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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

Archivio

Categoria: Heidegger

HEIDEGGER: LE LEZIONI DEL SEMESTRE 1920-21

sulla fenomemologia della religione 


                                                                                                                                                                                                 Nel semestre invernale 1920-21 Heidegger ha tenuto dei corsi sulla fenomenologia della religione: voleva verificare se la struttura concettuale della filosofia neoplatonica potesse rendere ragione dell’esperienza del cristianesimo delle origini. E per procedere in questa analisi Heidegger è partito da una riflessione sulle lettere di san Paolo.

1. Nella Prima Lettera ai Tessalonicesi san Paolo scrive che il ritorno di Cristo avverrà di notte, all’improvviso come un ladro. Secondo Heidegger ciò significa che il ritorno di Cristo non è collocabile in un futuro cronologico, che si può determinare quantitativamente, ma in momenti personali ed imprevedibili.

2. Nella Seconda Lettera ai Corinzi san Paolo parla di un pungolo nella carne: Heidegger sostiene che si tratti della consapevolezza della propria debolezza e della propria miseria, ed è proprio in una tale situazione di provvisorietà che Dio parla all’uomo.

Da qui Heidegger ha preso spunto per dire che le costruzioni filosofiche che hanno voluto interpretare il messaggio cristiano, alla fine lo hanno tradito perché lo hanno cristallizzato in categorie metafisiche. Sant’Agostino, ad esempio, ha introdotto nel cristianesimo quel dualismo neoplatonico, che non si ritrova in san Paolo e nella Chiesa delle origini. E così per quanto riguarda la concezione agostiniana della fruizione di Dio, intesa come il raggiungimento di un definitivo appagamento. Per l’esperienza cristiana delle origini l’incontro con il divino non si compie in una dimensione ultramondana, ma nel mondo, in uno stato di ricerca e perfino di angoscia. In definitiva con Agostino è iniziato il processo di razionalizzazione del cristianesimo.
Riprendendo alcuni passi della Prima Lettera ai Corinzi Heidegger ha messo a confronto la sapienza umana con la follia divina per dimostrare l’alterità che c’è tra il messaggio cristiano originario e il tentativo di razionalizzarlo.

Lorenzo Cortesi

HEIDEGGER: IL CONCETTO DI TEMPO NELLE SCIENZE STORICHE (1915)

la storia prende in considerazione
le obiettivazioni spirituali di maggior valore di ogni epoca 


Nel 1915 Martin Heidegger per completare il conseguimento della libera docenza, dopo il saggio sulla Dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto (che ho presentato ieri), ha dovuto tenere una lezione, dove ha trattato il seguente tema: Il concetto di tempo nella scienza della storia. Heidegger ha distinto tra scienze della natura e scienze storiche.

1. Nel Medioevo le scienze fisiche si prefiggevano di cogliere l’essenza delle cose e solo in misura limitata era presente l’aspetto della sperimentazione e il ricorso alla matematica come strumentazione. Con Galileo si abbandonò il tentar l’essenza e ci si concentrò sulla elaborazione delle leggi che regolano i fenomeni, sulla formulazione matematica e l’uniformità sperimentale. In questa visione fisica il tempo è pensato in maniera quantitativa. La funzione del tempo è quella di rendere possibile la misurazione del divenire. Il tempo è considerato come una serie di punti contigui, il cui inizio è semplicemente un punto preso arbitrariamente.

2. La scienza storica considera l’uomo non come un puro ente biologico, ma come un produttore di cultura. La storia prende in considerazione le obiettivazioni spirituali di maggior valore di ogni epoca, cioè quelle che hanno inciso in modo significativo. E le varie età della storia si differenziano qualitativamente, in base ai diversi contenuti culturali. Non esiste, però, una differenza totale: poiché si tratta sempre e comunque di obiettivazioni dello spirito, si deve ammettere un’originaria unità di fondo. Ogni evento non ha importanza per il posto che occupa nella successione cronologica degli anni, ma per i suoi contenuti culturali.

