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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

Archivio

Categoria: Lutero

LUTERO: LA MORTE

lascio questo mondo
in uno stato di sofferenza ed angoscia 


Martin Lutero e Katharina von Bora

All’inizio del 1546 Lutero si trasferì da Wittenberg a Eisleben, la sua città natale, che divenne anche quella della sua morte. Negli ultimi giorni della sua vita Lutero si intratteneva sovente a parlare della morte con alcuni amici. La moglie Katharina von Bora (ex suora) era preoccupata per il suo stato di salute. Il 17 febbraio si mostrò molto agitato per un dolore al ventre, ma poi, sentendosi sollevato parlò molto, mangiò e bevve come al solito. Ma poco dopo si sentì nuovamente male. Furono chiamati due medici. Ma non c’era più nulla da fare. Lutero mormorò: «Dio mio, in quali sofferenze ed angosce lascio questo mondo!». Poi ringraziò Dio di avergli rivelato suo Figlio Gesù. Gli amici gli chiesero se moriva fedele alla sua dottrina. E Lutero rispose: «Sì!». Non disse altro e spirò alle tre del mattino del 18 febbraio 1546. Aveva 63 anni.

Dal matrimonio di Lutero con Katharina sono nati 6 figli: Johannes (Hans), Elizabeth, Magdalena, Martin, Paul e Margarethe. La coppia adottò inoltre quattro orfani, tra cui il nipote di Katharina, Fabian. Johannes (Hans) studiò legge, Martin teologia e Paul medicina. La discendenza maschile di Lutero continuò con Paul, che ebbe sette figli, ma si estinse nel 1759. L’unica discendenza che è continuata è quella per via femminile con Margarethe. Il presidente tedesco von Hindenburg (1847-1934), al quale subentrò Hitler, era un suo discendente.

Lorenzo Cortesi

 

LUTERO: LA BIBBIA TEDESCA

    la Bibbia dovrebbe trovarsi giorno e notte tra le mani di un uomo pio  

 

Prima Edizione della Bibbia di Lutero in tedesco (1534)

 

Lutero iniziò a lavorare alla traduzione della Bibbia in tedesco durante il soggiorno nel castello di Wartburg nel 1521. L’opera fu pubblicata gradualmente ad iniziare dal Nuovo Testamento (1522). L’edizione completa della Bibbia in tedesco vide la luce nel 1534.

Spesse volte Lutero si era lamentato del fatto che la Bibbia fosse un testo sconosciuto alla chiesa cattolica. Ecco cosa ha detto a proposito: «La Bibbia che per le sue molteplici ed infinite utilità, avrebbe dovuto trovarsi giorno e notte tra le mani di un uomo pio […] giaceva sepolta sotto i banchi tra la polvere ed era caduta nell’oblio universale». E in un’altra occasione (1538) Lutero lamentò che «trent’anni fa nessuno leggeva la Bibbia e questa era ignota a tutti».

Lo storico gesuita De Moreau ha affermato che Lutero ha falsato la realtà: «Dall’invenzione della stampa al 1520 conosciamo non meno di centocinquantasei edizioni latine complete dei Libri santi e se consideriamo soltanto le traduzioni in tedesco troviamo che, nel medesimo periodo, esistevano diciassette versioni complete. A queste bisogna aggiungere i manoscritti, che un autore ha contato in numero di duecentodue per la Germania. Essi riportavano la versione di tutta la Bibbia o soltanto di parti di essa. Ma è innegabile che il riformatore contribuì a diffondere maggiormente nel suo paese la conoscenza della Scrittura che divenne, grazie alla sua traduzione, il tesoro di ogni focolare».

La traduzione della Bibbia in tedesco comportò per Lutero un approfondimento delle lingue bibliche, cioè ebraico e greco. Lutero possedeva meglio l’ebraico del greco. Con lui collaborarono Melantone, Spalatino, Aurogallo (un professore di ebraico a Wittenberg).

