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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

Archivio

Categoria: Wittgenstein

WITTGENSTEIN: L’ INEFFABILE

Es gibt allerdings Unaussprechliches.
Dies zeigt sich, es ist das Mystische 


                                                                                                                                                                                                               Come ho scritto nell’articolo pubblicato ieri, secondo Wittgenstein le proposizioni filosofiche tradizionali sono per lo più unsinnig. Quali conseguenze si possono trarre da questa affermazione? Nel Tractatus Logico-Philosophicus Wittgenstein sostiene che la filosofia si riduce ad essere una critica del linguaggio. Nella tesi 4.0031, infatti, si legge: «Tutta la filosofia è una critica al linguaggio» (Alle Philosophie ist Sprachkritik).
La filosofia assume una funzione chiarificatrice, come appare nella tesi 4.112: «Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri (Der Zweck der Philosophie ist die logische Klärung der Gedanken). La filosofia non è una dottrina, ma un’attività (Die Philosophie ist keine Lehre, sondern eine Tätigkeit). Un’opera filosofica consta essenzialmente di chiarificazioni (Ein philosophisches Werk besteht wesentlich aus Erläuterungen). I risultati della filosofia  sono non proposizioni filosofiche, ma il chiarirsi di proposizioni (Das Resultat der Philosophie sind nicht philosophische Sätze, sondern das Klarwerden von Sätzen). La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti, per così dire, sarebbero torbidi e indistinti (Die Philosophie soll die Gedanken, die sonst, gleichsam, trübe und verschwommen sind, klar machen und scharf abgrenzen)».
La filosofia è un’attività non immanente alle scienze della natura, ma trascendentale. Essa esercita una funzione terapeutica, cioè deve delimitare l’esprimibile (cfr. tesi 4,114).

Da qui il silenzio. La filosofia è condannata al silenzio. Nella prima parte della tesi 6.53 si legge: «Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dirsi se non ciò che può dirsi (Die richtige Methode der Philosophie wäre eigentlich die: Nichts zu sagen)». Così anche la celebre tesi 7 con la quale si chiude il Tractatus Logico-Philosophicus: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen)». La stessa idea era stata formulata anche nella Prefazione al Tractatus: «Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nella parole: Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Ciò di cui non si può parlare appartiene alla sfera dell’etica, della religione,  della metafisica, della mistica. Significative a questo proposito la tesi 6.421: «È chiaro che l’etica non può formularsi… (Es ist klar, daß sich die Ethik nicht aussprechen läßt…)»; e la tesi 6.522: «Ma vi è dell’ineffabile. Esso mostra sè, è il mistico (Es gibt allerdings Unaussprechliches. Dies zeigt sich, es ist das Mystische)». L’inesprimibile  non solo non è condannato da Wittgenstein, ma è talmente importante e fondamentale che costituisce quel non-detto che sta a fondamento dello scritto e del detto del Tractatus.

Nell’introduzione all’opera Russell aveva affermato: «Wittgenstein, nonostante tutto, riesce a dire molte cose intorno a ciò che non può essere detto, suggerendo così al lettore scettico che forse vi possa essere una qualche scappatoia, attraverso una gerarchia di linguaggi o per qualche altra via. Tutta la materia dell’etica, ad esempio, è da Wittgenstein ubicata nella regione mistica, inesprimibile. E tuttavia egli riesce a comunicare le proprie opinioni etiche».

Lorenzo Cortesi

WITTGENSTEIN: LE PROPOSIZIONI

sinnvoll, sinnlos, unsinnig   



                                                                                                                                                                                                                  Nel Tractatus Logico-Philosophicus Wittgenstein afferma che le proposizioni sono di tre tipi:

1. Sinnvoll, cioè dotate di senso. Sono significative tutte le proposizioni che rappresentano qualcosa, sono l’immagine di qualcosa. Ma con ciò non si dice ancora che siano vere. La verità consiste nella concordanza con la realtà e la falsità con la discordanza con la realtà . Nella tesi 2.222 si legge: « Nella concordanza o discordanza del senso dell’immagine con la realtà consiste la verità o falsità dell’immagine (In der Übereinstimmung oder Nichtübereinstimmung seines Sinnes mit der Wirklichkeit, besteht seine Wahrheit oder Falschheit)». E nella tesi 2.223: «Per riconoscere se l’immagine sia vera o falsa noi dobbiamo confrontarla con la realtà (Um zu erkennen, ob das Bild wahr oder falsch ist, müssen wir es mit der Wirklichkeit vergleichen)».
Una proposizione può essere sensata, anche se non vera. Ad esempio posso dire: Oggi piove; ma se non piove la proposizione è falsa, anche se mantiene una sua sensatezza.

