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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Lingue

I SETTANTA

Versione in lingua greca della Bibbia ebraica 


Tolomeo II parla con alcuni dei 72 dotti che hanno tradotto la Bibbia dall'ebraico in greco per la biblioteca di Alessandria Opera di J-B. de Champaigne (1672)

 

Con la formula I Settanta si intende la versione in lingua greca della Bibbia ebraica.
Aristea, un dotto ebreo del II secolo a.C. racconta che il faraone egizio Tolomeo II Filadelfo (III secolo) era desideroso di avere nella ricca biblioteca di Alessandria anche i testi sacri degli Ebrei. E così incaricò settantadue uomini, sei per ognuna delle dodici tribù d’Israele, fatti venire appositamente da Gerusalemme, affinché procedessero alla traduzione in greco della Bibbia ebraica. Secondo una leggenda si narra che i settantadue vennero messi in celle separate nell’isola di Faro. E in settantadue giorni portarono a compimento il lavoro di traduzione. Confrontando i testi ci si accorse che le traduzioni erano identiche. Tutti erano stati ispirati da Dio. Questo, ovviamente, secondo la leggenda. È quasi certo, invece, che la traduzione abbia avuto luogo ad Alessandria d’Egitto, dove nel III secolo a.C. c’era una grande comunità ebraica.

La Bibbia dei LXX ebbe una grande diffusione tra gli Ebrei della diaspora. Venne utilizzata dai cristiani per l’evangelizzazione dell’area ellenistica e divenne la Bibbia ufficiale della chiesa dei primi secoli. Nel Nuovo Testamento di trovano 350 citazioni dell’Antico Testamento; ebbene 300 di queste concordano con la versione della Bibbia dei LXX.

La prima revisione dei LXX venne compiuta da Origene, il quale tra 228 e il 240 mise a confronto sei diverse versioni della Bibbia, su sei rispettive colonne, disposte orizzontalmente:

1. testo ebraico
2. testo ebraico con caratteri greci
3. testo greco di Aquila
4. testo greco di Simmaco
5. LXX
6. testo greco di Teodozione

L’opera si chiamò Esapla (dal greco sei). Dal momento che in ogni riga veniva scritta una sola parola, alla fine Origene riempì cinquanta volumi.

Di questo immane lavoro non venne realizzata nessuna copia completa. Si fecero due copie delle ultime quattro colonne. La più copiata fu la quinta colonna, cioè quella dei LXX. I volumi furono conservati nella biblioteca di Cesarea in Palestina. Girolamo (347-420) per la traduzione della Bibbia in latino (la cosiddetta Vulgata) ebbe modo di consultare l’Esapla.

L’intera opera venne distrutta probabilmente dai musulmani quando conquistarono la Palestina. I più antichi manoscritti della Bibbia dei LXX sono frammenti di testi scoperti a Qumran. La prima edizione a stampa dei LXX venne fatta ad Alcala negli anni 1514-1517 e poco dopo a Venezia negli anni 1518-1519 da Aldo Munzio, il più celebre tipografo italiano dell’epoca.

Lorenzo Cortesi

LECTIO DIVINA

prier avec la Bible

Nella chiesa Saint-Ferréol degli Agostiniani a Marsiglia (dove termina Quai du Port e inizia Quai des Belges) ho trovato un pieghevole (curato dai Gesuiti francesi) che riporta alcuni suggerimenti  molto pratici e molto utili per chi desidera intraprendere il cammino della lectio divina. Le espressioni sono talmente semplici e chiare, anche per coloro che non conoscono il francese, che non abbisognano di traduzione.

DEMANDE. Je demande au Seigneur de me donner la lumière pour regarder le monde et me regarder moi-même à partir de ce que je vais méditer.

LECTURE. Je choisis un passage de l’Évangile ou n’importe quel autre passage de la Bible qui peut m’aider à croire, à connaître davantage le Seigneur et à vivre selon sa manière de vivre. Je le lis lentement et plusieurs fois.

MÉMOIRE. Je me rappelle qui a parlé ainsi, dans quelles conditions et à quoi. Je fais attention à ce que ces mots me révèlent  de Dieu et à la manière dont il s résonnent en moi.

INTELLIGENCE. Je réfléchis sur le sens de ces mots et aux répercussions qu’ils pourraient avoir dan ma vie.