Il 21 settembre 1522 furono stampate tremila copia della traduzione del Nuovo Testamento, senza nome del traduttore e dell’editore. Le copie furono presto esaurite e si dovette procedere ad altre edizioni. Fino al 1537 vennero fatte sedici edizioni a Wittenberg e più di cinquanta per tutta la Germania. E così per tutti i libri della Bibbia, pubblicati prima separatamente (in blocchi) e poi nell’edizione completa (1534): fu un vero successo. Lutero si sentì incoraggiato a migliorare sempre di più la traduzione, con collaborazione di alcuni dotti. L’edizione più notevole, l’ultima che vide la luce prima della morte di Lutero, è del 1545. Per tutto il tempo in cui visse Lutero ci furono ottantaquattro edizioni originali e duecentocinquantatre fatte sul modello di queste.
La Bibbia in tedesco era accompagnata da alcune illustrazioni di Cranach il Vecchio.

Lo stile che Lutero usava nella traduzione della Bibbia era eccellente. De Moreau ha detto: «Una qualità contribuì molto a rendere popolare la Bibbia luterana, e fu la perfezione della sua lingua. Una traduzione troppo letteraria appesantiva le traduzioni precedenti, le quali, tra l’altro, aderivano al testo latino della Vulgata, mentre invece Lutero, seguendo la corrente umanistica del suo tempo, si sforzò di rendere ovunque il testo originale. Come nelle altre sue opere, il riformatore congiunge qui, purificandoli, il tedesco letterario allo stile della cancelleria sassone coltivato fin dal XIV secolo. Esercitò così un’influenza veramente positiva sullo sviluppo della lingua nazionale e favorì molto la sua diffusione. Si aggiunga che egli si impegna non solo a parlare con correttezza, ma anche con chiarezza e in modo tale da farsi capire dal popolo. Tant’è che respinse talune espressioni che gli erano state proposte, con questa osservazione: nessun tedesco parla così».

Inoltre Lutero contribuì all’alfabetizzazione della popolazione tedesca. Ogni cristiano doveva leggere direttamente la Bibbia, quale testo normativo per la fede, senza bisogno di intermediari, perché  in forza del sacramento del battesimo, tutti i cristiani sono sacerdoti. È il principio luterano della sola Scriptura e del sacerdozio universale dei fedeli. Ma per realizzare questo obiettivo era necessario che tutti imparassero a leggere.

L’amore per la Bibbia è una caratteristica propria degli umanisti d’Oltralpe a cominciare da Erasmo da Rotterdam, che nel 1516 pubblicò l’edizione critica del Nuovo Testamento.

Lorenzo Cortesi

 

LUTERO: LE OPERE

predicatore, esegeta, polemista 


 

Gli scritti di Lutero si possono dividere in tre gruppi (tralasciando quei piccoli trattati che erano destinati ai fedeli, come ad esempio sui dieci comandamenti, sul Padre nostro, sul modo di confessarsi, ecc).

  1. Le prediche. Lutero predicava spesso e volentieri; in alcuni casi anche più volte al giorno. E quando non poteva farlo in pubblico, predicava in casa sua. Lutero era un sostenitore della predicazione popolare, comprensibile, adatta a tutte le età: «Come una madre che calma i suoi piccoli, dà loro il poppatoio, gioca con essi, fa loro succhiare il latte del suo seno, e non offre loro come bevanda il vino o la malvasia, così devono fare i predicatori».
  2. I commenti alla Bibbia. In qualità di teologo e di biblista Lutero si è occupato soprattutto dell’Antico Testamento. Mentre all’interpretazione dei libri del Nuovo Testamento dedicò solo tre o quattro anni della sua attività di docente, ai libri dell’Antico Testamento destinò ventotto anni.
  3. Gli scritti polemici. Sono quelli che ho già ricordato negli articoli precedenti su Lutero: Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, La cattività babilonese della chiesa, La libertà del cristiano, De servo arbitrio, ecc.

