazione attuata da Fichte: è partito dall’Io penso di Kant, cioè dall’intelletto o struttura vuota del pensare comune ad ogni uomo, e l’ha trasformato in un Io puro, assoluto: una sorta di Ichheit (Iità). Da qui prende il via l’Idealismo, che pone al centro l’Io o l’Idea, in contrapposizione al Realismo, che pone al centro l’essere. Possiamo dire che l’Io di Fichte coincide con Dio? Sì, in quanto principio primo. No, se per Dio si intende il Dio della tradizione filosofica e teologica, che è sempre stato definito non solo come Spirito, ma anche come Essere (essere perfettissimo). Ma l’Io di Fichte è privo di ogni consistenza ontologica, è puro pensiero e precede l’essere.

Lorenzo Cortesi

 

FICHTE: DOTTRINA DELLA SCIENZA (PRIMA PARTE)

una dottrina sempre bisognosa di miglioramento


 

Riprendo la pagina del 13 giugno scorso, dedicata all’introduzione dell’opera filosofica più importante di Fichte, e cioè la Dottrina della scienza (Wissenschaftslehre), per entrare finalmente nel testo. Fichte in tutte le diverse edizioni, a partire dalla prima, quella del 1794, ha mantenuto sempre la stessa impostazione:

1. Problematica introduttiva
2. Nucleo dottrinale
3. Sviluppo discorsivo ed interpretativo del nucleo dottrinale.

Tuttavia il modo di affrontare ed approfondire le questioni risulta, da un’edizione all’altra, alquanto diversificato.

Come ho già avuto modo di dire, Fichte sosteneva che la Dottrina della scienza «anche nella esposizione più perfetta possibile ad un uomo singolo resterà assai bisognosa di miglioramento in tutte le sue parti».

Le tre proposizioni fondamentali della dottrina, che cercheremo di affrontare, sono le seguenti:
1. L’Io pone se stesso (Das Ich setzt sich selbst).
2. L’Io oppone a sé un Non-io (So gewiß wird dem Ich schlechthin entgegengesetzt ein Nicht-Ich).
3. L’Io oppone, all’interno di sé, ad un io divisibile un non-io divisibile  (Ich setze im Ich dem teilbaren Ich ein teilbares Nicht-Ich entgegen).

Lorenzo Cortesi

 

FICHTE E SCHELLING

un confronto metodologico  


Fichte e Schelling

Prima di iniziare lo studio della filosofia di Friedrich Wilhelm Schelling (1775-1854) è doveroso soffermarsi brevemente su un confronto di tipo metodologico con il pensiero di Johann Gottlieb Fichte (1762-1814). Due filosofi (e teologi), esponenti dell’idealismo tedesco, che hanno seguito una metodologia diametralmente opposta.

Fichte ha rimaneggiato per quasi tutta la sua vita la stessa e medesima opera, cioè la Dottrina della scienza, sottoponendola a continue revisioni ed edizioni.
Schelling invece ha sviluppato il suo pensiero, passando attraverso varie fasi e compiendo, nel passaggio da una fase all’altra tra una fase e l’altra, un mutamento dal punto di vista contenutistico. Schelling ha introdotto questioni sempre nuove e perciò il suo pensiero non può essere presentato unitariamente.

Ma se proprio volessimo trovare  un collegamento tra i vari momenti della filosofia di Schelling (che esamineremo nei prossimi giorni), potremmo pensare all’aspirazione di raggiungere quell’unità tra io e non io, tra soggetto e oggetto, tra spirito e natura, che Fichte aveva lasciato insoluta.

N.B. Per qunto riguarda Fichte rimando alle due lezioni del 12 e 13 giugno 2017.

Lorenzo Cortesi

 

FICHTE: SCINTILLE DI FILOSOFIA

Ciò che io voglio comunicare è qualcosa
che non può esser detto né capito, ma solo intuito.
Una dottrina che non può essere compresa
mediante la pura lettera, ma solo con  lo spirito. 

