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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

Archivio

Categoria: Nietzsche

NIETZSCHE: LA VOLONTÀ DI POTENZA

Versuch einer Umwerthung aller Werthe 


Nietzsche ritratto da Richio Galvez

La volontà di potenza. Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori (Wille zur Macht. Versuch einer Umwerthung aller Werthe) è una raccolta, pubblicata postuma, di inediti nietzschiani: la prima edizione, a cura di Peter Gast, è del 1901; la seconda edizione a cura dello stesso Peter Gast e di Elisabeth Förster, la sorella di Nietzsche, è del 1907. Seguirono molte altre edizioni, ulteriormente ampliate per quanto riguarda il numero degli aforismi (oltre un migliaio).
Gli autori della raccolta delle pagine nietzschiane furono accusati, in primis la sorella di Nietzsche, di aver fatta una scelta arbitraria dei testi, di averli ritoccati e falsificati. L’opera va letta come un collage di aforismi e di citazioni elaborato da terzi, il cui obiettivo era quello di ricostruire il pensiero dell’ultimo Nietzsche.

Nel primo libro si tratta dell’avvento del nichilismo: «Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo». Il nichilismo è la generalizzazione del fenomeno della decadenza. Il nichilismo passivo o imperfetto è tipico di chi si limita a prendere atto della decadenza dei valori e rinuncia completamente alla volontà. Il nichilismo passivo deve essere solo un momento di transizione verso il nichilismo attivo, che è proprio di chi non assiste passivamente al tramonto dei vecchi valori, ma se ne fa interprete: smaschera la falsità dei vecchi valori della tradizione e si apre ai nuovi (superuomo, eterno ritorno, fedeltà alla terra, ecc.).

Nel secondo libro Nietzsche riprende la critica alla religione, alla morale e alla filosofia, che già aveva trattato a lungo nelle sue ultime opere, quelle della cosiddetta fase del crepuscolo.

Nel terzo libro viene spiegato il significato della volontà di potenza in tutti gli ambiti della realtà: nella natura, nella scienza, nella logica, nella coscienza. L’espressione non va intesa come volontà di dominio e di potere sugli altri. Come ha detto Heidegger la volontà di potenza nietzschiana è la volontà che vuole se stessa. Davanti al nulla dei valori, all’assurdità del mondo, alla realtà della sofferenza, la volontà di potenza è la volontà dell’individuo di affermare se stesso e la propria prospettiva sul mondo.

Nel quarto libro si ritrova il tema della due morali: quella dei deboli e quella dei forti, quella volgare e quella nobile (cfr. La genealogia della morale). E Nietzsche si schiera decisamente dalla parte della morale dei forti.

Lorenzo Cortesi

NIETZSCHE: ECCE HOMO

wie man wird, was man ist

 

Nietzsche ritratto da Munch

                                                                                                                                                                                      

Ecce homo. Come si diventa ciò che si è (Ecce homo. Wie man wird, was man ist) è uno scritto autobiografico di Nietzsche risalente al 1888 e pubblicato postumo nel 1908. La frase Ecce homo è quella attribuita a Pilato quando presentò Gesù alla folla dopo l’arresto.
Nietzsche afferma di essere stato chiamato a svolgere una missione: «Un giorno al mio nome sarà legato il ricordo qualcosa di enorme, di una crisi quale mai si era vista sulla terra, della più profonda collisione della coscienza, di una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo: sono una dinamite».

L’obiettivo che si propone Nietzsche consiste nel proporre «una trasvalutazione di tutti i valori contro la menzogna di millenni», dopo aver operato lo smascheramento della tradizione cristiana, causa della décandence  ispirata dal risentimento. L’opera è una pesante e sarcastica critica mossa alla religione, alla metafisica e alla morale tradizionale.

Tra i titoli e i relativi ragionamenti più significativi dell’opera si può ricordare: Perché sono così saggio (Warum ich so weise bin), Perché io sono così accorto (Warum ich so klug bin), Perché io scrivo libri così buoni (Warum ich so gute Bücher schreibe), Perché io sono un destino (Warum ich ein Schicksal bin).

