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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Letteratura

SCHILLER: POESIA INGENUA E SENTIMENTALE

il rapporto uomo – natura   


 

Con lo scritto Sulla poesia ingenua e sentimentale del 1795-96 (Über naive und sentimentalische Dichtung) Schiller ha messo a confronto la poesia degli antichi con la poesia moderna. La prima era ingenua: l’uomo viveva una sorte di armonia con la natura. Il rapporto uomo-natura era immediato e spontaneo. Perciò anche la poesia era espressione di tale immediatezza e spontaneità.  La seconda, cioè poesia moderna, invece, è sentimentale. Si tratta di una poesia riflessa, dove l’armonia con gli elementi naturali non è più immediata, ma va cercata e costruita.
 

In entrambi i casi, comunque, il poeta è il difensore della natura: l’ingenuo la possiede come realtà immediata, il sentimentale (che se n’è allontanato) la rappresenta come ideale.
L’ideale rappresentazione della natura può essere di tre tipi:
1. Satirico se confronta con l’ideale la realtà come manchevole
2. Elegiaco se la piange come perduta
3. Idilliaco se la rappresenta in una sublime finzione.

Lorenzo Cortesi

 

 

SCHILLER: L’ANIMA BELLA

dignità e grazia


 

Friedrich von Schiller (1759-1805) è stato uno dei massimi esponenti dello Sturm und Grand.
Vorrei ricordare, tra le sue opere filosofiche, le Lettere sull’educazione estetica dell’uomo del 1795 (Briefe über die ästhetische Erziehung des Menschen): ventisette lettere per educare l’uomo ai valori estetici. Schiller sostiene che l’arte sia la sola vera filosofia, perché può arrivare là dove non si può giungere con la sola ragione. L’arte è anche mezzo di purificazione e di educazione morale dell’uomo.

La bellezza artistica si coglie solo quando si realizza una perfetta sintesi tra l’istinto materiale e l’istinto formale: il primo è proprio della parte più sensibile dell’uomo, mentre il secondo è una caratteristica della razionalità.

Schiller ha celebrato la teoria sulla bellezza anche nell’opera Grazia e dignità del 1793 (Über Anmut und Würde). La grazia è una qualità morale, più che una caratteristica del corpo. Per dignità, invece, Schiller intende il dominio della ragione sulla sensibilità.
In quest’opera si trova il celebre il tema dell’anima bella (die Schöne Seele) che verrà ripreso anche da Hegel. È l’anima che sa superare due estremi: la legge morale razionale e la spontaneità istintuale. È l’anima di chi riesce a compiere il dovere morale con naturalezza, spontaneità e grazia: «Si dice anima bella, quando il sentimento morale è riuscito ad assicurarsi tutti i moti interiori dell’uomo, al punto da poter lasciare senza timore all’affetto la guida della volontà e da non correre mai il pericolo di essere in contraddizione con le decisioni di esso. L’anima bella ci fa entrare nel mondo delle idee senza abbandonare il mondo sensibile come avviene nella conoscenza della verità, per mezzo della bellezza».

L’anima bella è propria di chi compie il dovere senza interesse e senza condizioni (come voleva Kant), ma completato da uno stile  segnato dall’immediatezza e dall’istintività. L’anima bella, quindi, salva il dovere, ma lo preserva dalla fredda razionalità, con un tocco di grazia e spontaneità.

Lorenzo Cortesi

 

 

NOVALIS: INNI ALLA NOTTE

la certezza della vita dopo la morte 


Gli Inni alla notte di Novalis (Hymnen an die Nacht) furono pubblicati sul numero di agosto del 1800 della rivista Athenaeum. Si tratta di sei inni scritti dopo la dolorosa esperienza della scomparsa dell’amata Sophie (anche se il nome della ragazza non compare mai nell’opera).
Gli Inni lasciano chiaramente trasparire che Novalis è certo che nell’aldilà potrà ritrovare la sua adorabile Sophie. Ecco come ha descritto la sera del 13 maggio, quando si recò alla tomba dell’amata:

«La sera andai da Sophie.
Qui mi sentii indescrivibilmente lieto
lampeggianti momenti di entusiasmo
soffiai via la tomba avanti a me, come polvere
secoli e momenti erano la stessa cosa
la sua vicinanza era sensibile
io credevo che dovesse da un momento all’altro apparirmi».

