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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Platone

DIALETTICA
diverse accezioni

Francesco di Stefano, detto il Pesellino (1422-1457) - Le arti liberali

 

Zenone di Elea: la dialettica è intesa come capacità logico-linguisitca (al fine di difendere le tesi del maestro). La dialettica è la confutazione della confutazione, la dimostrazione per assurdo, il procedimento paradossale (che va contro la doxa comune).

Eraclito:  la dialettica ha un significato ontologico; la realtà non è omogenea, ma diseguale e  in perenne movimento con tratti fortemente conflittuali (polemos è padre e re di ogni cosa).

Sofisti: la dialettica è l’arte della parola e in particolare della parola “persuasiva”. Un buon dialettico è capace di parlare di tutto, su tutto, con tutti. Esiste anche una dialettica negativa che consiste nel presentare il vero come falso e il falso come vero.

Socrate: la dialettica corrisponde al metodo dialogico che permette di arrivare alla verità. La dialettica socratica si struttura in quattro tempi: l’ironia, il non sapere, la confutazione, la maieutica.

Platone: la dialettica ha due significati. 1) Significato ontologico: la realtà è articolata su due livelli (mondo sensibile e mondo ideale) tra i quali c’è sì affinità e collaborazione, ma anche divergenza e opposizione. 2) Significato metodologico: dialettica come metodo per leggere e interpretare la realtà: c’è un metodo dialettico ascensivo (synagoghè) e un metodo dialettico discensivo (diairesis).

Kant: la dialettica è quella sezione della “Critica della Ragion Pura” che studia gli errori della ragione (ovvero dell’intelletto nel suo uso iperfisico): sulle tre idee (anima, cosmo e Dio) la ragione pretende di costruire delle scienze (psicologia, cosmologia, teologia). Ma le tre idee devono limitarsi a svolgere una funzione regolativa (als ob…) e non fondativa o costitutiva della realtà.

Hegel: la dialettica è la legge suprema della realtà, è la via privilegiata per arrivare all’assoluto. Scrive Hegel: “Il procedimento dialettico si trova in ogni esperienza. Tutto ciò che ci circonda può essere pensato come esempio di dialettica”. La dialettica hegeliana rimanda al duplice significato platonico (ontologico e metodologico), ma con un “distinguo”: il soggetto della dialettica platonica è l’essere o l’idea, il soggetto della dialettica hegeliana è lo spirito o l’idea (intesa come idea in sé, fuori di sé, ritornante in sé). Una dialettica dunque più movimentata, più dinamica, più spirituale (spirito è anche vento, soffio, aria). Una dialettica contrassegnata, in particolare, da un dinamismo triadico, così suddiviso: 1) la tesi corrisponde al momento embrionale; 2) l’antitesi è il lato dialettico in senso stretto, l’alienazione, la negazione; 3) la sintesi è il compimento della tesi (e l’avvio di una nuova triade); la valenza della sintesi è resa molto bene dal termine tedesco Aufhebung (superamento) che significa nello stesso tempo togliere e conservare.

Kierkegaard: esistenzialismo dialettico (vedi gli articoli pubblicati tra il 5 e il 9 febbraio 2017).

Marx: materialismo dialettico (vedi l’articolo pubblicato il 20 febbraio 2017).

Lorenzo Cortesi

 

PLATONE: IL MITO DELL’ANDROGINO

solo nell’amore si trova
quell’immortalità
che l’umana natura cerca

Per spiegare in che modo l’amore scenda nel cuore degli uomini, Platone, nel dialogo Il simposio, ha raccontato il mito dell’androgino. In principio  «la nostra natura non era qual è ora, ma era diversa», perché l’uomo e la donna costituivano una sola figura, erano una cosa sola, con quattro braccia, quattro gambe, due volti. Erano creature  mostruose e «terribili per forza e per vigore». Allora Zeus decise di tagliare questi esseri in due parti, «come quelli che tagliano le uova con un crine». E una volta divisi essi furono dispersi, divennero più deboli e più mansueti, ma nello stesso tempo sbocciò in loro l’amore, come ricerca dell’altra metà originaria: «ciascuno di noi, pertanto, è come una controparte di uomo, diviso com’è da due in uno, come le sogliole. E così ciascuno cerca sempre l’altra controparte che gli è propria». Proprio per questo «il nome amore si riferisce  al desiderio e all’aspirazione dell’intero». Il bene più grande che può toccarci nella vita consiste «nell’incontrare un amato che abbia un animo che corrisponda al nostro» per ricomporre l’unità originaria. Purtroppo si tratta di un’impresa che risulta più difficile del previsto, perché trovare «i nostri amati è una cosa che solo pochi oggi riescono a fare».