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: LA GENEALOGIA DELLA MORALE

la morale dei signori e la morale degli schiavi


Con l’opera La genealogia della morale. Uno scritto polemico (Zur Genealogie der Moral. Eine Streitschrift), divisa in tre parti e pubblicata nel 1887, Nietzsche si è posto la questione dell’origine dei valori giudaico-cristiani, che sono a fondamento della morale occidentale. Questi valori sono all’insegna dell’altruismo: pietà e negazione di sé, ad esempio, sono stimati intrinsecamente come buoni e costituiscono perciò il criterio per accordare i sentimenti e le azioni e i sentimenti umani al bene. Questi valori differiscono totalmente da quelli del mondo naturale. Ciò che è valore per il mondo trascendente è un disvalore per l’ambito naturale, fondato sul valore della corporeità e dell’istinto, e così il contrario.

La morale che si è imposta nella cultura occidentale e che da due millenni ormai va per la maggiore è definita da Nietzsche morale degli schiavi. È la morale del risentimento e del rimpianto, la morale del gregge. Lo schiavo, non avendo a disposizione ciò che, invece, possiede il signore, ha rovesciato completamente i valori. Infatti chi può dire beati i poveri, beati quelli che piangono, porgi l’altra guancia, perdona le offese, e così via, se non coloro che sono poveri, piangono e non hanno la forza di difendersi? Questa morale ha mortificato tutti gli istinti più sani che sono propri dei signori: la salute, la forza, la ricchezza, la potenza. La morale dei signori è propria degli uomini fedeli alla terra, i cui principi sono espressione di vita.

I fautori, responsabili di avere elaborato ed imposto la morale degli schiavi, sono stati dapprima gli ebrei, soprattutto gli esponenti della classe sacerdotale: «Gli ebrei hanno raggiunto quel miracolo di inversione di valori, grazie al quale la vita sulla terra ha, per un paio di millenni, acquistato un fascino nuovo e pericoloso. I loro profeti fusero il ricco, senza dio, malvagio, violento, sensuale in un unico concetto e furono i primi a coniare la parola mondo come un termine di infamia. È questa l’inversione di valori (con cui è coinvolto l’impiego della parola povero come sinonimo di santo ed amico) che risiede nel significato del popolo ebraico. Con loro si inizia la rivolta degli schiavi nella moralità».
Con l’avvento dell’era cristiana la classe sacerdotale, sulla strada aperta dagli ebrei, ha continuato a giocare la carta della forza della legge morale rispetto a quella della forza delle armi. La morale degli schiavi ha avuto un così grande successo da imporsi con impeto anche sui signori.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: L’ANTICRISTO

Es gab nur einen Christen,
und der starb am Kreuz 

 

Nietzsche - Ritratto di Alessandro Lonati

L’opera di Nietzsche L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo (Der Antichrist. Fluch auf das Christentum), scritta nel 1888 e pubblicata nel 1896, appartiene alla fase del crepuscolo, quella che segna l’esaltazione dello spirito dionisiaco.
Il termine Anticristo è un neologismo del Nuovo Testamento, introdotto per esattezza da san Giovanni nelle sue Lettere per indicare sia i cristiani apostati sia un personaggio misterioso, che potrebbe essere satana. Più in generale per Anticristo si intende colui che si oppone a Cristo.

Nietzsche ha dato al termine un significato più ampio, intendendo una guerra rivolta alla religione cristiana, la quale ha soffocato tutti gli istinti più umani con la sua morale, i suoi divieti e i suoi tabù. Per questo il cristianesimo è una religione contro natura.

Nietzsche distingue Cristo dal cristianesimo. Nietzsche nutre una certa stima ne confronti di Gesù Cristo, perché ha vissuto come uomo superiore, non ha affermato il mondo e neppure l’ha condannato. Egli è morto per insegnare agli uomini come si deve vivere: «Questo messaggero della buona novella morì come aveva vissuto, e come aveva insegnato, non per redimere gli uomini, ma per mostrare come si deve vivere. Ciò che lasciò in eredità all’umanità è la pratica: il suo contegno dinanzi ai giudici, alle guardie, agli accusatori e a ogni sorta di calunnia e derisione, il suo contegno sulla croce».

Il cristianesimo, invece, è un prodotto della predicazione di san Paolo: «Alla buona novella seguì la peggiore di tutte: quella di Paolo. In Paolo s’incarna il tipo opposto al messaggero della buona novella, il genio dell’odio, nella visione dell’odio, nell’inesorabile logica dell’odio». E sulla scia di san Paolo la chiesa ha perpetuato il tradimento del messaggio originario di Gesù.
Secondo Nietzsche è esistito solo un cristiano e questi è morto sulla croce: «Das Wort schon  Christentum ist ein Missverständis, im Grunde gab es nur einen Christen, und der starb am Kreuz».

