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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Moltmann

MOLTMANN: IL DIO CROCIFISSO

diventare senza Dio
per conoscere Dio


La scelta di fede in un Dio che si è fatto uomo per riscattare la sofferenza, non è un’offesa o un oltraggio alla ragione umana. Il teologo Jürgen Moltmann, di cui ho già parlato in questi ultimi giorni, a proposito della soluzione cristiana, dice che non solo non è blasfema, ma è la sola possibile. Ogni altra risposta, semmai, suonerebbe come una bestemmia.

In una delle sue più significative pubblicazioni, Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana (edita nel 1972), Moltmann ha affermato che per entrare nel mistero della croce, bisogna sostituire  il principio dell’analogia, con il principio della dialettica. Secondo una tradizione filosofica, che abbraccia Parmenide, Empedocle, Platone e Aristotele, il simile è conosciuto soltanto dal suo simile: similis a simili cognoscitur. Perciò ogni conoscenza non sarebbe altro che una anamnesi, cioè una ri-conoscenza: «Se il simile – ha scritto Moltmann – fosse conosciuto soltanto dal suo simile, il Figlio di Dio sarebbe dovuto rimanere in cielo, perché ciò che è terreno non avrebbe mai potuto conoscerlo». Bisogna allora abbandonare il principio dell’analogia, aprirsi al principio dialettico che deriva dalla medicina  e risale ad Ippocrate e a Galeno, secondo cui i contrari si curano con i contrari: contraria contrariis curantur.


Se questo principio dialettico lo applichiamo alla teologia cristiana, allora «Dio si svela, quale Dio, soltanto nel suo contrario, nell’assenza di Dio e nell’abbandono di Dio. In termini concreti: Dio si rivela sulla croce del Cristo abbandonato da Dio. La sua grazia si manifesta ai peccatori, la sua giustizia si svela negli ingiusti e nei senza legge, la sua scelta misericordiosa nei condannati. Il principio teoretico-conoscitivo della teologia della croce può concretarsi esclusivamente in questo principio dialettico: la divinità di Dio si svela nel paradosso della croce. Così ci riesce più comprensibile anche la via seguita da Gesù: non i pii ma i peccatori, non i giusti ma gli ingiusti lo riconobbero. Perché a queste persone egli manifestò il diritto divino di grazia e il regno. Manifestò la propria identità in coloro che avevano perso la loro identità: gli emarginati, gli ammalati, i respinti e i disprezzati, e si riconosce come Figlio dell’uomo in coloro che sono spogliati della propria umanità […]. Bisogna diventare senza Dio e rinunciare ad ogni divinizzazione di se stessi o similitudine con Dio per conoscere quel Dio che si è manifestato nel Crocifisso […]. Il principio dialettico della rivelazione nel contrario non sostituisce il principio analogico de il simile è conosciuto solo nel suo simile, ma lo rende anzi possibile. In quanto Dio viene svelato nel suo contrario, egli può essere conosciuto dai senza Dio e dagli abbandonati da Dio. Ed è proprio questo conoscere che conduce tali individui alla conformazione con Dio e, come attesta la prima lettera di Giovanni (3,2), li introduce nella speranza della somiglianza con Dio. Ma quella dialettica è fondamento e inizio dell’analogia. Senza rivelazione nel contrario, i contraddittori non potrebbero giungere ad una corrispondenza reciproca».

E ciò che si dice riguardo agli ingiusti e ai peccatori in rapporto alla giustizia e alla santità di Dio, va affermato anche per quanto riguarda la sofferenza, il dolore e la morte in relazione al Signore che è pienezza di vita ed eterna beatitudine.