Lorenzo Cortesi

 

 

 

LUTERO E L’ORIGINE DEL NOME “PROTESTANTE”

la dieta di Spira (1529)


Lutero - Opera di Cranach il Vecchio (1522)

Il nome protestante con il quale si indicano spesso anche oggi (in modo inappropriato) coloro che hanno abbracciato la Riforma, è nato a conclusione della dieta di Spira del 1529 (l’anno prima della dieta di Augusta, di cui ho già parlato il 5 novembre). Lutero, in quanto bandito dall’impero, non fu mai presente alle diete che trattavano le questione relative alla Riforma.

Alla dieta di Spira del 1529, dove c’era una prevalenza di cattolici, venne ripresa la condanna espressa a Worms contro lo spirito religioso luterano. Inoltre, ai principi che avevano abbracciato la nuova confessione religiosa, venne proibito di secolarizzare le proprietà della chiesa. Giovanni di Sassonia, Filippo d’Assia, Giorgio di Brandeburgo, Ernesto di Lüneberg, Wolfgang d’Anhalt e quattordici città libere sottoscrissero un documento di protesta (protestatio) contro le decisioni della dieta. La nuova religione aveva trovato il suo nome. Nessuno di coloro che aveva seguito Lutero voleva essere chiamato luterano, né tanto meno protestante. I riformati, anche oggi, si definiscono evangelici.

Lorenzo Cortesi

 

 

LUTERO: LA DIETA DI WORMS

e il soggiorno a Wartburg 


Lutero alla dieta di Worms

 

Dopo essere stato scomunicato dal papa Leone X,  Lutero avrebbe dovuto essere bandito anche dall’impero, in conformità al diritto medioevale. Ma Lutero era diventato il simbolo della Germania più estremista e più contestatrice e non poteva essere liquidato troppo in fretta. Su suggerimento del principe di Sassonia, Federico il Savio, che diventò il protettore di Lutero, il ventunenne imperatore Carlo V decise di incontrare il monaco ribelle durante la dieta di Worms del 1521. I lavori della dieta iniziarono il 6 gennaio. Il caso Lutero venne affrontato il 16 aprile. Lutero arrivò a Worms scortato da un centinaio di cavalieri e il 17 aprile fu convocato davanti all’imperatore. L’incaricato della conduzione dell’interrogatorio fu un certo Johannes Ecken, ufficiale di curia dell’arcivescovo di Treviri e professore di diritto, ma non era preparato teologicamente. A Lutero furono rivolte due domande: Riconosceva come suoi i libri che gli presentavano? Era pronto a ritrattare la dottrina che si trovava in quei libri? Lutero chiese un giorno di tempo per riflettere e preparare la risposta.

Il giorno dopo Lutero lesse un discorso, che aveva preparato con cura: noi suoi scritti non c’era nulla di biasimevole, per cui non doveva ritrattare quanto aveva scritto. Lutero terminò con queste parole: «Non posso e non voglio ritrattarmi, perché non è né sicuro né sincero agire contro la propria coscienza. Che Dio m’aiuti! Amen». Il 26 aprile Lutero lasciò Worms. L’8 maggio venne resa pubblica la messa al bando dall’impero. Nessuno poteva dargli ospitalità e se qualcuno lo avesse incontrato, avrebbe dovuto segnalarlo all’autorità imperiale. Nonostante queste decisioni Lutero dimorò in Germania e visse in pace fino al termine dei suoi giorni.

Il 4 maggio Federico il Savio, simulando un rapimento, fece portare Lutero nel suo castello di Wartburg, per proteggerlo da possibili aggressioni. Là Lutero trascorse 18 mesi sotto il nome di cavaliere Giorgio, mentre molti si chiedevano che fine avesse fatto. Il periodo trascorso a Wartburg per Lutero fu assai fecondo. Iniziò a tradurre la Bibbia in tedesco e scrisse parecchie opere.