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: LE TRE METAMORFOSI DELLO SPIRITO

il cammello, il leone e il fanciullo  


 

«Tre metamorfosi io vi racconto dello spirito:
come lo spirito diventa cammello,
e il cammello leone, e infine il leone fanciullo».

«Drei Verwandlungen nenne ich euch des Geistes:
wie der Geist zum Kamele wird, und zum Löwen das Kamel,
und zum Kinde zuletzt der Löwe».

1. Il cammello rappresenta l’uomo che vive nel rispetto reverenziale nei confronti della divinità. Si inginocchia e si lascia carica di pesi. Il cammello è l’uomo che vive sotto il peso della legge, rassegnato e docile al comando del tu devi!

2. Il leone rimanda all’uomo che combatte con tutte le sue forze per liberarsi dal peso delle imposizioni morali e religiose. È l’uomo libero da, ma non ancora libero di.

3. L’immagine del fanciullo richiama l’uomo nuovo, l’Übermensch, libero di ricreare il mondo sulle ceneri delle morte di Dio. Attraverso l’attività ludica, caratteristica propria del fanciullo, si ha come una ri-creazione del mondo, completamente diversa dall’impostazione tradizionale, in grado cioè di andare oltre i valori, nei quali fino ad oggi l’umanità ha creduto.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: L’ETERNO RITORNO

Alle Wahrheit ist krumm,
die Zeit selber ist ein Kreis 


 

Nietzsche ha detto che la dottrina dell’eterno ritorno è «il più abissale dei miei pensieri». Si tratta dell’annuncio che Zarathustra rivolge solo a se stesso. È un concetto di difficile interpretazione. Nietzsche l’ha trattato per la prima volta nella Gaia scienza e poi in modo più ampio nella terza parte in Così parlò Zarathustra. L’annuncio dell’eterno ritorno è presentato perfino come un enigma. Nietzsche vuol dire che il tempo non una fine e non ha un fine. Il corso della storia del mondo non è retto da un progetto provvidenziale o razionale. Il tempo non procede in modo rettilineo (come nella tradizione ebraico-cristiana), né secondo una finalità intrinseca (come per l’idealismo, lo storicismo e il marxismo).

Nietzsche propone una concezione ciclica del tempo, ripreso dalla tradizione orientale, secondo la quale gli eventi sono destinati a ripetersi eternamente. Il mondo è dominato dalla legge della ripetizione senza una ragione. Il sentiero del passato e il sentiero del futuro, privi di senso, si incontrano alla porta dell’attimo: «“Fermati, nano! Dissi. O io o tu! Ma di noi due il più forte sono io: tu non conosci il mio pensiero abissale! Quello tu non potresti sopportarlo!”. E qui accadde qualcosa che mi rese più leggero: giacché il nano saltò giù dalla mia spalla, il curiosone! E andò ad accovacciarsi su un sasso davanti a me. Proprio lì, dove c’eravamo fermati, c’era una porta carraia.
“Guarda questa porta carraia, nano! – continuai – Essa ha due fronti. Due strade si congiungono qui: nessuno finora le ha percorse fino in fondo. Questa lunga strada all’indietro: essa dura un’eternità. E quella lunga strada in avanti: quella è un’altra eternità. Esse si contraddicono, queste strade; cozzano con la testa l’una contro l’altra: e qui, sotto questa porta, è il punto in cui esse si congiungono. Il nome della porta sta scritto sopra di essa: attimo. Ma chi si inoltrasse su una di esse – e andasse sempre più oltre, sempre più lontano: credi tu, nano, che queste strade si contraddirebbero in eterno?”. “Tutto ciò che è diritto mente – borbottò sprezzantemente il nano – Ogni verità è curva, il tempo stesso è un circolo”».