 Lorenzo Cortesi

MOLTMANN: IL DIO VIVENTE E LA PIENEZZA DELLA VITA

Dio è già qui
Chi ha occhi per vedere lo vede
Chi ha orecchi per udire lo sente

                                                                                                                                                                                                                                                                                             Dio è onnipresente, ma non è equiparato alla natura, non si identifica con il mondo. Dio è onnipresente, ma con la sua presenza non schiaccia l’uomo fino a togliergli il respiro. «Va notato che questo Dio – come ha scritto recentemente il teologo luterano Jürgen Moltmann in Il Dio vivente e la pienezza della vita – non opprime  gli uomini con la sua onnipresenza, ma li circonda come un “luogo spazioso” (Sal 31,9), così che gli uomini possano muoversi liberamente in ogni direzione, restando comunque custoditi nella mani di Dio». Se Dio è ovunque, abbraccia tutto, è presente in tutto, è ovvio che di conseguenza siamo inviati ad avere un grande rispetto per ogni elemento naturale, non solo umano, ma anche animale, vegetale e minerale.

Moltmann, a questo proposito ha detto: «Non esiste cosa in cui Dio non sia presente e nella quale noi non  potremmo incontrare Dio. Perciò dovemmo trattare ogni cosa con rispetto e includerla  nella nostra fede. Vedremo allora tutte le cose nella presenza di Dio e coglieremo la presenza di Dio in tutte le cose. Nel momento in cui crediamo questo, inizia una nuova spiritualità cosmica. Incominciamo a stupirci di tutte le cose e siamo presi da un profondo rispetto della vita. Non dobbiamo lasciare questo mondo per cercare Dio nell’aldilà: dobbiamo solamente abbandonarci a questo mondo con le sue bellezze e i suoi orrori, perché Dio è già qui. Egli ci aspetta in tutte le sue creature e ci parla per mezzo di tutte. Chi ha occhi per vedere lo vede; chi  ha orecchi per udire lo sente. Tutta la creazione è un grande mirabile sacramento della presenza inabitante di Dio».

L’opera di Moltmann Il Dio vivente e la pienezza della vita qui citata è meno voluminosa rispetto agli altri testi che il teologo tedesco ha pubblicato. La scrittura è fluida e la lettura risulta interessante. Chi non ha mai letto Moltmann potrebbe iniziare proprio, da qui, da questa sua ultima pubblicazione, che risale al 2016. Titolo originale: Der lebendige Gott und die Fülle des Lebens.

Lorenzo Cortesi

 

MOLTMANN: TEOLOGIA DELLA SPERANZA

non c’è che un solo problema in teologia
ed è il problema dell’avvenire


                                                                                                                                                                                                                                                                                        Anche quest’oggi un richiamo al tema della speranza (l’ultimo, almeno per il momento). Entro nel campo della teologia per suggerire l’opera di Jürgen Moltmann,  novantenne teologo protestante. Si tratta della Theologie der Hoffnung, un’opera pubblicata per la prima volta nel 1964. A partire dal 1970 si sono susseguite numerose edizioni in lingua italiana a cura della Queriniana di Brescia.
Ho trovato particolarmente interessanti la parte introduttiva, ovvero La meditazione sulla speranza (pp. 7-29) e il capitolo IV Escatologia e storia (pp. 235-309). In appendice si trova un’analisi dell’opera di Bloch, Il principio speranza (ne ho parlato il 28 gennaio scorso).

Il vero problema teologico è quello dell’avvenire. Ma sperare, aperti sull’avvenire, non vuol dire defraudare l’uomo della felicità del presente. Anzi la speranza costituisce la felicità del presente. L’assenza di speranza – secondo Moltmann – è l’inferno. E giustifica questa affermazione, richiamandosi a Dante, che all’ingresso dell’inferno dice: Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate.

La teologia di Moltmann ha riscosso grande successo anche in campo cattolico. Del resto egli ha sempre dimostrato di avere un’apertura ecumenica: «Il protestantesimo è la mia provenienza, l’ecumenismo è il mio futuro». Il pensiero di Moltmann ha influenzato la nascita della teologia politica e della teologia della liberazione.

Lorenzo Cortesi