Lorenzo Cortesi

HEIDEGGER: LA DOTTRINA DELLE CATEGORIE
E DEL SIGNIFICATO IN DUNS SCOTO

lo spirito vivente è per essenza spirito storico   


                                                                                                                                                                                                                                              Nel 1915, per il conseguimento della libera docenza, Martin Heidegger ha scritto la Dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto (Die Kategorien-und Bedeutungslehre des Duns Scotus). Heidegger ha preso come punto di riferimento la Grammatica speculativa considerata una produzione di Duns Scoto, prima che Martin Grabmann ne documentasse l’attribuzione a Tommaso da Erfurt. Il saggio, come appare già nel titolo, è diviso in due parti: la prima è dedicata alla dottrina delle categorie, mentre la seconda tratta la dottrina dei significati.

Mi limito ad evidenziare la sezione conclusiva del saggio, dove Heidegger ha trattato della storicità dello spirito vivente, che per essenza è spirito storico. La considerazione della storia – secondo Heidegger – deve intervenire a precisare ulteriormente il problema delle categorie, rendendolo meno statico e schematico. L’interesse per la storia assume un rilievo determinante ed emerge come elemento essenziale della riflessione filosofica.

Lorenzo Cortesi

HEIDEGGER: IL PROBLEMA DELLA REALTÀ NELLA FILOSOFIA MODERNA (1912)

È possibile porre una realtà in sé?
È possibile conoscere la realtà e definirla?


                                                                                                                                                                                                 Nel 1912 il giovanissimo Martin Heidegger pubblicò sulla rivista Philosophisches Jahrbuch, uno studio intitolato Il problema della realtà nella filosofia moderna (Realitätsproblem in der modernen Philosophie). Il testo non è molto noto, ma vale la pena prenderlo in considerazione perché vi si ritrova già quell’interesse per l’ontologia, molto caro a Heidegger.

Fino a Berkeley non è mai stata messa in discussione l’esistenza di una realtà indipendentemente dalla coscienza. Secondo Berkeley, invece, l’essere si identifica con il suo essere percepito (ma dal punti di vista psicologico egli rimane un realista, perché afferma l’esistenza reale della pluralità di spiriti individuali). Hume, ancora più radicale, ha spezzato l’unità del soggetto conoscente, riducendolo ad un mero fascio di sensazioni. Kant ha fatto una concessione al realismo, quando ha affermato che esiste una realtà in sé (noumeno), ma ha anche precisato che il soggetto non può conoscerla e deve accontentarsi del fenomeno. Hegel ha dimostrato che dal soggetto non dipende solo la conoscenza dell’oggetto, ma la sua stessa realtà. Come reazione all’idealismo hegeliano sono sorte diverse scuole neokantiane. Heidegger ha individuato all’interno di esse due posizioni dominanti a livello psicologico: il coscienzialismo (che dissolve l’oggetto nell’attività della coscienza) e il fenomenismo (che sostiene la sola conoscenza del fenomeno e dell’impossibilità di giungere alla conoscenza della cosa in sé).

L’interrogativo – secondo Heidegger – è duplice:
1. È possibile porre una realtà in sé? Heidegger ha affermato che c’è una realtà in sé, indipendentemente dalla coscienza e ha giustificato questa posizione, polemizzando con tre tesi del coscienzialismo (qui non mi addentro nella presentazione delle tre tesi e nelle dirette critiche di Heidegger).

2. È possibile conoscere la realtà e definirla? Secondo Heidegger questo è possibile grazie alla collaborazione tra esperienza e pensiero, tra empirismo e razionalismo. La definizione adeguata del reale rimane, però, anche per Heidegger, una meta ideale e non potrà mai essere completamente raggiunta.