Per Novalis quella sera fu un’esperienza mistica di eccezionale intensità. Dapprima Novalis sembra aspettare con forza il giorno della sua morte per ricongiungersi con Sophie. Ma in seguito  considera la sua donna come una figura intermediaria che lo possa condurre a Gesù e, con morte, lo faccia entrare nella casa del Padre. Qualcuno ha pensato che Sophie sia stata per Novalis, ciò che Beatrice è stata per Dante.

Lorenzo Cortesi

 

NOVALIS: IL FIORE AZZURRO E I DISCEPOLI DI SAIS

nel cuore della natura
l’uomo riconosce se stesso 


La produzione di Novalis è più letteraria e poetica che filosofica e scientifica. Possiamo menzionare oltre alle poesie Inni alla notte (Hymnen an die Nacht), che furono pubblicate per la prima volta sulla rivista Athenaeum, i romanzi incompiuti Heinrich von Ofterdingen e I discepoli di Sais (Die Lehrlinge zu Sais).

Il primo è un romanzo di formazione di cui è rimasta solo la prima parte divisa in nove capitoli. Tra le immagini più famose, che troviamo nel testo, va ricordata quella del fiore azzurro (blaue Blume), il nontiscordardime, simbolo dell’amore e della tensione verso l’infinito. Tutto il romanzo riflette sottilmente il rapporto tra sogno e realtà, tra vita e morte e l’indecisione del destino. Molti i richiami al Wilhelm Meister di Goethe, un’opera che Novalis dapprima ha letto con entusiasmo, ma che in un secondo tempo ha giudicato altamente priva di poesia.

Il secondo romanzo, pure incompiuto, rimanda a Sais, ovvero Iside, divinità egizia della vita e della salute. È un romanzo simbolico sulla natura. Più l’uomo si addentra nella conoscenza della natura e più finisce per riconoscere se stesso. Chi raccoglierà la sfida si Sais?: «Io sono tutto ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà e nessun mortale non ha ancor osato sollevare il mio velo». Ma un discepolo di Sais ebbe l’ardire di sollevare il velo della dea: «Ebbene, che vide? Vide – meraviglia delle meraviglie – se stesso». La scoperta del mistero della natura coincide con la scoperta del nostro stesso io, perché c’è un identico spirito nella divinità, nella natura e nell’uomo.

Lorenzo Cortesi

 

 

NOVALIS: L’IDEALISMO MAGICO

la poesia va oltre la scienza e la filosofia 


Novalis, pseudonimo di Georg Friedrich von Hardenberg, è nato nel 1772 ed è morto giovanissimo, non ancora ventinovenne, nel 1801. Lo pseudonimo, che egli ha scelto nel 1798, si riferisce al nome di un’antica proprietà di famiglia De Novale, ma in latino indica anche la terra ancora incolta, ma adatta per la prima coltura.
Novalis è stato uno dei più rappresentativi esponenti del romanticismo tedesco del circolo di Jena. L’idealismo di Novalis è stato mutuato dall’idealismo di Fichte, che aveva dato il primato all’Io, cioè all’Idea, al Soggetto. Novalis era rimasto molto ben impressionato dalle lezioni di Fichte. Ma all’idealismo fichtiano Novalis ha aggiunto l’appellativo magico. Tutto, secondo lui, è un prodotto della magia dell’Io.

La forma artistica più elevata è l’arte: «La poesia sana le ferite inferte dall’intelletto. Essa è formata da elementi contrastanti: da una verità sublime e da un piacevole inganno». Il poeta comprende la natura meglio che lo scienziato. Perché l’intelletto, di cui si serve lo scienziato, è uno strumento debole che non consente l’accesso al divino, alla cosa in sé. L’intelletto suscita degli interrogativi, ma ad essi non sa dare risposta. Apre delle ferite che non è in grado di sanare. Laddove non arriva l’intelletto può giungervi la poesia. Il filosofo, se vuole entrare nel cuore della natura, deve diventare poeta. Come ho detto nell’ultima lezione a proposito di Friedrich Schlegel, anche in Novalis la filosofia alla fine si trasforma in poesia e la poesia a sua volta assume una coloritura magica, mistica e religiosa.