Laddove però l’amore si realizza, ecco sprigionarsi un germe di immortalità: «L’unione dell’uomo e della donna comporta un parto. E questa è una cosa divina. Nell’esser vivente mortale vi è questo immortale: la gravidanza e la generazione». Nell’istante del ricongiungimento gli amanti attuano una tangente con il divino e un senso di immortalità li avvolge, perché in un certo qual modo sanno che non moriranno quando arriverà il compimento dei loro anni, ma continueranno a sopravvivere nel figlio.

Lorenzo Cortesi

 [Questa pagina è un breve estratto dell’articolo che ho pubblicato sul settimanale Il Corriere d’Italia il 24 dicembre 1994].

PLATONE E LA FENOMENOLOGIA DEL POLITICO CORROTTO

è difficile entrare in politica e rimanere onesti



La Fondazione RES (Ricerca su Economia e Società) ha reso pubblico in questi giorni i risultati di un’indagine sulla corruzione dei politici italiani. Dallo scandalo di Tangentopoli, degli anni Novanta, ad oggi il fenomeno non solo non si è arrestato o diminuito, ma addirittura è aumentato. Basterebbe la fotografia dell’Italia di questi giorni, passando dalla giunta Raggi del comune di Roma, al sindaco Sala di Milano per capire quanto la situazione sia grave ed allarmante.

I dati della Fondazione RES parlano chiaro: da Tangentopoli fino ai giorni nostri ben 541 politici sono stati condannati in modo definitivo dalle sentenze della Corte di Cassazione per corruzione e malaffare. Il giornalista Gianluca de Feo (che ha preso in esame i risultati della Fondazione RES insieme ad un dossier elaborato da Rocco Sciarrone, professore di Sociologia della criminalità organizzata all’università di Torino) ha detto: Negli anni Novanta quasi la metà dei ladri intascava soldi per il partito, ora  invece lo si fa per profitto personale. Quelli che delinquono per profitto personale sono schizzati dal 35 al 60 percento: sono la maggioranza silenziosa del ladrocinio. Il malaffare è più diffuso al Sud che al Nord. Non ci si vende solo per denaro, ma anche per avere case, auto, assunzioni».

Ma perché quando si entra nella gestione della cosa pubblica è così difficile seguire la via retta dell’onestà e della giustizia? Forse che la storia abbia smesso di insegnare? O non si tratta piuttosto di un fenomeno più antico di quanto ci si possa immaginare?

Ho riletto la Lettera VII di Platone. È una lunga lettera autobiografica, dove il filosofo racconta della sua passione per la politica, ma anche della ragioni che lo hanno portato a rinunciare ad entrare a far parte del governo della città di Atene. Non voleva sedere accanto agli uomini politici del suo tempo, perché li riteneva radicalmente corrotti. Ecco cosa diceva:

«Quando ero giovane, io ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica, non appena fossi divenuto padrone di me stesso.
Tra quelli (che erano entrati in politica) vi erano alcuni miei familiari e conoscenti, che subito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica, come ad attività degna di me. Io credevo veramente – e non c’è niente di strano, giovane come ero – che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto, e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. M’accorsi così che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente.

Poco dopo cadde il governo dei Trenta e fu abbattuto quel regime. E di nuovo mi prese, sia pure meno intenso, il desiderio di dedicarmi alla vita politica. Anche allora, in quello sconvolgimento, accaddero molte cose da affliggersene, com’è naturale, ma non c’è da meravigliarsi che in una rivoluzione le vendette fossero maggiori. Tuttavia bisogna riconoscere che gli uomini allora ritornati furono pieni di moderazione. Se non che accadde poi che alcuni potenti intentarono un processo a quel mio amico, a Socrate, accusandolo di un delitto assai orrendo, il più alieno dall’animo suo: lo accusarono di empietà, e fu condannato, e lo uccisero.
Vedendo questo, e osservando gli uomini che allora si dedicavano alla vita politica, quanto più li esaminavo ed avanzavo nell’età, tanto più mi sembrava che fosse difficile partecipare all’amministrazione dello Stato, restando onesto».

Da queste poche righe si comprende tutta l’attualità della Lettera VII.
Platone, però, non si è fermato solo  alla descrizione delle nefandezze del governo di Atene del suo tempo. Egli ha suggerito anche alcuni rimedi, che avrò modo di riproporre prossimamente in un nuovo articolo.

Lorenzo Cortesi