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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Vico

VICO: LE ETÀ DELLA STORIA

corsi e ricorsi storici

Tra le più celebri divisioni tripartite della storia in epoca moderna si può ricordare quella di Giambattista Vico, il quale nella Scienza nuova, stampata a Napoli a sue spese nel 1725, affermava che gli uomini «dapprima sentono senza avvertire, poi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura».

Nella prima età, quella degli  dèi, gli uomini erano «stupidi, insensati ed orribili bestioni» e si lasciavano guidare esclusivamente dai sensi. E ovunque individuavano la presenza del divino: i fenomeni della natura, in particolare quelli più minacciosi, venivano interpretati come manifestazione di divinità crudeli e punitrici. Dal punto di vista politico, in questo primo stadio, si assiste al trionfo del sistema teocratico, per cui la vita sociale è incentrata attorno agli oracoli e ai vaticini.

Nella seconda età, quella degli eroi, caratterizzata dal prevalere della fantasia, le qualità che precedentemente erano attribuite agli dèi, ora diventano patrimonio della nobiltà eroica e la forma di governo non può essere che l’aristocrazia, intesa come governo dei più forti.

La terza età, quella degli uomini, è caratterizzata finalmente dal prevalere della ragione sui sensi e sulla fantasia: «La terza fu natura umana, intelligente, e quindi modesta, benigna e ragionevole, la quale riconosce per leggi la coscienza, la ragione, il dovere». Al diritto divino e del più forte, propri delle epoche precedenti, in questo ultimo stadio vengono sostituite forme di governo, come le monarchie costituzionali o le repubbliche popolari, che riconoscono l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma questa impostazione tripartita della storia non è rigida e assoluta, perché Vico l’ha integrata e in qualche modo l’ha trasformata con la teoria dei corsi e ricorsi storici. Infatti ai corsi storici possono subentrare dei ricorsi, cioè una sorta di ritorno della storia sui suoi passi. Secondo Vico, ad esempio, il Medioevo europeo, che egli chiama barbarie ultima o ritornata, può essere considerato un esempio di ricorso storico.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è tratto dal mio libro Questioni di Storia, 2016]

L’opera omnia di Vico (11 volumi) è stata pubblicata recentemente dalla casa editrice La Terza.

 

VICO: TRA FILOSOFIA E FILOLOGIA

verum et factum convertuntur

Vico era convinto che solo la storia, tra tutte le discipline, doveva diventare vero oggetto di indagine. L’uomo può conoscere veramente solo ciò che egli stesso ha prodotto. Lo studio del cosmo e dell’universo, opera di Dio creatore, rimane precluso all’indagine umana. O meglio, è possibile continuare a studiare il mondo, ma l’uomo non sarà mai in grado di ricavarne leggi stabili e definitive. Perciò, impossibilitato a raggiungere la verità, l’uomo dovrà accontentarsi, come diceva Vico, della verosimiglianza. Soltanto la storia, in quanto prodotto umano, costituisce l’autentico ambito di indagine e di ricerca. Certamente anche la storia non è svincolata dal controllo divino, perché subordinata alle leggi eterne della provvidenza, ma rispetto alla natura è determinante e fondamentale il ruolo dell’uomo. In altre parole, per usare una metafora dello stesso Vico, se Dio è l’architetto della storia, l’uomo risulta esserne, comunque, il fabbro.

Il metodo per affrontare l’indagine storica, proposto dal Vico, tiene conto di due componenti: la filologia e la filosofia. La prima, intesa in un significato molto ampio, è «la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall’umano arbitrio, come son tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti così della pace come della guerra de’ popoli» e, dunque, ha il compito di disseppellire i fatti per conseguire un elevato grado di certezza. Alla filosofia, invece, preme illuminare i fatti e inverarli, stabilendo un nesso logico e causale tra di essi. Lo storico deve, allora, mantenere strettamente congiunte filosofia e filologia: «La filosofia, diceva Vico,contempla la ragione, onde viene la scienza del vero, la filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo». Senza la luce della filosofia i fatti sarebbero ciechi, scoordinati tra loro e totalmente senza senso; d’altra parte se mancassero i fatti della filologia, il verum della filosofia sarebbe vuoto. Da qui il dovere dello storico di accertare il vero e inverare il certo: «Questa medesima degnità (postulato) dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragione de’ filosofi». Perciò verum et factum convertuntur. Su questo importante presupposto, secondo Vico, si fonda l’edificio della scienza nuova.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è tratto dal mio libro Questioni di Storia, 2016]

VICO: UNA NUOVA SCIENZA

viaggiare nel passato per capire il presente

Da Cartesio fino a Kant la problematica filosofica si è concentrata soprattutto attorno alla gnoseologia: come è possibile per il soggetto (res cogitans) conoscere l’oggetto (res extensa)? E che cosa si può conoscere con certezza dell’oggetto? In che modo due sostanze tra loro eterogenee, due mondi completamente distinti possono interagire? La scuola empirista legata in particolar modo al mondo anglosassone e quella razionalista radicata nel cuore della vecchia Europa si divisero attorno a questa questione. Non importa se a nessuna della due correnti di pensiero fu dato di conseguire un esito soddisfacente; anzi l’empirismo rischiò di sprofondare nel baratro dello scetticismo e il razionalismo sfociò nel dogmatismo. Tuttavia, per parecchi decenni, la dottrina della conoscenza ha polarizzato gli interessi dei filosofi, fin quasi all’esaurimento.

Non che le altre problematiche fossero completamente ignorate, ma certamente non venivano poste al centro dei dibattiti. Ci si può immaginare, quindi, che non potesse avere alcuna risonanza chi si dedicava per conto proprio alla riflessione sulla storia. È stato il caso del napoletano Giambattista Vico (1668-1744), che ha percorso un cammino talmente controcorrente, da rimanere per tanto tempo un perfetto sconosciuto. Soprattutto dopo che Cartesio aveva espresso un giudizio non troppo entusiastico sulla storia, paragonandola ad un viaggio nel passato, che finisce per farci dimenticare il presente. Allora a che cosa potrà mai servire la storia? Ecco che cosa ha detto Cartesio nelle prime pagine del Discorso sul metodo: «È bene conoscere qualcosa dei costumi degli altri popoli, per poter giudicare dei nostri più saggiamente, e non pensare che tutto ciò che è contrario alle nostre usanze sia ridicolo e irragionevole, come fanno di solito quelli che non hanno visto nulla. Ma quando si spende molto tempo nei viaggi, si diventa alla fine stranieri in casa propria; e quando si è troppo curiosi delle cose del passato, si rimane di solito assai ignoranti di quelle del presente».

Uno come Vico, dunque, non poteva che rimanere ai margini, isolato, voce stonata, senza alcuna speranza di venire ascoltato. Sarà un altro napoletano, di adozione, Benedetto Croce a farlo conoscere molti anni dopo e a conferirgli quella dignità che giustamente gli si doveva attribuire.

Il fatto che Vico abbia intitolato il suo capolavoro Scienza nuova, dedicato al cardinale Lorenzo Corsini (che in seguito diventò papa con il nome di Clemente XII) dimostra che egli era consapevole della trasformazione che andava operando: l’interesse scientifico riservato alla storia era qualcosa di assolutamente nuovo, inedito, originale.

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è tratto dal mio libro Questioni di Storia, 2016]