2. Sinnlos, cioè prive di significato. Si pensi ad esempio alle tautologie, che sono sempre vere in ogni circostanza: o piove o non piove. Si pensi anche alle contraddittorie, che sono sempre false: piove e non piove.

3. Unsinnig, cioè insensate, né vere né false. Ma con il termine insensato non si rimanda a quella connotazione negativa che qualcuno potrebbe immaginare. Si tratta di tutte le proposizioni dell’etica, dell’estetica e più in generale della filosofia e della teologia. La tesi 4.003 dice: «Le proposizioni e le domande che si sono scritte su cose filosofiche sono per la maggior parte non false, ma insensate. (Die meisten Sätze und Fragen, welche über philosophische Dinge geschrieben worden sind, sind nicht falsch, sondern unsinnig). Perciò a domande di questa specie noi non possiamo affatto rispondere, ma possiamo solo constatare la loro insensatezza (Wir können daher Fragen dieser Art überhaupt nicht beantworten, sondern nur ihre Unsinnigkeit feststellen)».

Lorenzo Cortesi

 

 WITTGENSTEIN: REALTÀ E LINGUAGGIO

die Grenzen meiner Sprache
bedeuten die Grenzen meiner Welt

(Tractatus Logico-Philosophicus) 



Il tema della conoscenza e del linguaggio – tema molto caro anche al cosiddetto secondo Wittgenstein – è sviluppato a partire dalla tesi 2.1 del Tractatus Logico-Philosophicus: «Noi ci facciamo immagini dei fatti» (Wir machen uns Bilder der Tatsachen). Il linguaggio ha una funzione raffigurativa degli stati delle cose (Sachverhalten) possibili. Se il linguaggio (o il pensiero) è un’immagine o una raffigurazione che ci facciamo della realtà, allora valgono anche per il linguaggio quella scomposizione che abbiamo stabilito per la realtà (vedi l’articolo pubblicato ieri).
Suggerisco la seguente schematizzazione:

Realtà      =       Linguaggio
|                             |
Fatti         =     Proposizioni complesse
|                                        |
Stati di fatto    =   Proposizioni elementari
(o fatti atomici)    non ulteriormente scomponibili
|                                        |
Oggetti            =   composte da nomi
(o entità)

I nomi, dunque, significano l’oggetto e l’oggetto è significato dal nome (cfr. tesi 3.203).
La proposizione composta dai nomi non è un miscuglio di parole, come il tema musicale non è un miscuglio di suoni (wie das musikalische Thema kein Gemisch von Tönen). La proposizione è articolata (cfr. tesi 3.141).

E ancora più precisamente nella tesi 4.01 si legge: «La proposizione è un’immagine della realtà. La proposizione è un modello della realtà, quale noi la pensiamo» (Der Satz ist ein Bild der Wirklichkeit. Der Satz ist ein Modell der Wirklichkeit, so wie wir sie uns denken). Questo solipsismo linguistico, come l’ha chiamto Amedeo Conte, sembra minare l’ontologia. E ciò appare ancor più evidente nella tesi 5.6: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mondo» (Die Grenzen meiner Sprache bedeuten die Grenzen meiner Welt).

Lorenzo Cortesi

WITTGENSTEIN: VISIONE DELLA REALTÀ
la prima parte del Tractatus Logico-Philosphicus

 

                                                                                                                                                                                                               Nella prima tesi del Tractatus Logico-Philosophicus Wittgenstein afferma che «il mondo è tutto ciò che accade» (die Welt ist alles, was der Fall ist). E più precisamente nella tesi 1.1: «Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose» (die Welt ist die Gesamtheit der Tatsachen, nicht der Dinge). Con la tesi 1.2 viene precisato: «Il mondo si divide in fatti» (die Welt zerfällt in Tatsachen). I fatti, di cui parla Wittgenstein sono tutti gli avvenimenti, quelli attuali e quelli possibili.

I fatti, a loro volta, si dividono in fatti più semplici, che Wittgenstein chiama Sachverhalt, cioè stato di cose o fatto atomico. E questi fatti atomici sono formati da oggetti o cose o entità (a proposito di questa distinzione terminologica rimando alla parte conclusiva dell’articolo pubblicato ieri).
Gli oggetti, che sono la sostanza del mondo sono semplici e contengono in sé tutti i predicati. Si potrebbe ritrovare in questa visione della realtà un collegamento con Leibniz, il quale parlando delle monadi diceva che sono la sostanza del mondo, sono semplici e contengono in sé tutti i possibili predicati. Mentre però Leibniz aveva elaborato la sua dottrina in direzione ontologica, Wittgenstein lo fa in orientamento logico e linguistico. Ciò non toglie che anche a Wittgenstein non interessasse l’ontologia (vedi la lettera a von Flicker, riportata nell’articolo pubblicato ieri).