Lorenzo Cortesi

 

 

HUSSERL, HEIDEGGER E LA FENOMENOLOGIA

offenbar solches, was sich zunächst und zumeist gerade nicht zeigt,
was gegenüber dem, was sich zunächst und zumeist zeigt, verborgen ist,
aber zugleich etwas ist, was wesenhaft zu dem,
was sich zunächst und zumeist zeigt, gehört, so zwar,
daß es seinen Sinn und Grund ausmacht

 

                                                                                                                                                                                                                     Il termine fenomenologia fu usato per la prima volta nel 1764 da Johann Heinrich Lambert, un filosofo illuminista tedesco, e in seguito da Kant, Hegel e Husserl. Ma con Husserl fenomenologia ha un significato del tutto diverso da quello implicito in termini come teologia, sociologia, biologia, ecc. Questi designano gli oggetti della relativa scienza, mentre fenomenologia non denota, in Husserl, l’oggetto della ricerca. La fenomenologia coincide con la filosofia stessa ed è corrisponde ad una metodologia, grazie alla quale si descrive ciò che propriamente è dato, ciò che è manifesto (fenomeno). Come ho già anticipato nell’articolo di ieri, la fenomenologia può essere definita con il motto zu den Sachen selbst, ossia una sorta di analisi rivolta alle cose stesse, verso ciò che appare e si manifesta in se stesso, cioè il fenomeno.

Il fenomeno, però, non va inteso alla maniera kantiana, come contrapposto al noumeno. Il fenomeno è ciò che si dà alla mia coscienza, ciò che appare, ciò che si manifesta nei limiti in cui si manifesta, senza nessuna pretesa di dire qualcosa di più di quello che si manifesta, senza dover sviscerare il manifesto, cioè il dato, per scoprire ciò che non è dato scoprire. In un certo senso il fenomeno, inteso alla maniera husserliana, è più ricco e più pregnante di quello kantiano, perché coincide con l’eidos, con l’essenza stessa.

Heidegger nell’opera Sein und Zeit ha definito il fenomeno in questo modo: «Si tratterà evidentemente di qualcosa che innanzitutto e per lo più non si manifesta, di qualcosa che resta nascosto rispetto a ciò che si manifesta innanzitutto e per lo più e nel contempo di qualcosa che appartiene, in linea essenziale, a ciò che si manifesta innanzitutto e per lo più, in modo da esprimerne il senso e il fondamento» (Offenbar solches, was sich zunächst und zumeist gerade nicht zeigt, was gegenüber dem, was sich zunächst und zumeist zeigt, verborgen ist, aber zugleich etwas ist, was wesenhaft zu dem, was sich zunächst und zumeist zeigt, gehört, so zwar, daß es seinen Sinn und Grund ausmacht).

In altre parole, il significato dell’espressione di Heidegger potrebbe essere questo: il dato di fatto è «ciò che si manifesta innanzitutto e per lo più»; il fenomeno, l’eidos (che per Heidegger è l’essere) è «ciò che innanzitutto e per lo più non si manifesta», ma è connesso a «ciò che si manifesta innanzitutto e per lo più, in moda da esprimerne il senso e il fondamento».

Lorenzo Cortesi

 

HUSSERL: LA FENOMENOLOGIA SIAMO IO,
HEIDEGGER E NESSUN ALTRO

zu den Sachen selbst!

Husserl e Heidegger - 1921

 

Martin Heidegger non è stato allievo solo di Edmund Husserl. È ovvio. Ha avuto molti altri maestri che hanno influito su di lui, tra i quali i neokantiani Heinrich Rickert e Emil Lask. Tuttavia il rapporto con Husserl ha una valenza privilegiata. Infatti Heidegger, nell’opera Essere e tempo (Sein und Zeit), che tra l’altro è dedicata proprio a Husserl, ha seguito quel metodo fenomenologico che il suo maestro aveva elaborato.

La fedeltà a Husserl fu, comunque, molto critica, soprattutto per quanto riguardava il modo di intendere la fenomenologia. Nel 1927 a Husserl fu chiesto di scrivere un articolo sulla fenomenologia, da pubblicare sull’Enciclopedia britannica. E Husserl si rivolse a Heidegger per una collaborazione. La disparità di vedute tra i due, sul significato di fenomenologia, emerse chiaramente quando confrontarono gli appunti dei loro rispettivi elaborati. E pensare che Husserl, all’inizio degli anni Venti, aveva detto: «La fenomenologia siamo io, Heidegger e nessun altro».

Entrambi i filosofi hanno sostenuto che la filosofia deve presentarsi come analisi descrittiva per portare alla luce il vero immediato, nascosto nell’atteggiamento naturale. E per realizzare ciò occorreva instaurare un processo fenomenologico che andasse oltre ciò che appare immediato, per arrivare al vero immediato, sempre presente, anche se velato dall’ovvietà dell’atteggiamento naturale.