La filosofia di Johann Gottlieb Fichte, nota come dottrina della scienza (Wissenschatftslehre), è tutta raccolta in due scritti pubblicati nel 1794: il primo, Sul concetto della dottrina della scienza, contiene gli argomenti e il programma delle lezioni che Fichte intendeva svolgere; il secondo, Fondamento dell’intera dottrina della scienza, è l’insieme delle dispense destinate agli studenti del corso. Queste due opere e le loro successive edizioni, riviste e corrette, dovevano conservare, nell’intenzione di Fichte, un carattere provvisorio e sempre possibile di miglioramento. Nel 1797, in una lettera a Schelling, dichiarava: «La mia teoria si può esporre in infiniti modi. Ognuno la penserà diversamente e dovrà pensarla diversamente per pensare la stessa teoria [...]. Ritengo l’esposizione finora data come estremamente imperfetta. Se ne sprigionano scintille, lo so bene; ma non è una fiamma».

Due anni prima, sempre in una lettera a Schelling, Fichte sottolineava le difficoltà di comprensione della sua filosofia: «La conclusione del mio programma e della parte teorica dei fondamenti della dottrina della scienza è estremamente oscura; so bene che la dottrina della scienza ha in generale un fondamento interno di oscurità ed anzi di incomprensibilità per molte teste [...]. Ciò che io voglio comunicare è qualcosa che non può esser detto né capito, ma solo intuito; ciò che dico non deve fare altro che guidare il lettore in modo che in lui si formi l’intuizione desiderata. A colui che vuole studiare i miei scritti consiglio di lasciar stare le parole e di cercare soltanto di inserirsi in qualche modo nella serie delle mie intuizioni; di continuare a leggere, anche se non ha compreso interamente ciò che precede, finché in ultimo scocchi in qualche modo una scintilla».

Sembra di sentire quelle espressioni che Platone ha consegnato nella Lettera VII: «Perché non è, questa mia, una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di se medesima».

Non esiste dunque un testo definitivo della Dottrina della scienza. «La dottrina della scienza è tale che non si può affatto comunicare con la pura lettera, ma solo con lo spirito; poiché le sue idee fondamentali debbono essere prodotte in ognuno che la studi, proprio dall’immaginazione creatrice; […] poiché ogni attività dello spirito umano parte dall’immaginazione, ma l’immaginazione non può essere compresa altrimenti che dall’immaginazione. In colui dunque nel quale tutta questa disposizione è già irreparabilmente assopita o estinta, per costui resterà per sempre impossibile penetrare in questa scienza; ma egli deve cercare la ragione di questa impossibilità non già nella scienza stessa, che si comprende facilmente quando in generale la si comprende, ma nella propria impotenza. Questa scienza è dunque pienamente autorizzata dalla natura delle cose a dichiarare in anticipo che essa è mal compresa da alcuni e niente affatto compresa dai più; che non soltanto nella presente imperfettissima esposizione, ma anche nella esposizione più perfetta possibile ad un uomo singolo resterà assai bisognosa di miglioramento in tutte le sue parti, ma nei suoi tratti fondamentali non resterà confutata da nessun uomo e in nessun tempo».

Lorenzo Cortesi

 


FICHTE:  LA MISSIONE DEL DOTTO

se la parte eletta della società umana è corrotta,
dove si dovrà mai cercare il bene morale?



La missione del dotto è la quarta di una serie di cinque lezioni tenute da Fichte nel 1794 all’università di Jena tra il grande entusiasmo degli studenti. In quello stesso anno Fichte pubblicò la sua opera più importante: La dottrina della scienza. I titoli delle cinque lezioni sono i seguenti:
1. La missione dell’uomo in sé.
2. La missione dell’uomo nella società (l’istinto sociale è naturale).
3. La distinzione delle classi nella società (uguaglianza solo morale).
4. La missione del dotto.
5. Esame di alcune affermazioni di Rousseau circa l’influsso delle arti e delle scienze sul benessere dell’umanità.