E qualche riga dopo si legge: «”Guarda, continuai, questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo, comincia all’indietro una via lunga, eterna: dietro di noi è un’eternità. Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia – esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? [...]. E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? – e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?”.
Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare [...].
Ma dov’era il nano? E la porta? E il ragno? E tutto quel bisbigliare? Stavo sognando? Mi ero svegliato? D’un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna. Ma qui giaceva un uomo! E – proprio qui! – il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, – adesso mi vide accorrere e allora ululò di nuovo, urlò: – avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo? E, davvero, ciò che vidi, non l’avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e – lì si era abbarbicato mordendo.La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano; non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!” così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me – buono o cattivo – gridava da dentro di me, fuso in un sol grido. Voi, uomini arditi che mi circondate! Voi, dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati! Voi che amate gli enigmi! Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli uomini!».

Quale l’atteggiamento bisogna assumere di fronte a questa dottrina dell’eterno ritorno? Come comportarsi? Mentre tutta la natura e gli uomini comuni seguono rassegnati la legge inesorabile del destino, l’uomo superore, l’Übermensch, trasforma il destino in una necessità consapevolmente assunta e voluta. Da qui l’amor fati.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: DIO È MORTO

 Gott ist tot! Gott bleibt tot!
Und wir haben ihn getötet! 


 

Nell’aforisma 125 dell’opera La gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft), edita nel 1882, Nietzsche presenta per la prima volta l’annuncio della morte di Dio ad opera di un uomo folle.

«Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione?
Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”.
Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”».

I punti principali da analizzare e discutere in classe:
1. Perché l’annuncio della morte di Dio è opera di un uomo folle?
2. La ricerca di Dio con la lanterna in pieno giorno rimanda a Diogene che cercava l’uomo. Qual è il significato dell’immagine?
3. Perché l’uomo folle dice che siamo stati noi ad uccidere Dio?
4. In che misura si può dire che Dio è morto?
5. Perché la morte di Dio l’azione più grande che non ha confronti?
6. In che senso il compimento della morte di Dio è ancora per strada e sta facendo il suo cammino?
7. In quale modo si dovrà calcolare il tempo?
8. Che significa: le chiese sono le fosse e i sepolcri di Dio?

Il tema dell’annuncio della morte di Dio ritorna con forza anche nell’opera Così parlò Zarathustra. È uno degli annunci più importanti di Zarathustra. Nell’opera La gaia scienza Nietzsche aveva affidato l’annuncio all’uomo folle, qui invece il compito è consegnato al sacerdote e profeta Zarathustra. Tocca proprio a Zarathustra, il fondatore della religione e della morale, smentire se stesso.

Lorenzo Cortesi

NIETZSCHE: ÜBERMENSCH

Ich beschwöre euch,
meine Brüder,
bleibt der Erde treu

 

 

L’annuncio dell’Übermensch ad opera di Zarathustra non è riservato ad alcuni, ma è rivolto a tutti. Gianni Vattimo ha suggerito di tradurre l’Übermensch nietzschiano non con Superuomo, che dà l’idea distorta di un superman, ma con Oltreuomo, dal momento che über non significa solo sopra, ma anche oltre. In effetti l’Übermensch è il superamento dell’uomo che vive sotto il peso delle leggi morali e religiose, cioè l’ultimo uomo (der letzte Mensch). L’Oltreuomo è l’uomo nuovo, il quale, voltate le spalle al cielo, ritorna alla terra e ama la terra. Una volta il massimo delitto era l’oltraggio verso Dio, oggi consiste invece nell’oltraggio verso la terra. L’Oltreuomo è, dunque, l’uomo che ridiventa se stesso.

Per questo Nietzsche fa dire a Zarathustra: «Vi scongiuro, fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a coloro i quali vi parlano di sovraterrene speranze! Essi sono degli avvelenatori, che lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure!». (Ich beschwöre euch, meine Brüder, bleibt der Erde treu und glaubt Denen nicht, welche euch von überirdischen Hoffnungen reden! Giftmischer sind es, ob sie es wissen oder nicht. Verächter des Lebens sind es, Absterbende und selber Vergiftete, deren die Erde müde ist: so mögen sie dahinfahren!).

La figura dell’Übermensch era già presente, in versione romantica, nel Faust di Goethe, là dove lo Spirito dice:
«Implori ansante di vedermi,
di udire la mia voce, di guardare il mio volto;
la supplica potente del tuo animo
mi piega: eccomi! – Quale orrore miserabile
ti afferra, superuomo!».

«Du flehst, eratmend mich zu schauen,
Meine Stimme zu hören, mein Antlitz zu sehn;
Mich neigt dein mächtig Seelenflehn,
Da bin ich! – Welch erbärmlich Grauen
Fasst Übermenschen dich!».