Il motto che, secondo Heidegger, riassume il metodo fenomenologico è il seguente: «Zu den Sachen selbst!». Ed è stato ricavato dall’espressione husserliana: «Wir wollen auf die Sachen selbst zurückgehen». Ma Heidegger si è dimostrato critico nei confronti del significato che Husserl attribuiva a tale espressione.

La differenza sostanziale consisteva nel fatto che per Husserl la fenomenologia coincideva con la filosofia stessa e mirava all’indagine della coscienza, cioè della soggettività (non empirica, ma trascendentale). Per Heidegger, invece, la fenomenologia doveva essere il metodo attraverso il quale la filosofia potesse indagare l’essere. Ecco cosa diceva espressamente Heidegger: «La filosofia cerca la chiarificazione dell’essere attraverso una riflessione sul pensiero dell’ente […]. La fenomenologia trascendentale è la fondamentale  chiarificazione della necessità del ritorno alla coscienza, la radicale ed esplicita determinazione del cammino e del procedimento di questo ritorno […]. La fenomenologia trascendentale è a servizio della problematica filosofica dominante, cioè del problema del senso dell’essere». Qui si percepiscono già quell’espressioni molto ricorrenti in Essere e tempo.

Lorenzo Cortesi

 

HEIDEGGER COMMENTA UN DETTO DI ERACLITO

ethos anthròpos daimon

Martin Heidegger in der Schwarzwald

Aristotele ha dedicato una sezione intera del suo libro Le parti degli animali all’analisi delle opere meravigliose compiute dalla natura. Ogni aspetto della struttura anatomica degli animali, ad esempio, anche quello che a noi sembra inutile e perfino repellente, ha una sua funzione; nessun particolare è insignificante perché vada trascurato. E per chiarire questo concetto Aristotele ha raccontato un episodio che mette in un luce un aspetto della figura di Eraclito di Efeso, contribuendo ad accrescerne il fascino.

Ecco la testimonianza tramandataci da Aristotele: «E come Eraclito, a quanto si racconta, parlò a quegli stranieri che desideravano rendergli visita, ma che una volta entrati, si arrestarono sorpresi vedendo che si scaldava presso la stufa di cucina (li invitò ad entrare senza esitare: anche qui — disse — vi sono dèi), così occorre affrontare senza disgusto l’indagine su ognuno degli animali, giacché in tutti v’è qualcosa di naturale e di bello». Nel contesto proprio della nostra riflessione non ci interessa il rimando che viene fatto a quel qualcosa di naturale e di bello del regno animale. A noi preme piuttosto concentrarci sul termine di paragone, cioè su un Eraclito infreddolito che si scalda in cucina e sulla delusione che compare nel volto dei visitatori stranieri, che erano giunti ad Efeso, dopo un lungo viaggio, carichi di molte attese. Essi speravano di poter incontrare Eraclito in un momento solenne, intento a pensare – come ha commentato Martin Heidegger in Lettera sull’Umanismo (1949) – «sprofondato in una meditazione profonda», ma non perché a loro importi qualcosa del pensiero. Gli stranieri sono animati dalla pura curiosità di ascoltare e di vedere, per poi raccontare di aver ascoltato la viva voce di Eraclito, di averlo visto di persona e, forse, di averlo perfino toccato. Ma tutto questo non si realizza e le aspettative degli stranieri si infrangono piuttosto nella visione di un Eraclito che sta in cucina presso il forno,  non a cuore il pane, bensì solo a riscaldarsi. «Lo spettacolo di un pensatore infreddolito – ha scritto Heidegger – non offre molto di interessante. Di fronte a questo spettacolo deludente, i curiosi perdono subito la voglia di avvicinarsi di più. Cosa devono fare lì? Questa situazione quotidiana e priva di fascino, cioè che uno abbia freddo e stia vicino al fuoco, ognuno la può trovare in qualsiasi momento a casa propria. A che scopo dunque andare a far visita a un pensatore? I visitatori si accingono ad andarsene. Eraclito legge nei loro volti la curiosità delusa, si rende conto che per quella gente già il non verificarsi della sensazione attesa è sufficiente a far loro riprendere la via del ritorno, nonostante siano appena arrivati. Perciò egli fa loro coraggio e li invita espressamente ad entrare con queste parole: gli dei sono presenti anche qui. Queste parole pongono il soggiorno del pensatore e il suo fare in un’altra luce, il racconto non dice se i visitatori abbiano capito subito queste parole […]. Ma che questa storia sia stata narrata e tramandata fino a noi dipende dal fatto che ciò che essa racconta proviene dall’atmosfera di questo pensatore e la caratterizza; anche qui, al forno, in questo luogo abituale, dove ogni cosa e ogni circostanza, ogni fare e ogni pensare è familiare e corrente, ciò solito, persino qui, nell’ambito di ciò che è solito, gli dei sono presenti». Il filosofo in cucina che si scalda presso il forno non presenta tratti particolarmente straordinari. Ma è proprio lì, nelle situazioni più comuni e perfino banali della vita quotidiana, che l’uomo può fare esperienza dello straordinario e del divino.