La domanda quale è la missione del dotto? presuppone un’altra domanda quale è la missione dell’uomo?. La missione dell’uomo è duplice: teoretica e pratica. E ciò che permette l’attuazione dei due impegni è la cultura: «L’acquisto della capacità diretta da un lato a reprimere ed eliminare le cattive inclinazioni e dall’altro a modificare le cose fuori di noi e a porle in armonia con i nostri concetti, l’acquisto di tale capacità, dico, si chiama cultura». Siamo davanti ad un compito che non potrà mai pervenire ad una conclusione perché si presenta come infinito: «Sottomettere a noi tutto ciò che esiste di irragionevole, dominarlo liberamente e secondo la legge a noi propria, è il fine ultimo dell’uomo; fine ultimo il quale è affatto irraggiungibile e rimarrà eternamente irraggiungibile [...]. È implicito nel concetto stesso di uomo, che il fine ultimo debba essere irraggiungibile, la sua via verso di esso è infinita. La missione dell’uomo, quindi, non è di raggiungere questo fine. Ma egli può e deve avvicinarsi sempre più alla sua meta: or dunque l’avvicinarsi infinitamente a questa meta è la vera missione dell’uomo in quanto uomo, cioè in quanto essere ragionevole ma finito, in quanto essere sensibile, ma libero [...]. Il perfezionamento all’infinito è invece la sua missione. L’uomo esiste per divenire egli stesso migliore moralmente e per rendere migliore materialmente e moralmente tutto quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre maggiore».

Con il termine Gelehrter (dotto) Fichte indica chiunque si sia totalmente dedicato all’opera di innalzamento intellettuale e morale degli altri uomini. Il mezzo per educare, innalzare e far progredire è la cultura. Quella del dotto è dunque una missione culturale che più precisamente «consiste nel sorvegliare dall’alto il progresso effettivo del genere umano in generale e nel promuovere costantemente questo progresso». Il dotto poi ha più degli altri il dovere di progredire: «Egli deve vegliare sui progressi delle altre classi, deve promuoverli; e non dovrebbe progredire egli stesso? Dal suo progredire dipendono tutti i possibili progressi negli altri rami della cultura umana: egli deve essere sempre innanzi agli altri per aprir loro la strada, esplorarla innanzi a loro e fare da guida».  Il dotto non deve fermarsi a contemplare il già fatto, come un pigro o un vanesio: «Il dotto dimentichi ciò che ha fatto appena lo ha fatto e pensi sempre soltanto a ciò che ha ancora da fare». Questa attività incessante del dotto è espressa dal verbo streben, che è il più frequente e il più caratteristico della filosofia fichtiana.

Ecco altre caratteristiche che devono essere proprie del dotto:
1) Maestro e educatore del genere umano.
2) Non deve mai usare la violenza: «Il dotto non cederà mai alla tentazione di portare gli uomini ad accogliere le sue convinzioni servendosi di mezzi coercitivi, usando la violenza fisica».
3) Non deve usare l’inganno.
4) Deve essere un esempio di moralità: «Nessuno è in grado di lavorare con successo per l’elevazione morale altrui, se non è egli stesso un uomo moralmente buono. Noi non insegniamo solamente con la parola; insegniamo anche, e in modo assai penetrante, col nostro esempio. Sono particolarmente appropriate ai dotti le parole che il fondatore della religione cristiana rivolse ai suoi discepoli: Voi siete il sale della terra; se il sale perde la sua forza, con che cosa si salerà? Se la parte eletta della società umana è corrotta, dove si dovrà mai cercare il bene morale? Il dotto pertanto [...] deve essere l’uomo moralmente migliore del suo tempo; deve rappresentare con la sua persona il più alto grado di perfezione morale possibile a raggiungersi fino all’epoca sua».
5) Il dotto si presenta come sacerdote della verità e deve essere disposto anche a morire per la realizzazione della sua causa: «Io sono un sacerdote della verità; sono votato al suo servizio; mi sono obbligato a tutto fare, tutto osare, tutto soffrire per essa. Se dovessi anche essere perseguitato e odiato per causa sua, se dovessi anche morire in suo servizio, che cosa farei di straordinario, che cosa farei di più del mio dovere assoluto?».

Lorenzo Cortesi