L‘Übermensch di Nietzsche non può essere immediatamente trasportato in un contesto politico e sostenere che si tratti di un’anticipazione della figura del superuomo ariano, né collegarlo al modello estetico del superomismo di D’Annunzio.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

    un libro per tutti e per nessuno 


 

L’opera di Nietzsche Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno (Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen), divisa in quattro parti, è stata pubblicata tra il 1883 e il 1885. L’idea di scrivere questo testo balenò nella mente di  Nietzsche come una folgorazione nell’agosto del 1881, quando si trovava in Engadina, «6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo». La prima parte è stata scritta in pochi giorni durante un soggiorno a Santa Margherita Ligure. Il libro non incontrò il minimo interesse, tanto è vero che la quarta parte fu pubblicata a spese dell’autore. La prima pubblicazione completa dell’intera opera è del 1892.

Con quest’opera entriamo nella seconda parte della filosofia di Nietzsche. È la filosfia del meriggio, che segna la liberazione del dionisiaco. La terza fase, cioè la filosofia del crepuscolo, invece, sugellerà il trionfo del dionisiaco.

La sorella di Nietzsche, Elisabeth Förster, in uno scritto del 1920 ha dichiarato: «Zarathustra è l’opera personale di mio fratello, storia delle sue intime esperienze, delle sue amicizie, del suo ideale, dei suoi rapimenti, delle sue delusioni e delle sue sofferenze più amare. Ma sopratutto si delinea qui, splendente, l’immagine della sua più alta speranza, del suo fine più determinato. La figura di Zarathustra apparve fin dai suoi primi anni a mio fratello, il quale mi scrisse una volta d’averla già veduta in sogno quand’era bambino».

Nietzsche ha ripreso la figura dello Zarathustra anche in Ecce homo, un’opera di carattere autobiografico, scritta nel 1888 e pubblicata postuma nel 1908. Zarathustra (o Zoroastro), profeta, sacerdote e fondatore dell’antica religione persiana, vissuto nel VII secolo a.C., è stato il primo ad insegnare la dottrina morale dei due principi del bene e del male. E dovrà essere ancora lui – secondo Nietzsche – a smentire la sua dottrina morale e religiosa. Zarathustra deve confutare se stesso, profetizzare esattamente il contrario di ciò che aveva detto. A questo proposito in Ecce homo Nietzsche ha scritto: «Non mi è stato domandato, e mi si sarebbe dovuto domandare, che cosa significhi proprio in bocca mia, in bocca al primo immoralista, il nome di Zarathustra; poiché ciò che fa di quel persiano una personalità unica nella storia è precisamente l’opposto. Zarathustra è stato il primo a vedere nella lotta tra il bene ed il male la vera ruota nel movimento d’orologeria delle cose: la trasposizione della morale nella metafisica, come forza, causa e scopo in sé, è opera sua. Ma questa domanda sarebbe, in fondo, già una risposta. Zarathustra creò questo fatalissimo errore: la morale; perciò deve essere egli pure il primo a riconoscerlo».

Il prologo dell’opera descrive Zarathustra che, verso i trent’anni, lascia la sua patria e si ritira sui monti dove trascorre dieci anni in solitudine, prima di dare inizio ai suoi annunci profetici. Questo inizio sembra ripreso dal Vangelo, dove si legge che Gesù verso i trent’anni lasciò la sua casa e si ritirò nel deserto in solitudine prima di iniziare la sua predicazione (cfr. Lc 3-4).
Tra i principali annunci di Zarathustra, che analizzerò nei prossimi giorni, vanno ricordati:
1. L’annuncio dell’Übermensch (superuomo o oltreuomo).
2. L’annuncio della morte di Dio e della volontà di potenza.
3. L’annuncio dell’eterno ritorno.
Con il primo annuncio Zarathustra si è rivolto a tutti, con il secondo a pochi e con il terzo solo a se stesso.

