HEISENBERG: FISICA E OLTRE

Bruxelles, 1927



Gli uomini di scienza quando si incontrano non trattano solo questioni inerenti la loro specifica disciplina. Capita spesso, forse più di quanto ci si immagini, che la conversazione, pur informale, sfori fino a toccare l’ambito religioso. Al riguardo Werner Heisenberg, premio Nobel per la fisica (1932) ci ha lasciato una preziosa testimonianza raccolta nel saggio Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti del passato 1920-1965.  Una sera durante il congresso di Solvay del 1927, a Bruxelles, sui fondamenti della fisica quantistica, alcuni partecipanti si ritrovarono nel salone dell’albergo e diedero inizio ad una interessante conversazione sul fenomeno religioso in rapporto alla scienza. Il titolo del libro (anche nell’originale inglese) è già di per sé emblematico, perché accanto al termine fisica si trova quell’oltre (beyond): si capisce immediatamente  che Heisenberg vuole avvertire il lettore che le questioni che andrà ad esporre non si esauriscono nell’ambito puramente fisico, ma l0 travalicano, aprendo un varco sulla dimensione meta-fisica. Grazie al resoconto di Heisenberg  si possono conoscere non solo i pareri dei partecipanti a quell’incontro serale, come ad esempio i giovanissimi Wolfgang Pauli e Paul Dirac, ma anche degli assenti, come Max Planck, Albert Einstein e Niels Bohr, perché le loro opinioni sull’argomento erano già note a Heisenberg. In realtà Planck e Einstein erano tra i partecipanti al convegno, ma quella sera non scesero nel salone dell’albergo. Vale la pena riprendere alcune tra le testimonianze più significative.

Planck sosteneva che fede e scienza occupassero due sfere diverse per cui non c’era motivo di pensare ad un conflitto tra loro: l’una si occupa dell’ambito soggettivo, l’altra di quello oggettivo: «Credo che Planck – ha riferito Heisenberg – ritenga religione e scienza del tutto compatibili perché si occupano di due aspetti diversi del reale. La scienza, studiando il mondo oggettivo e materiale, esige una grande accuratezza nelle affermazioni che facciamo sulla realtà oggettiva e nell’individuazione dei rapporti che intercorrono tra le diverse manifestazioni di questa realtà. La religione invece si occupa del mondo dei valori: tratta del mondo come dovrebbe essere, e non del mondo come è. La scienza si applica a distinguere il vero dal falso; la religione distingue invece il bene dal male, l’azione buona da quella cattiva. La scienza è il fondamento della tecnologia, la religione è la base dell’etica […]. Io ho imparato dai miei genitori a distinguere tra aspetti soggettivi e aspetti oggettivi del mondo: degli uni si occupa la religione, degli altri la scienza. La scienza è per così dire il modo in cui affrontiamo e discutiamo il lato oggettivo del reale. La fede religiosa è invece l’espressione delle decisioni soggettive con cui scegliamo i criteri mediante i quali ci proponiamo di agire e di vivere».  Planck era dunque convinto che l’aspetto soggettivo del reale fosse nettamente distinto da quello oggettivo. Così pensava anche Galileo, pur adducendo motivazioni più succinte. Sulla  stessa lunghezza d’onda si sono ritrovati per molto tempo filosofi, teologi e scienziati: se scienza e fede rimangono al loro posto non c’è possibilità di conflitto.

Heisenberg e Pauli, invece, non erano così convinti. Per i due scienziati la distinzione molto rigida tra l’ambito soggettivo della religione e quello oggettivo della scienza risulterebbe poco convincente. Pauli sosteneva che la religione comprende tutte le conoscenze dell’uomo: «La separazione completa tra conoscenza e fede può essere tuttalpiù una misura d’emergenza che apporta un sollievo solo momentaneo». La realtà è effettivamente molto complessa: tra scienza e religione ci sono più interazioni di quanto si possa immaginare. Pauli, convinto di farsi interprete anche delle ragioni di Einstein, aveva detto: «Sono, in questo, più vicino a Einstein, per cui Dio è in qualche modo presente nelle leggi immutabili della natura. Einstein ha una sensibilità particolare per il principio d’ordine che governa la natura, e che egli scopre nella semplicità delle leggi naturali: semplicità che egli ha percepito con grande immediatezza elaborando la teoria della relatività. Certo, c’è una bella distanza da qui alle religioni tradizionali; comunque, non credo che Einstein sia legato a una qualsivoglia tradizione religiosa, e ho l’impressione che il concetto di un Dio personale gli sia completamente estraneo. Secondo Ein­stein non esiste separazione tra scienza e religione: il principio d’ordine partecipa contemporaneamente della sfera soggettiva e di quella oggettiva: mi sembra, questo, un punto di partenza di gran lunga migliore».

Dirac, invece, nel suo intervento ha rilanciato il punto di vista della filosofia feuerbachiana e marxiana, screditando il fenomeno religioso: «Se oggi esiste ancora un insegnamento religioso, sappiamo benissimo che ciò avviene non perché la religione ci convinca, ma per tenere tranquille le classi subalterne. È più facile governare dei sudditi disarmati e pacifici piuttosto che individui insoddisfatti che protestano; ed è più facile anche sfruttarli. È già stato detto: la religione è come l’oppio: i popoli si cullano con sogni visionari dimenticando le ingiustizie e lo sfruttamento reali. Di qui l’alleanza tra le due grandi forze politiche dello stato e della chiesa. Entrambe trovano comoda l’illusione che un Dio buono  ricompensi – se non in questo mondo, nell’altro – coloro che non si sono levati contro l’ingiustizia, ma che si sono sottomessi docilmente e magari con gratitudine ai doveri che vengono loro imposti. E questo è il motivo per cui dire onestamente e francamente che Dio è solo una creazione dell’immaginazione degli uomini  ed è considerato il più nero di tutti i peccati mortali».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è parte integrante del mio libro L'inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, che sarà pubblicato prossimamente presso la Casa Editrice Tau, Todi (PG)].