VOLONTÉ. Je fais en sorte que tout mon être se prenne de passion pour la manière de vivre de Jésus. Et je remets tout en jeu dans ma vie pour transformer ma manière de vouloir, de penser et d’agir.

Si tratta del metodo ignaziano di accostamento alla Bibbia. È un metodo sempre attuale ed efficace, esperimentato da generazioni di uomini e donne.

Lorenzo Cortesi

 

 

QUESTIONI DI STORIA

breve recensione in inglese 


 

Did you know that each document has its own DNA, just like us? And there’s a reason if in Italy studying “history of philosophy” and not simply philosophy?
With a clear writing and forthright, that however does not give up to be fine and often sophisticated, we are going to learn how to rethink History, rediscovering something that otherwise would have risked getting lost.

Lorenzo Cortesi

 

HUMBOLDT: IL LINGUAGGIO

i segni vivi e i segni morti  


 

Wilhelm von Humboldt (1767-1835), filosofo, funzionario di stato , diplomatico e ministro dell’educazione, è stato il fondatore dell’Università di Berlino, che dal 1949 porta il suo nome (insieme a quello del fratello Alexander von Humboldt, geografo e naturalista). Wilhelm von Humboldt è noto soprattutto per aver dato un importante contributo alla filosofia del linguaggio e allo sviluppo degli studi pedagogici. I suoi sistemi educativi sono stati adottati da alcuni Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone.

Per quanto riguarda la linguistica, Humboldt sosteneva che lo studio della lingua fosse fondamentale per conoscere la storia di un popolo. Per ogni lingua si deve tener conto delle sue specifiche strutture, che storicamente si pongono e si rinnovano in un dualismo tra la libertà dell’individuo spontaneamente creante, (perché la lingua la fanno i singoli, ma soprattutto gli ignoranti) e le regole imposte dalla società, in cui l’individuo si situa.

Tra le varie opere che hanno trattato la questione linguistica si può ricordare lo scritto pubblicato postumo: Sulla differenza della struttura linguistica dell’uomo e sulla sua influenza sullo sviluppo spirituale del genere umano (Über die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues und ihren Einfluss auf die geistige Entwicklung des Menschengeschlechts).
Ogni lingua esprime e crea nello stesso tempo caratteri nazionali differenti, così che non si deve parlare di linguaggi diversi, ma visioni del mondo e maniere diverse di pensare che separano i popoli. Una lingua straniera non potrà mai vibrare come invece lo fa la propria lingua materna: «Le parole di una lingua straniera assomigliano in qualche modo a segni morti, a differenza di quelli della nostra lingua, che sono, per così dire viventi, perché si collegano a tutto ciò che respira attorno a noi».
Se conosco il linguaggio conosco un popolo, una cultura, un mondo, perchè attraverso la lingua un popolo si manifesta ed esprime i propri sentimenti. A partire dal linguaggio si può costruire la storia di un popolo.

Ogni individuo possiede una propria lingua, nella misura in cui le parole sono legate ad un luogo, dipendono da un percorso o dalla propria storia personale.

Lorenzo Cortesi

 

 

DER SPIEGEL: WIE LEBEN DIE DEUTSCHE?

ein ganzes Heft zur Lage der Nation

                                                                                                                                                                     Come vivono i tedeschi? Che cosa pensano i tedeschi? Il numero speciale del settimanale Der Spiegel in edicola in questi giorni presenta un’idagine sulla situazione attuale della Germania. Questa volta lo specchio (Spiegel) della rivista tedesca è rivolto a se stesso per riflettere (è proprio dello specchio riflettere) sui vari aspetti della vita: dalla politica alla società, dall’economia ai costumi.

Ecco come apre l’editoriale della rivista: «Dieser Spiegel ist anders, aber es ist ein Spiegel. Wir haben ein ganzes Heft zur Lage der Nation gemacht, mit dem Schewerpunkt: Wie leben, wie denken die Deutschen? [...]. Eine der Leit­fra­gen ist da­bei die­se: Geht es gerecht zu in Deutschland?».

Ma è proprio vero che in Germania funziona tutto alla perfezione? Una lettura seria e obiettiva della realtà, come quella che hanno elaborato i redattori della rivista, mette in rilievo luci e ombre.