In Discorsi a tavola Lutero raccontò che in quel castello di Wartburg, che chiamò la sua Patmos (allusione all’esilio di san Giovanni), subì numerosi attacchi da parte del demonio che una sera gli si presentò nelle sembianze di un cane. Ma Lutero lo afferrò e lo gettò dalla finestra. Secondo la leggenda Lutero avrebbe scagliato più volte il suo calamaio contro il demonio. Nel castello di Wartburg vengono mostrate ai turisti le macchie di inchiostro che si trovano sulle pareti, a conferma di questi scontri violenti con il demonio. Ma Lutero raccontò che ebbe anche delle visioni celesti, a conferma che la sua dottrina non era affatto lontana da quanto Cristo aveva insegnato.

Lorenzo Cortesi

 

LUTERO: LA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE

Turmerlebnis


Convento agostiniano di Wittenberg

In Discorsi a tavola (Tischreden), opera pubblicata postuma nel 1566, Lutero ha narrato un episodio che ha illuminato e trasformato la sua vita. Si tratta della cosiddetta esperienza della torre (Turmerlebnis), collocabile probabilmente tra il 1512 e il 1514. Lutero si trovava in una stanza della torre del convento di Wittenberg, quando, meditando su un passo delle lettera di san Paolo ai Romani, fece la scoperta della misericordia di Dio, cioè della giustizia divina, intesa come giustificazione. Giustificare significa letteralmente rendere giusto (justum facere)  gratuita dell’uomo peccatore. Secondo alcuni storici l’esperienza della torre segna già l’inizio della riforma.
Ecco come Lutero nel 1545 nella prefazione alle sue opere ha descritto quell’avvenimento:

«In quell’anno io avevo iniziato, per la seconda volta, l’interpretazione dei Salmi e contavo di essere meglio preparato, avendo commentato nel frattempo, nei miei corsi le epistole di san Paolo ai Romani, ai Galati e agli Ebrei. Già da tempo io bruciavo dal gran desiderio di comprendere l’epistola di san Paolo ai Romani, ma fino ad allora vi si era opposta una sola espressione del primo capitolo: Justitia Dei in eo revelatur. Questa espressione io la odiavo perché, seguendo l’uso e il costume di tutti i dottori, io avevo imparato a spiegarmela filosoficamente nel senso della giustizia che essi chiamano formale o attiva, con la quale Dio è giusto e punisce i peccatori e i non-giusti. Ed io che, alla fin fine, mi comportavo da monaco irreprensibile, mi sentivo invece peccatore davanti a Dio, mi sentivo una coscienza molto inquieta e non riuscivo a trovare pace nelle opere soddisfattorie. Così non solo non amavo, ma anche odiavo quel Dio giusto che punisce i peccatori e, se non lo bestemmiavo in segreto, mi sentivo in preda all’indignazione e mormoravo parole violente contro di lui […]. Finalmente  Dio ebbe pietà di me. Mentre, meditando giorno e notte, io esaminavo il concatenamento di queste parole la giustizia di Dio si rivela nel Vangelo come sta scritto: il giusto vive di fede, ho cominciato a capire che qui la giustizia di Dio significa quella per la quale il giusto vive per dono di Dio, cioè per la fede. Il significato della frase è dunque questo: il Vangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma quella passiva, per la quale, per mezzo della fede, Dio pieno di misericordia, ci giustifica secondo quanto sta scritto:  il giusto vive di fede. Subito mi sentii rinascere e mi sembrò di essere entrato per le porte spalancate del paradiso stesso. Da quel momento tutta la Scrittura assunse ai miei occhi un aspetto nuovo. Percorsi in seguito i testi sacri, come li ricordavo, e riunivo altri termini che bisognava spiegare in modo analogo, ad esempio opus Dei, ossia ciò che Dio opera in noi, la virtù di Dio che ci dà forza, la saggezza di Dio con la quale ci rende saggi, la forza di Dio, la salvezza di Dio, la gloria di Dio».