Lorenzo Cortesi

 

 

NIETZSCHE: UMANO, TROPPO UMANO

lo smascheramento della ragione

 

                                                                                                                                                                                    

Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi (Menschliches, Allzumenschliches. Ein Buch für freie Geister) è un’opera che Nietzsche ha dedicato a Voltaire. Scritto in forma aforistica il libro è stato pubblicato in due parti: la prima nel 1878 e la seconda nel 1879. Il testo appartiene alla fase illuministica della filosofia di Nietzsche, detta anche filosofia del mattino. È la fase dello smascheramento: la ragione ha il compito di smascherare i suoi prodotti (morale, metafisica, religione, arte, ecc) e alla fine smascherare se stessa.
Questa fase iniziale della filosofia di Nietzsche è detta illuministica, perché al centro viene posta la ragione. Ma la ragione non viene esaltata (come nell’Illuminismo), bensì smascherata. Lo smascheramento della ragione, ovvero dell’apollineo,e dei suoi prodotti, avviene per opera della ragione stessa. Lo smascheramento è reso anche con l’espressione analisi «chimica delle idee e dei sentimenti morali, religiosi ed estetici». Si tratta di scoprire gli ingredienti che compongono la morale, la metafisica, l’arte e la religione. Nietzsche dimostra che il materiale di cui sono composti morale, metafisica, arte e religione sono «materiali bassi e spregevoli, cioè impulsi e interessi egoistici».

1. L’azione morale, ad esempio, come la rinuncia al piacere, alla vanità e all’orgoglio è una forma di piacere, di vanità e di orgoglio. Il moralista e l’asceta prima ingigantiscono il nemico contro cui vogliono combattere, perché più grande è il nemico e più grande sarà la vittoria riportata su di lui. Il moralista e l’asceta bollano la sensualità, ad esempio, come una grande tentazione contro cui stare in guardia e lottare, rinunciando alle sue lusinghe. Ma la compiacenza di non essere caduti nel laccio della sensualità non è forse una forma di vanità e di orgoglio? Dunque il moralista e l’asceta non sono altro che ipocriti. La radice della moralità è il piacere. La morale è in se stessa contraddittoria.

2. La metafisica ha sempre cercato punti fermi per dare un senso alla vita dell’uomo. L’idea di sostanza, ad esempio, viene incontro al bisogno dell’uomo di trovare un fondamento, una sicurezza, un punto fermo che regga tutto e spieghi tutto. Ma l’idea di sostanza non è altro che un’illusione. La stessa cosa vale per l’idea di libertà con la quale il metafisico pensa di distinguersi dagli animali e da tutto l’ordinamento naturale. In realtà secondo Nietzsche nessuno è libero, ma se nessuno è libero, nessuno è responsabile.

3. La religione è estremamente pericolosa perché quando non riesce a combattere la causa del male cambia il significato dell’effetto. All’uomo innocente che soffre e non trova ragione della sua condizione la religione dice: Dio ama chi castiga e chi soffre.

4. L’arte non è altro che il prodotto di un artigiano che, avendo imparato bene il suo mestiere, si fa passare come artista. Il popolo divinizza gli artisti per evitare la fatica del confronto e superare il tormento dell’invidia. L’arte è la meno pericolosa tra le produzioni della ragione, perché è caratterizzata dalla consapevolezza di essere una maschera.

Alla fine Nietzsche smaschera anche la ragione. Essa ha creato un cerchio attorno a sé, escludendo definitivamente l’irrazionale, l’istinto, il dionisiaco. Questo cerchio è certamente un baluardo, ma in quanto cerchio esso è anche un limite. L’uomo ha bisogno altresì dell’illogicità: «Tra le cose che possono portare un pensatore alla disperazione è riconoscere che l’uomo ha bisogno dell’illogicità, e che dall’illogicità nascono molte cose buone» (Zu den Dingen, welche einen Denker in Verzweiflung bringen können, gehört die Erkenntnis, daß das Unlogische für den Menschen nötig ist, und daß aus dem Unlogischen vieles Gute entsteht).

Questa prima fase del pensiero nietzschiano è detta anche filosofia del mattino. Altre opere che oltre ad Umano, troppo umano si collocano in questa fase sono: Aurora e La gaia scienza.

