GADAMER: I PREGIUDIZI

Chi si mette ad interpretare un testo
abbozza preliminarmente un significato del tutto

 

Se c’è qualcuno che più di tutti ha studiato il rapporto tra il soggetto interpretante e l’oggetto interpretato, questi è stato Hans Georg Gadamer, che ho avuto il piacere di incontrare personalmente, insieme ad alcuni miei alunni, negli anni Novanta all’Università statale di Milano. Oggi conservo gelosamente il suo autografo. Gadamer è scomparso nel 2002 alla bella età di 102 anni. Sulla questione relativa al ruolo dell’interpretazione soggettiva dei testi egli ha costruito una vera e propria filosofia. In Verità e metodo, la sua opera più importante, pubblicata la prima volta nel 1960, Gadamer ha detto che non ci si può avvicinare ad un testo senza pregiudizi, poiché la nostra mente non è un tabula rasa. Il pregiudizio che accompagna il ricercatore non è necessariamente un giudizio errato, come sostenevano la maggioranza degli illuministi e prima ancora i baconiani. Il pregiudizio è semplicemente una presupposizione cioè un giudizio previo, la cui legittimità dovrà essere messa alla prova e verificata. È normale che ognuno abbia dei pre-giudizi. Quando s’incontra una persona per la prima volta o si ha a che fare con un oggetto, una macchina, un testo che risultano sconosciuti, automaticamente scatta nel soggetto un pregiudizio. Ma se si vuole raggiungere la verità, o quanto meno avvicinarsi il più possibile ad essa, è necessario che il soggetto con i suoi pregiudizi si confronti seriamente con l’oggetto che ha di fronte. La struttura mentale del soggetto è sempre e comunque pregiudiziale. Ecco cosa diceva Gadamer a proposito: «Chi si mette ad interpretare un testo attua sempre un progetto. Sulla base del più immediato senso che il testo gli esibisce, egli abbozza preliminarmente un significato del tutto. Ed anche il senso più immediato il testo lo esibisce solo in quanto lo si legge con certe attese determinate. La precomprensione di ciò che si dà da comprendere consiste tutta nella elaborazione di questo progetto preliminare, che ovviamente viene continuamente riveduto in base a ciò che risulta dall’ulteriore penetrazione del testo». E poche pagine dopo aggiungeva: «Chi vuol comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso. Perciò una coscienza ermeneuticamente educata deve essere preliminarmente sensibile all’alterità del testo. Tale sensibilità non presuppone né un’obiettiva neutralità, né un oblio da se stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie pre-supposizioni e dei propri pre-giudizi». È il cosiddetto circolo ermeneutico, molto diverso dal circolo vizioso.

Ciò significa che se da una parte nel processo interpretativo l’oggetto di comprensione è già in qualche modo precompreso, dall’altra la precomprensione del soggetto deve lasciarsi continuamente modellare dall’oggetto. L’interprete non deve usare il testo come un pre-testo, perché parli solo lui. Ma deve proporre un senso dopo l’altro, affinché il testo appaia sempre più nella sua alterità. Da qui si può dedurre che il compito dello storico non si esaurisce mai, perché un’interpretazione adeguata fino ad oggi, è in grado domani di dimostrarsi scorretta o suscettibile di migliori interpretazioni. Infatti Gadamer diceva che «la messa in luce del senso vero contenuto in un testo o in una produzione artistica non giunge a un certo punto alla sua conclusione; è in realtà un processo infinito». L’interpretazione dei testi, dunque, è un’impresa senza fine.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è tratto dal mio libro Questioni di Storia]