Non possiamo pensare gli oggetti se non combinati tra loro. Il composto più semplice a cui possono dare vita è il fatto atomico (Sachverhalt). In esso gli oggetti sono interconnessi come le maglie di una catena (cfr. tesi 2.03), sono in una determinata relazione l’uno con l’altro (cfr. tesi 2.031).

Lorenzo Cortesi

 

 WITTGENSTEIN: TRACTATUS LOGICO-PHILOSOPHICUS

il senso del libro è di ordine etico
e la parte non-scritta è la più importante

 

                                                                                                                                                                                                           Ludwig Wittgenstein iniziò a lavorare al Tractatus logico-philosophicus a partire dal 1910 e lo completò durante la prima guerra mondiale, quando si trovò prigioniero a Montecassino. Da là mandò una copia del manoscritto a Bertrand Russell, affinché la valutasse. La prima edizione del trattato, in lingua tedesca, apparve nel 1921 sulla rivista Annalen der Naturphilosophie (XIV, 34, pp. 185-262). Nel 1922 l’opera fu pubblicata in inglese con testo a fronte tedesco e accompagnata da un’introduzione di Russell.

Il Tractatus si muove attorno a sette tesi. Tutte e sette (eccetto l’ultima) si suddividono in altre sottotesi, alle quali sono connesse altre tesi.
Ad esempio: tesi 1.
1.1
1.11
1.2
2.

Questo modo di procedere, che ha un suo antecedente nell’Ethica di Spinoza, è stato largamente utilizzato dopo Wittgenstein (vedi le tesi di laurea, i lavori scientifici, gli ipertesti).

Difficoltà di comprensione del Tractatus per i seguenti motivi:
1. La concisione dell’opera non ha confronti. Wittgenstein fa uso di formulazioni succinte e a volte perfino ermetiche, rinunciando all’impostazione filosofica consueta, cioè quella argomentativa.

2. Per capire l’opera bisogna prima di tutto conoscere la filosofia di Frege e di Russell (ad esempio i Principi della matematica). Ecco cosa ha detto espressamente Wittgenstein nella prefazione all’opera: «Mi limiterò a ricordare che io devo alle grandiose opere di Frege e ai lavori del mio amico sig.re B. Russell gran parte dello stimolo ai miei pensieri». A questo proposito J. Schulte ha precisato: «Il lettore del Tractatus non può sperare di capire neanche in minima parte quest’opera, senza padroneggiare i fondamenti della logica, senza aver studiato con la massima precisione gli scritti di Frege e i Principi della matematica di Russell. Numerose interpretazioni errate del Tractatus sono dovute semplicemente al fatto che gli interpreti abbiano ignorato questo contesto in cui il libro è situato e nel quale soltanto è comprensibile».

3. Bisogna tener conto del non-scritto: nel libro c’è solo una parte di quello che Wittgenstein voleva dire. C’è un non-detto che appartiene strettamente all’opera. Nel 1919 Wittgenstein in una lettera a Ludwig von Ficker ha scritto: «Il senso del libro è di ordine etico. Prima volevo enunciare nella Prefazione una tesi che ora di fatto non c’è, ma che le scrivo adesso, perché forse le servirà da chiave; volevo scrivere che la mia opera consiste di due parti: di quello che vi si presenta e di tutto ciò che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è la più importante». Sembra di sentire un’eco platonica.

Una breve precisazione per quanto riguarda la terminologia. A partire dalla tesi 2. troviamo i termini tedeschi Gegenstand, Sache, Ding che sono quasi sinonimi e che si potrebbero tradurre con il vocabolo cosa. Amedeo Conte nella traduzione ha distinto in questo modo: Gegenstand: oggetto; Sache: ente; Ding: cosa.

Lorenzo Cortesi

 

WITTGENSTEIN: LA MOSCA NELLA BOTTIGLIA

il compito della filosofia consiste
nell’indicare alla mosca la via di uscita dalla bottiglia

 

Riprendo le Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein (ne ho già parlato il 13 dicembre) per mettere a fuoco quella pagina che tratta del compito che dovrebbe caratterizzare la filosofia. Secondo Wittgenstein la filosofia non è propriamente una scienza o una dottrina, ma un’attività chiarificatrice del linguaggio. Non si tratta di spiegare le cose, di cogliere l’essenza, di scoprire nuove verità. Ciò che può fare il filosofo è descrivere i vari giochi linguistici, liberandoli dal pericolo del fraintendimento. La filosofia diventa dunque una guida al funzionamento del linguaggio. Filosofia è semplicemente una terapia per curare le malattie del linguaggio.