Lorenzo Cortesi

LUTERO: LA CATTIVITÀ BABILONESE DELLA CHIESA

la dottrina dei sacramenti  


Martin Lutero di Cranach il Vecchio - 1528

 

Con l’opera De captivitate babylonica ecclesiae praeludium, pubblicata nel 1520, Lutero si è rivolto soprattutto ai teologi, per presentare la situazione di prigionia in cui versa la chiesa (da qui il riferimento alla cattività babilonese esperimentata dal popolo ebraico). La tesi di fondo è la seguente: i sacramenti non sono riti magici che producono un effetto indipendentemente dalla fede di chi li celebra o li riceve. Senza il primato della fede nella Parola salvifica di Dio, i sacramenti sono sacrileghe superstizioni. Riprendendo la distinzione medioevale tra opus operatum e opus operantis, Lutero ha detto che l’opus operatum (cioè l’azione sacramentale in se stessa) deve diventare opus operantis (cioè azione compiuta nella fede da parte del ministro del sacramento).

Lutero in questo scritto riconosceva come sacramenti sono il battesimo, la sacra cena (ovvero l’eucaristia) e la penitenza: «Per me non esiste alcun altro sacramento; esiste un sacramento solo là dove si presenta un’esplicita promessa divina». Secondo Lutero degli altri quattro sacramenti (cresima, matrimonio, sacerdozio e unzione degli infermi) non c’è alcun fondamento biblico.

Per quanto riguarda il sacerdozio, Lutero sosteneva che in forza del battesimo tutti i cristiani sono sacerdoti, come dice la Scrittura: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa » (1 Pt 2,9).  Da qui consegue la dottrina del libero esame: se tutti i battezzati sono sacerdoti, è possibile la lettura diretta della Scrittura senza la mediazione di una classe sacerdotale. La differenza tra i laici e i pastori della comunità non è di grado, ma solo funzionale. I pastori sono semplici funzionari, preposti alla guida delle assemblee comunitarie.

Per quanto concerne l’eucaristia Lutero ha parlato di una triplice prigionia: il rifiuto della seconda specie (il vino) ai fedeli; la dottrina della transustanziazione che dovrebbe essere una semplice ipotesi e non un dogma di fede; l’idea che l’eucaristia sia un sacrificio o un’opera umana, piuttosto che un dono divino. Per quanto riguarda l’uso lingua nella celebrazione della sacra cena, Lutero preferì mantenere il latino. In uno scritto del 1526, Messa tedesca e ordine del servizio divino, Lutero ha detto espressamente che per timore di scandalizzare i deboli si può continuare ad usare la lingua latina. Tuttavia la lingua volgare rende più semplice la comprensione del rito eucaristico da parte del popolo.

Per quanto riguarda il battesimo Lutero ha affermato che non è tanto l’acqua che lava il peccato, ma la fede di chi si fa battezzare o la fede dei genitori e dei padrini se il battezzato è ancora piccolo. Il battesimo è un simbolo della morte e della risurrezione: mediante la fede anche nel battezzato si realizza una sorta di risurrezione, una rinascita alla vita nuova. Non è l’acqua che opera la trasformazione, ma la fede nella Parola di Dio unita all’acqua.

Per quanto riguarda la penitenza o confessione Lutero ha sostenuto che non è un elenco di peccati, ma la fede nella promessa del perdono. Il confessore si limita a consolare e ad incoraggiare il penitente. Chi perdona è solo Cristo. Da parte del fedele si richiede la fede nel gesto salvifico di Cristo. Ecco cosa ha scritto Lutero a questo proposito: «Nel sacramento della penitenza e nella remissione della colpa nulla di più fa il papa e un vescovo di quello che fa l’ultimo prete, anzi dove non vi è un prete, lo fa altrettanto qualsiasi cristiano, fosse egli pure un bambino o una donna. Un cristiano qualsiasi, infatti, che ti dicesse Dio ti perdona i tuoi peccati, sempre che tu potessi coglierne la parola con ferma fede, come se ti parlasse Dio, nella fede medesima tu puoi essere certo di essere assolto. Ogni cosa dipende, quindi, assolutamente dalla fede nella Parola di Dio».