Lorenzo Cortesi

 

ROMANTICISMO

una breve introduzione   


Caspar David Friedrich - der Wanderer über dem Nebelmeer - L'opera è considerata il manifesto del movimento romantico

 

Definire il Romanticismo è estremamente difficile. Friedrich Schlegel in una lettera al fratello August disse di non potergli dare una sintetica definizione, perché ciò che aveva elaborato era qualcosa come 125 pagine.

L’aggettivo romantico è apparso per la prima volta in Inghilterra verso la metà del XVII secolo per indicare il favoloso, lo stravagante, il fantastico, l’irreale, come si poteva incontrare, ad esempio, in certi racconti cavallereschi. Nel secolo XVIII il termine romantico fu applicato al mondo medioevale in contrapposizione all’antichità classica. Nel XIX secolo il termine ha coinciso, invece, con la riscoperta dell’istinto, dell’emozione, del sentimento, contro il razionalismo del secolo precedente.

Una definizione, comunque, va data. Ed è questa: movimento culturale che si è sviluppato in Europa tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Un movimento che ha coinvolto poesia, letteratura, arte, filosofia, musica. Jena è stata la città dove si è costituito il primo circolo romantico con i due fratello Schlegel, Novalis e coloro che provenivano dallo Sturm und Drang. Organo ufficiale del circolo era l’Athenaeum.

L’atteggiamento che ha contraddistinto il Romanticismo è stato quello del dissidio e della tensione (Streben). Lo spirito romantico, infatti, non era mai soddisfatto del presente, ma continuamente teso verso qualcosa di superiore, difficilissimo, se non impossibile, da raggiungere. Questo stato d’animo è chiamato Sehnsucht, ovvero struggimento, brama, desiderio ardente, anelito appassionato.
È molto più della nostalgia (Heimweh). Perché la nostalgia è desiderio del ritorno a qualcosa già posseduto, o almeno conosciuto. Sehnsucht è, invece, un desiderio che non si può mai appagare, perché non conosce neppure l’ideale verso cui tende. È un desiderio irrealizzabile, perché è un desiderare tutto e nulla nello stesso tempo.

Lorenzo Cortesi

 

 

SARTRE: IL MURO

quelques heures ou quelques années
d’attente c’est tout pareil,

quand on a perdu l’illusion d’être éternel  


                                                                                                                                                                                                                     

Il muro (Le mur) è il titolo di un racconto di Sartre che dà il nome anche ad una raccolta (pubblicata nel 1939)  che ne comprende altri quattro e cioè: La camera (La chambre), Erostrato (Erostrate), Intimità (Intimité)  e Infanzia di un capo (L’enfance d’un chef).
In tutti i racconti (e non solo nel primo) si parla di un muro, che simboleggia la vita umana impietrita, senza senso: lo scacco è l’esito finale a cui ogni uomo è destinato.

Il muro di cui si parla nel primo racconto è quello che fa da sfondo ai condannati alla fucilazione. Siamo nel contesto della guerra civile spagnola. Il protagonista Pablo Ibbietta,  è in cella con altri due prigionieri in attesa di essere fucilato dai soldati franchisti, che lo accusano di essere un repubblicano. A Ibbietta gli viene offerta una via di fuga: per aver salva la vita deve rivelare il luogo in cui si nasconde il compagno Ramón Gris. Alla fine per sfuggire alla fucilazione Ibbietta dà ai franchisti una informazione falsa del nascondiglio di Gris. Ma nel frattempo Gris viene a trovarsi proprio in quel luogo che Ibbietta aveva indicato come falso. Ironia della sorte!

Alla fine Ibbietta ha salva la vita, ma che importa? Quando si è persa l’illusione di essere immortali, non c’è differenza tra poche ore o pochi anni di vita: «Quelques heures ou quelques années d’attente c’est tout pareil, quand on a perdu l’illusion d’être éternel».

Nel 1967 il regista Serge Roullet ha realizzato la trasposizione cinematografica dall’omonimo titolo.

Lorenzo Cortesi

 

SARTRE: IL DIAVOLO E IL BUON DIO

le Bien est-il possible?