Lorenzo Cortesi

 

BRYAN MAGEE: THE STORY OF PHILOSOPHY

philosophy begins in wonder  

                                                                                                                                                                                                                     A coloro che sono completamente digiuni di conoscenze filosofiche suggerisco l’agile volume di Bryan Magee, The Story of Philosophy, Dorling Kindersley, 2001. Il testo, corredato da numerose immagini, offre un quadro generale sulla filosofia dalle origini ad oggi. Il vantaggio è duplice: l’accostamento alla filosofia e l’approfondimento della lingua inglese.

L’autore, nato nel 1930, è un filosofo inglese, noto soprattutto come divulgatore del pensiero filosofico in diversi programmi radiofonici . Per un certo periodo Bryan Magee è stato anche deputato laburista.

Lorenzo Cortesi

MONTESSORI: IL CUSTODE DELLA LINGUA

benché creato dall’adulto
il linguaggio è custodito dal bambino

                                                                                                                                                                                                                     Qualche altro passaggio dell’articolo della Montessori (pubblicato venerdì scorso sul quotidiano Avvenire) in continuità con quello che proposto ieri.

«Ogni parola è una convenzione fra uomini che ne mantengono il segreto. Non lo fanno apposta: è il linguaggio stesso che ha questo carattere e tiene nascosto ad altri popoli quello che un popolo costruisce per sé. Infatti, se non si sa come siano state combinate e stabilite le parole, non si può capire un linguaggio; quindi ogni gruppo umano ha una proprietà condivisa: è la sua lingua. Se un gruppo si è diviso in altri gruppi, ciascuno di questi ha operato modificazioni, inventato nuove parole, a poco a poco i linguaggi si sono differenziati fino al punto di non potersi più comprendere l’un l’altro.

Dunque il linguaggio è parte della storia dell’umanità. È per mezzo del linguaggio che uomini e donne si sono trasmessi la loro storia passata ed è così che le successive generazioni hanno trovato nel linguaggio la propria continuità e insieme la conoscenza dei loro avvenimenti. Mentre gli individui morivano e sparivano, il linguaggio rimaneva, facendo di essi una civiltà e una storia. Sappiamo quanto una lingua sia complicata: perché sia comprensibile bisogna prima riconoscere i suoni che hanno differenze quasi impercettibili e poterli poi riprodurre esattamente con gli organi della fonazione. Si sa quanto sia difficile farlo: non si riesce se si vuole parlare una lingua straniera, infatti in questo caso rimane sempre un accento che denuncia una diversa origine.

Una lingua invece deve essere trasmessa esattissimamente perché si conservi. Chi presiede a conservare questa esattezza assoluta? Com’è che, anche attraverso i secoli, rimangono inalterati quei suoni? Qual è lo strumento che controlla e conserva tale integrità? Uno strumento ci deve essere: certo non sarà una macchina, perché tra i dialetti e le lingue di popoli [cosiddetti] poco civilizzati avviene lo stesso fenomeno. D’altra parte si conosce presso qualche civiltà un deposito speciale per conservare inalterata la purezza dei suoni? No, non si conosce, non esiste. È la natura che vi ha provveduto. Chi può udire perfettamente ed esattamente riprodurre i suoni del linguaggio articolato è il bambino, nessun altri che lui. Il bambino molto piccolo ha una speciale sensibilità al linguaggio che lo rende appassionatamente attento ai suoni della parola che sente pronunciare intorno a sé. I suoi organi del linguaggio sono ancora inerti, ma egli li anima perché riproducano i suoni ripetutamente ascoltati [...].

Dunque il linguaggio, benché creato dall’adulto è mantenuto dal bambino. In questo gioco tra le due età si attua la formazione e la conservazione naturale del linguaggio».

Con questo articolo inedito Maria Montessori ha offerto un contributo sostanziale a vantaggio dello studio del fenomeno linguistico.

Lorenzo Cortesi

MONTESSORI: IL LINGUAGGIO CHE UNISCE

600.000.000.000.000.000.000.000 di parole

                                                                                                                                                                                                            Riprendo alcuni stralci dell’interessantissimo e attualissimo articolo di Maria Montessori, pubblicato Venerdì 28 aprile 2017 sul quotidiano “Avvenire”.