«Noi – dice Wittgenstein – riportiamo le parole, dal loro linguaggio metafisico, indietro al loro linguaggio quotidiano». E ciò in quanto il linguaggio «fa parte della nostra storia naturale come il camminare, il mangiare, il bere, il giocare». Qual è, in definitiva, il compito della filosofia? «Indicare alla mosca la via di uscita dalla bottiglia».

Lorenzo Cortesi

*** La foto l’ho scattata nel luglio del 2013 a Cambridge. L’iscrizione, in ricordo di Wittgenstein, si trova sul muro della casa, dove il filosofo visse, ospite di amici, l’ultimo periodo della sua vita.

 

WITTGENSTEIN: RICERCHE FILOSOFICHE

la teoria dei giochi linguistici

 

 

Apro una pagina su Ludwig Wittgenstein (1889-1951). È la prima, ma non sarà l’ultima.
Mi prometto di ritornarvi spesso. Si tratta di uno dei più grandi pensatori del Novecento.
Perciò è necessario mantenere una porta aperta sulla sua filosofia.
Oggi mi limito a metter a fuoco solo alcuni passaggi dell’opera più importante del cosiddetto secondo Wittgenstein, pubblicata postuma nel 1953: Ricerche filosofiche (Philosophische Untersuchungen). Lo stile è diverso rispetto al Tractatus del 1921 (quello, cioè, del primo Wittgenstein).
È tutto un susseguirsi di osservazioni dal tono colloquiale e discorsivo, con l’uso di metafore e di esempi molto plastici. Talvolta Wittgenstein procede anche con la forma maieutica del dialogo con domande e risposte. Egli vuole che il lettore continui la ricerca, andando oltre il suo scritto:
«Non vorrei risparmiare ad altri la fatica di pensare. Ma, se fosse possibile, stimolare qualcuno a pensare da sé».

Il punto di partenza dell’opera è la constatazione che le difficoltà filosofiche e le confusioni del pensiero derivano dalle ambiguità del linguaggio. Perciò bisogna iniziare ad analizzare il linguaggio, soprattutto quello quotidiano. Si è sempre pensato che apprendere un linguaggio consista nell’imparare a denominare gli oggetti. È un po’ come attaccare ad una cosa un cartellino con un nome.

In realtà con il linguaggio facciamo molto di più che denominare gli oggetti. Le parole di una lingua sono degli arnesi o degli strumenti. Un po’ come quegli arnesi che si trovano in una cassetta di utensili: c’è un martello, una tenaglia, un cacciavite, una sega, un metro, un pentolino per la colla, la colla, le viti, i chiodi. Quanto differenti sono le funzioni di questi oggetti, altrettanto differenti sono le funzioni delle parole. Come gli attrezzi di una cassetta assumono una funzione solo se utili nell’ambito di certe attività e vi assolvono uno scopo, così anche le parole hanno un senso solo in quanto inserite in contesti linguistici. Posso usare un cacciavite per riparare una serratura, ma anche per sistemare un interruttore. E così per i nomi: un nome acquista significati diversi a seconda dei contesti in cui è inserito. Pensiamo ad esempio al nome Pietro: non serve solo a denominare qualcuno, ma anche a chiamarlo, lodarlo, maledirlo, rendergli onore. Oppure pensiamo al pronome tu: ha un significato diverso se viene pronunciato dagli amanti in un rapporto d’amore o viene impiegato per minacciare qualcuno. Questo uso dei nomi in più contesti diversi fra loro, è chiamato da Wittgenstein gioco linguistico. Con gli stessi attrezzi della cassetta posso eseguire molteplici lavori, con lo stesso mazzo di carte posso fare più giochi, con le stesse parole posso parlare più linguaggi. Con le stesse parole di una lingua posso descrivere, comandare, raccontare, recitare in teatro, cantare in girotondo, ringraziare, salutare, imprecare, pregare, chiedere, ecc.

Si sa che i giochi devono seguire certe regole. Chi non conosce le regole del gioco non può giocare. Da qui due considerazioni:
1.Nel gioco non tutto è regolato. Nel gioco del tennis, ad esempio, ci sono delle regole ben precise che vanno rispettate. Ma è proprio tutto regolato? No! Ad esempio, non si dice quanto alta possa essere lanciata la pallina.
2.Le regole del gioco sono codificazioni umane. Le regole sono dettate da convenzioni o da abitudini.
Allora si può concludere che anche per il linguaggio non tutto è perfettamente regolato; ed anche ciò che è regolato, non lo è mai in modo assoluto, ma convenzionale.

Lorenzo Cortesi