Successivamente la penitenza è stata messa da parte e i sacramenti per i luterani sono solo due: battesimo e sacra cena.

Lorenzo Cortesi

 

LUTERO: LA LIBERTÀ DEL CRISTIANO

esposizione ideale della vita cristiana 


 

La libertà del cristiano di Martin Lutero, opera edita nel 1520, è una esposizione dell’ideale della vita cristiana. È sicuramente, da sempre, lo scritto più letto di Lutero. Riprendendo un’espressione dialettica di san Paolo, Lutero ha detto che «un cristiano è libero signore di tutte le cose e non è sottomesso a nessuno», ma nello stesso tempo «un cristiano è uno schiavo al servizio di tutte le cose ed è sottomesso a chiunque».
Tutto questo si capisce se tiene conto della distinzione tra la natura interiore spirituale e la natura esterna corporea dell’uomo. In forza della promessa divina l’uomo è interiormente libero, ma nello stesso tempo è tenuto a dar conto della sua fede attraverso le buone opere, mettendosi a servizio del prossimo.

Giovanni Miegge (1900-1961), che curato diverse edizioni italiane delle opere di Lutero, ha affermato che «lo scritto, di intento conciliativo, presenta la dottrina luterana nel suo più bello equilibrio». Si tratta di una «chiara e serena sintesi del pensiero luterano».

Lo scritto è indirizzato ufficialmente al papa Leone X, ma di fatto è destinato a tutto il popolo.

Lorenzo Cortesi

 

 

LUTERO: ALLA NOBILTÀ CRISTIANA DI NAZIONE TEDESCA

l’abbattimento di tre muri 


La prima pagina dell'edizione originale

 

Nel 1520, poco prima che la scomunica divenisse effettiva, Lutero scrisse Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca. Si tratta di un opuscolo indirizzata a Carlo V (il nuovo imperatore) e ai principi tedeschi, contro la tirannia della curia romana.

Lutero si era proposto di abbattere tre muri:
1. Il potere spirituale è superiore a quello temporale.
2. Solo al papa spetta l’interpretazione definitiva delle Sacre Scritture.
3. Solo al papa spetta il diritto di convocare il concilio.

Lorenzo Cortesi

 

 

LUTERO E MELANTONE

la confessio augustana 

 

Lutero e Melantone - Cranach il Vecchio

 

Phillip Schwartzerd, italianizzato in Filippo Melantone (traduzione in greco del suo cognome tedesco: terra-nera)  è nato nel 1497 ed è morto nel 1560. Egli durante la dieta di Augusta del 1530, rappresentò la posizione riformata. Lutero, scomunicato e bandito dall’impero, non poteva parteciparvi.

Erasmo da Rotterdam, che seguiva da lontano gli sviluppi della dieta di Augusta, invitava con lettere accorate Melantone, affinché scendesse al compromesso con la Chiesa di Roma in vista di una riconciliazione. Ma invano, perché le pressioni esterne di Lutero ebbero la meglio. Melantone era, comunque, un uomo equilibrato e si impegnò a presentare la teologia luterana in una forma il più possibile moderata e sistematica, smussandone le asperità. Melantone ad Augusta preparò la Confessio augustana.

Oggi la Confessio augustana è considerata il testo programmatico più completo della posizione teologica della riforma luterana e punto di rifetimento nei dibattiti ecumenici. Ironia della sorte: non è opera diretta di Lutero, ma di Melantone.