In questo senso si capisce anche il messaggio che – sempre Eraclito – ha affidato ad un brevissimo aforisma di sole tre parole: «ethos anthròpos daimon». Heidegger, in linea con quanto si è detto fin qui, ha tradotto la sentenza eraclitea in questo modo: «Il soggiorno (solito) è per l’uomo l’ambito aperto alla presenza del dio (l’insolito)». E questo dice tutto sulla possibilità per ogni uomo di incontrare il divino nelle situazioni più ordinarie della sua esistenza

Lorenzo Cortesi

 

HOMO PERCHÈ FATTO DI HUMUS

Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris

Trionfo della morte - Clusone (sec. XV)

 

Riprendo il collegamento tra homo e humus, con il sottinteso rimando all’umiltà (humilitas), e lo faccio proponendo quella pagina che Martin Heidegger ci ha lasciato nella sua opera Essere Tempo. Si tratta di un antico mito rilanciato dallo storico Konrad Burdach (1859-1936). Ecco cosa si legge: «La Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice, il quale comunicò la seguente giusta decisione: Tu Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra che hai dati il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura, per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo, poiché è fatto di humus».

Questo mito è molto simile a quell’antichissimo racconto della Genesi dove, secondo la tradizione jahvista, si dice che Dio abbia creato il primo uomo plasmandolo con il fango: «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato» (Gen 2,4b-8). La tradizione sacerdotale, invece, più recente rispetto a quella jahvista, parla della creazione secondo lo schema settenario; secondo questa versione l’uomo viene creato, dal nulla, cioè dalla semplice voce di Dio, nel sesto giorno, prima del risposo sabbatico.

Il mito riscoperto da Burdach e il mito del racconto jahvista concordano nel presentare l’uomo come un essere fatto di humus, nel quale è stato soffiato lo spirito di vita. Per questo – come ho scritto l’altro giorno -  l’homo non può non essere umile, ne va della sua stessa essenza. Perciò è bene non dimenticare l’antico detto latino: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. L’espressione è stata coniata a partire dalla parole che Dio ha rivolto ad Adamo ed Eva, quando li cacciò dall’Eden: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen 3,19).

Lorenzo Cortesi

HEIDEGGER IN TODTNAUBERG

Unterwegs zur Sprache

Todtnauberg, 11 settembre 2013

                                                                                                                                                                                                                                                             Wälder lagern
Bäche stürzen
Felsen dauern
Regen rinnt.
                                                                                                                                                                                                                                                                Fluren warten
Brunnen quellen
Winde wohnen
Segen sinnt.
(Martin Heidegger)
                                                                                                                                                                                                                                                        Un piacevole ricordo della camminata in Todtnauberg (Schwarzwald),
luogo molto caro a Martin Heidegger.
Là c’è ancora la sua Hütte, meta di pellegrini del pensiero.
Là ho riflettuto sull’efficacia della poesia (Macht der Dichtung)
Là ho esperimentato il senso di Holzwege.
                                                                                                                                                                                                                                                  Lorenzo Cortesi