 

Il diavolo e il buon Dio (Le Diable et le Bon Dieu) è un’opera teatrale di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1951. Si descrive la storia di Goetz, un capitano di ventura che durante la guerra dei contadini tedeschi (1524-25), al tempo della Riforma protestante, dapprima sceglie il Male assoluto e poi il Bene assoluto.

Quest’opera, come si può dedurre dal titolo tratta della natura umana, di Dio e del diavolo e della questione relativa alla possibilità di compiere il bene: «le Bien est-il possible?».

Attraverso le vicende di Goetz, Sartre critica ogni forma di morale che pretende di presentarsi come totalizzante. Infatti, secondo Sartre, ogni azione umana è storicamente condizionata.

Lorenzo Cortesi

 

SARTRE: LA NAUSEA

un sentimento di disgusto
di fronte alla gratuità dell’esistenza  


                                                                                                                                                                                                                   

La Nausea (La Nausée) è il più celebre romanzo di Sartre, scritto nel 1932 e pubblicato nel 1938. Qualcuno ha sostenuto che non si tratta propriamente di un romanzo, ma di un diario filosofico. Il protagonista è Antoine Roquentin, uno storico che trascorre le sue giornate nella biblioteca di Bouville, dove svolge delle ricerche di carattere storico su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon. Tutti nomi sono fittizi. Attraverso il diario di Antoine Roquentin viene descritta la nausea, cioè quel sentimento di disgusto di fronte alla gratuità dell’esistenza. Gratuità dell’esistenza significa che le cose stanno lì o là senza un senso.

La realtà tutta, in ogni sua espressione, anche quella più nascosta, è un di troppo, insignificante e per questo nauseante:
«Dunque, poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse il significato delle cose; la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso. Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati di noi stessi, non avevamo la minima ragione di essere lì. ciascuno esistente, confuso, inquieto, si sentiva di troppo rispetto agli altri… di troppo: era il solo rapporto che io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli». E ancora: «Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi viene il voltastomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea». Tutto è peervaso dalla nausea. Essa «non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt’uno col caffè, son io che sono in essa».

Il protagonista del romanzo trova la salvezza quando decide alla fine di tentare la via dell’arte. Il romanzo conclude, quindi, con una sorta di speranza. Nell’ascolto ripetitivo di un disco Some of these days si fa quasi improvvisamente intravvedre una possibilità di giustificazione dell’esistenza umana. Attraverso la bellezza della musica si scorge un modo per capire ed accettare la vita. La nausea sembra far posto ad un sentimento di piacere e di gioia. L’immaginario artistico offre, dunque, una via di fuga davanti alla nauseante situazione esistenziale.

All’inizio il romanzo doveva essere intitolato Melancholia, come l’omonima opera di Albrecht Dürer. Ma l’editore Gallimard suggerì a Sartre di cambiarlo in Nausea, perché Melancholia non era sufficientemente incisivo.

Nel romanzo i riferimenti alla storia sono frequenti, probabilmente perché il protagonista è uno storico di professione. L’ambiente è quello dell’anno 1932: ci sono diverse allusioni al Nazismo e alle tensioni internazionali che incominciano a profilarsi tra Nazismo e Comunismo. Si trova anche qualche significativo accenno alla prima guerra mondiale (terminata da pochi anni). Le conseguenze della crisi economica del 1929 sono, invece, solo implicitamente abbordate.

Lorenzo Cortesi

 

SARTRE: SCRIVERE SEMPRE È LA MIA ABITUDINE

nulla dies sine linea 


                                                                                                                                                                                                                «Che c’è da fare di diverso? È la mia abitudine e poi è il mio mestiere. Per molto tempo ho preso la penna per una spada. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica, ma è un prodotto dell’uomo. Egli vi si proietta, vi si riconosce. Questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine».

Con queste parole di Sartre prende il via una serie di brevi lezioni sulla figura e sull’opera di Jean-Paul Sartre (1905-1980).
Nel brano qui aopra riportato si scorge distintamente la sua missione e il suo ideale di vita: nulla dies sine linea!