Lorenzo Cortesi

LUTERO: LA SCOMUNICA (1520)

Exsurge Domine

Frontespizio della prima edizione a stampa della bolla Exsurge Domine

 

L’Exsurge Domine, la bolla della scomunica di Lutero, è datata 15 giugno 1520. Ad un solenne preambolo, seguono 41 proposizioni di condanna della teologia luterana (anche se non compare mai espressamente il nome di Lutero). La bolla conclude con il divieto di pubblicare e di  divulgare gli scritti che contengono quelle dottrine innovative denunciate nelle 41 proposizioni. A Lutero venne lasciato un congruo periodo di tempo per ritrattare le sue tesi.

Gli autori della bolla, oltre al papa Leone X, sono stati il cardinal Giulio de’ Medici (futuro Clemente VII) e Giovanni Eck, acerrimo avversario di Lutero.

Ma come ha reagito Lutero? Deciso a non sottomettersi, il 10 dicembre 1520 invitò professori e studenti dell’università di Wittenberg ad assistere alla cerimonia nella quale egli avrebbe bruciato i volumi del Diritto ecclesiastico e una copia della bolla di scomunica. E così è stato. Un gruppo di giovani, saltellando attorno al fuoco, cantava motivi beffardi contro Roma. Con questo atto di ribellione, la bolla di scomunica divenne effettiva e Lutero si ritrovò fuori dalla chiesa. Poco dopo Lutero scrisse Perché i libri del papa e dei suoi seguaci sono stati bruciati dal dottor Martin Lutero.

Pochi mesi prima, durante l’estate, Lutero aveva pubblicato tre opere, che ebbero un grande successo, la prima in tedesco e le altre due in latino: Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, La cattività babilonese della chiesa, La libertà del cristiano. Il primo scritto si diffuse velocemente tra la popolazione ed ancora oggi è uno dei testi più letti di Lutero. Ritornerò prossimamente su questi tre scritti di Lutero.

Lorenzo Cortesi

 

 

LUTERO E JOHANN ECK

disputatio de Leipzig   


Disputa tra Eck e Lutero

 

La disputa di Lipsia (disputatio de Leipzig) si colloca tra il 27 giugno e il 19 luglio 1519. Da una parte c’era il teologo cattolico Johann Eck e dall’altra Carlostadio e Lutero. Andreas Bodenstein, noto con il nome della città da cui proveniva, ovvero Karlstadt (Carlostadio), fu uno dei primi ad abbracciare la riforma. Ma successivamente si distaccò da Lutero per assumere posizioni più radicali.

Johann Mayer, noto con il nome della città di provenienza, ovvero Eck, aveva reagito alla pubblicazione delle 95 tesi con lo scritto Obelischi, a cui seguì la contro risposta di Lutero con la pubblicazione di Asterischi. Fu proprio Eck nel 1520 a rendere pubblica in Germania la bolla papale Exsurge Domine, che aveva ritirato a Roma, e con la quale si decretava la scomunica di Lutero. Per la sua abilità nell’interloquire contro i riformati tedeschi, Eck fu definito l’Achille dei cattolici. Pubblicò un Enchiridium contro Lutero, riscuotendo un enorme successo. Lutero lo chiamava dottor scrofa.

Per quanto riguarda la disputa di Lipsia, tenutasi pubblicamente nel castello di Pleissenburg, vide in un primo tempo fronteggiarsi Eck e Carlostadio, successivamente a Carlostadio si sostituì Lutero. Eck aveva una voce suadente e una memoria straordinaria, che gli consentiva di citare, senza ricorrere agli scritti, la Bibbia, le opere dei Padri della chiesa e i documenti dei Concili. Ma anche Lutero, quanto a dialettica, non era da meno. Lutero sosteneva che né il papa né il concilio potessero avere, in materia di fede, suprema autorità. Si profilava già il principio luterano della sola scriptura. Alla fine ciascuna delle due parti addusse di aver vinto la disputa. È certo che Lutero ritornò da Lipsia alquanto amareggiato. La disputa rese chiaro che Lutero aveva ormai maturato posizioni teologiche diverse da quelle della chiesa ufficiale.  Nel frattempo a Roma si era appena concluso il processo contro Lutero, che era iniziato nel 1518.

Lorenzo Cortesi