Lorenzo Cortesi

NIETZSCHE: LA STORIA

l’uomo incurvato sotto il peso del passato
è un uomo decadente  


Il saggio di Nietzsche Sull’utilità e il danno della storia per la vita (Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben) del 1874, fa parte della raccolta Considerazioni inattuali (Unzeitgemässe Betrachtungen).
Nietzsche non se la prende contro la storia a priori, perché l’uomo è pur sempre figlio del passato. Non ci si può staccare dal passato, perché sarebbe come staccarsi dalla vita. Nietzsche contesta la saturazione della storia, cioè quella malattia di cui soffre l’uomo dell’Ottocento: quell’eccessivo legame con il passato fino a perdere stimoli per la creazione di una nuova storia. L’uomo incurvato sotto il peso del passato è un uomo decadente, consumatore della storia: un fatto importante, appena avvenuto, diventa immediatamente oggetto di rappresentazione e di trascrizione in pagine e pagine: «Ancora non è cessata la guerra e già è convertita in mille pagine». Occorre mettere in gioco il fattore oblio: dimenticare la storia e agire nel presente in modo efficace.

Ecco tre modi di porsi di fronte alla storia:
1. Storia monumentale: è propria di chi combatte le grandi battaglie e ha bisogno di modelli introvabili nel presente. La storia, in questo senso, è ridotta a mezzo: dai grandi monumenti del passato si deduce che quella gloria che fu possibile nel passato debba essere possibile anche oggi. Il rischio consiste nell’esaltare un episodio del passato fino a mitizzarlo per renderlo degno di imitazione.
2. Storia antiquaria
: è tipica di chi conserva e venera le proprie origini, collezionando non solo oggetti, fatti ed episodi del passato. Il limite è la mummificazione della vita passata che si trasforma in una paralisi che impedisce di agire.
3. Storia critica
: è peculiare di chi guarda al passato con lo sguardo del giudice. Il passato è trascinato come davanti a un tribunale per interrogarlo, condannando tutto ciò che è di ostacolo per la realizzazione del presente e del futuro. Questo è stato l’atteggiamento di Nietzsche di fronte alla storia.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: LA NASCITA DELLA TRAGEDIA

Dioniso parla la lingua di Apollo,
ma alla fine
Apollo parla la lingua di Dioniso 


Nietzsche e Wagner

 

Friedrich Nietzsche ha pubblicato La nascita della tragedia dallo spirito della musica (Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik) nel 1872 all’età di 28 anni. L’opera sviluppa la tesi secondo la quale ci sono due grandi forze contrapposte che un tempo erano unite nella tragedia greca e cioè l’apollineo e il dionisiaco: «I Greci, che esprimono e al tempo stesso nascondono la dottrina segreta della loro visione del mondo nei loro dèi, hanno stabilito come duplice fonte della loro arte due divinità, Apollo e Dioniso. Questi nomi rappresentano nel dominio dell’arte dei contrari stilistici, che incedono l’uno accanto all’altro quasi sempre in lotta tra loro, e appaiono fusi una volta soltanto, quando culmina la volontà ellenica, nell’opera d’arte della tragedia attica».

Apollo è il dio della luce, della razionalità, della misura, della chiarezza. Dioniso è il dio della notte, dell’irrazionalità, dell’ebbrezza, dell’istinto, della passione, del caos.
A partire da Euripide, il meno tragico dei tragici, e da Socrate, il dionisiaco è stato sempre più isolato e occultato fino al trionfo dell’apollineo. L’Occidente è nato e cresciuto sotto il segno dell’apollineo. Ma eliminando il dionisiaco l’interpretazione della vita ha finito per diventare parziale e settoriale. L’unilateralità apollinea è stata l’inizio della decadenza. Per capire la vita devono essere conservati i due poli e cioè l’apollineo e il dionisiaco. La vita, infatti, oscilla tra la luce e le tenebre, il giorno e la notte, la razionalità e l’irrazionalità. Si tratta di due poli contrapposti, ma necessari: «Dioniso parla la lingua di Apollo, ma alla fine Apollo parla la lingua di Dioniso». Si tratta di «un legame di fratellanza» che con l’avvento della commedia e della filosofia è andato perduto.

In un primo tempo Nietzsche ha sperato di ritrovare la composizione dell’apollineo e del dionisiaco nell’opera del suo contemporaneo Richard Wagner. Non è un caso che l’opera sia stata dedicata proprio a Wagner. In seguito Nietzsche si allontanò da Wagner e giudicò la sua musica come espressione di decadenza.
Le ragioni della rottura dell’amicizia tra i due non sono mai state chiarite: probabilmente Nietzsche non condivideva l’afflato tropo religioso dell’ultimo Wagner e la sua posizione decisamente antisemita. Qualcuno accenna anche al fatto che Nietzsche si fosse innamorato di Cosima, la moglie di Wagner.

Lorenzo Cortesi