Principali opere filosofiche:
1. L’immaginario (1940)
2. L’essere e il nulla (1943)
3. L’esistenzialismo è un umanismo (1945)
4. Critica della ragione dialettica (1960)
5. Critica della ragione dialettica II (1985)

Principali opere letterarie e teatrali:
1. La nausea (1938)
2. Il muro (1939)
3. Le mosche (1943)
4. A porte chiuse (1944)
5. La sgualdrina timorata (1946)
6. Il diavolo e il buon Dio (1951)

Principali opere di carattere politico:
1. Riflessioni sulla questione ebraica (1946)
2. Interviste sulla politica (1949)
3. Il mio amico Togliatti (1964)

Lorenzo Cortesi

CAMUS E L’ESISTENZIALISMO

giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta,
è rispondere al quesito fondamentale della filosofia 


Le premesse dell’Esistenzialismo le possiamo già ritrovare nell’Ottocento. Qualcuno rimanda a quelle tematiche hegeliane come ad esempio la coscienza infelice. Altri sottolineano il pessimismo di Schopenhauer e di Leopardi oppure l’umanesimo di Feuerbach o i romanzi di Dostoevskij. Ma tutti concordano nel sostenere che le categorie esistenziali di Kierkegaard siano una sorta di pre-esistenzialismo. Pensiamo ad esempio a quelle problematiche molto frequenti nell’opere di Kierkegaard come la scelta, la possibilità, la disperazione, la malinconia, il pentimento, l’angoscia, ecc. Per questo l’Esistenzialismo è stato definito anche come una Kierkegaard renaissance.

L’Esistenzialismo non ha interessato solo la filosofia, ma anche la teologia, la letteratura, il teatro, l’arte, la musica.

Il manifesto dell’Esistenzialismo io lo individuo soprattutto nell’opera di Albert Camus (1913-1960), Il mito di Sisifo, pubblicata nel 1942. Sisifo sarebbe stato secondo la mitologia il fondatore e il primo re di Corinto. Egli fu talmente astuto da incatenare Thanatòs, cosicché non moriva più nessuno. Allora Ares, il dio della guerra liberò Thanatòs. Sisifo morì e fu precipitato nell’Ade, condannato a spingere un grosso masso sulla cima di un monte; ma arrivato in vetta il masso rotolava giù e Sisifo di nuovo lo doveva spingere in cima al monte. Una condanna dalla quale Sisifo non sarebbe mai stato assolto, una condanna eterna. Questo mito, secondo Camus, è l’immagine perfetta della condizione umana: il trionfo del non senso delle cose e dell’assurdità della condizione umana.

In una delle prime pagine dell’opera Camus ha scritto: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia ».

Camus ha pubblicato romanzi, saggi e opere teatrali. Nel 1957 ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura.

Lorenzo Cortesi

 

ESISTENZIALISMO: UN’INTRODUZIONE

problematicismo e pessimismo  


Malinconia di Edvard Munch

L’Esistenzialismo è l’espressione di un’epoca di crisi. Mentre i movimenti di pensiero ottocenteschi come  l’Idealismo, il Marxismo, il Positivismo e in parte anche lo stesso Evoluzionismo erano manifestazioni di ottimismo, l’Esistenzialismo invece è contrassegnato da un profondo senso di pessimo, di problematicismo e di sfiducia.

Il movimento ha preso avvio tra le due guerre mondiali ed è continuato fino agli anni Sessanta. Esso rappresenta la situazione storica del tempo (soprattutto in Europa): le due guerre mondiali e la perdita della libertà sotto i regimi totalitari.

L’esistenza dell’uomo è interpretata nel suo lato peggiore. Chi è l’uomo? L’uomo – dirà Heidegger – è un essere gettato (Geworfenheit) nel mondo (in-der-Welt) senza un senso, senza un progetto, senza risposte.

Da una parte, come conseguenza, si sente il bisogno di tendere verso Dio, quale unico senso all’insensata esistenza umana (vedi ad esempio Karl Barth,Gabriel Marcel); dall’altra lo slancio verso il nulla (vedi ad esempio Martin Heidegger, Jean-Paul Sartre).

Principali esponenti francesi dell’Esistenzialismo:Jean-Paul Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Gabriel Marcel, Albert Camus. Esponenti tedeschi: Karl Jaspers, Martin Heidegger. Esponente italiano: Nicola Abbagnano.
Va detto che sia Martin Heidegger, sia Jean-Paul Sartre hanno rifiutato di essere classificati come esistenzialisti.

Lorenzo Cortesi