«Che cosa è il linguaggio umano? In sé è un soffio che suona attraverso degli strumenti musicali, le corde vocali. Queste vibrano e rendono la voce sonora; la voce passa attraverso la bocca come in un tubo risonante. Qualche volta però la bocca prende quella musica e la imprigiona ora tra i denti e la lingua, ora tra le labbra e ne fa uscire fuori suoni spezzettati che articola. Quella musica della voce (vocali) si combina con i suoni determinati tra le varie parti della bocca che perciò consuonano (consonanti): è con tali mezzi che si forma il linguaggio articolato. L’essere umano ha avuto dalla natura il dono di aggiustare questi strumenti in modo da fissare suoni che si possono distinguere l’uno dall’altro.

I suoni non sono molti: sono forse venti o trenta. La lingua italiana per esempio si forma effettivamente con ventuno suoni: cinque vocali – a, e, i, o, u– e quindici consonanti: b, c, d, f, g, l, m, n, p, q, r, s, t, v, z (oltre h che non ha suono). Venti suoni distinti, combinati tra loro in tutti i modi possibili, possono fare un numero infinito di gruppi, cioè di unione di suoni che tra loro formano una parola. Se si potessero fissare in uno strumento meccanico venti suoni per combinarli secondo quanto insegna la matematica, col procedimento detto delle “combinazioni e permutazioni”, ne verrebbero fuori milioni e milioni di parole.

Secondo Max Müller, il numero di parole che si potrebbero ottenere con ventiquattro lettere sarebbero circa seicentomila quadrilioni (600.000.000.000.000.000.000.000). Ma queste combinazioni di suoni non sarebbero veramente parole. Parola è un insieme di suoni con il quale l’essere umano esprime un’idea. È dunque l’idea, e non la combinazione di suoni, che origina veramente la parola. Perché una parola indichi un’idea, bisogna che un gruppo di umani ne stabilisca il significato: “Adesso siamo d’accordo: quando manderemo fuori questa parola ci intenderemo”. Dunque, per stabilire una parola ci vuole un accordo tra persone che vogliono scambiarsi tra loro idee.

Il pensiero umano sarebbe inutile se non si potesse comunicare con gli altri: è la parola che permette agli uomini di associarsi. Essi non potrebbero lavorare d’accordo né spostarsi da un luogo all’altro se non si comprendessero. L’episodio biblico della Torre di Babele racconta del grande edificio che doveva arrivare fino al cielo, tanti erano i materiali e gli operai per costruirla, ma quando mancò il linguaggio comune e gli uomini non poterono più comprendersi tra loro, dovettero lasciare a metà la costruzione benché non mancassero operai, né materiali, né buona volontà […].

Si formano sempre nuove parole, si modificano quelle che già esistono, si fanno suoni in se stessi più alti, più bassi, più chiusi, più aperti; così avviene l’evoluzione del linguaggio. La lingua è ben più che una bandiera per un popolo, il suo significato è l’unione nella concezione più alta. Ed è anche simbolo di vita realmente passata nel mondo tra esperienze e lavori, tra lotte e vittorie sulla natura, come la bandiera passata sui campi di battaglia».

Maria Montessori (1870-1952) , la terza donna italiana laureata in medicina, con una specializzazione in neuropsichiatria, è divenuta famosa soprattutto per aver ideato un metodo di formazione alternativo a quello tradizionale, un metodo conosciuto, appunto, come metodo montessoriano.

Lorenzo Cortesi

AT THE PARK

close your eyes and dream

Central Park New York (21th July 2010)

I was deeply impressed by a park in South Africa. People are not allowed to enter without a guide, because it is dangerous.
I also visited Central Park in New York, Green Park, St. James Park and Hyde Park in London.

However my favourite park is the one in Monza, where I used to walk, run and meet my friends. Sometimes I also went there to study.

Royal Villa - Monza Park

The word that best fit in the topic are «close your eyes and dream». Indeed in a park people can relax a bit and dream.

Now I’m living in Savona: here the green areas aren’t sufficient, but luckily there are the sea and the mountains.

Lorenzo Cortesi

LA EDICIÓN DE ERASMO DEL NEUVO TESTAMENTO (1516)

un posticino anche per il mio Erasmo

                                                                                                                                                                                                                                                                                              La Pontificia Università di Salamanca ha pubblicato un volume che raccoglie le relazioni e le testimonianze di diversi docenti, che sono intervenuti lo scorso anno per le celebrazioni del V centenario dell’edizione critica del Nuovo Testamento di Erasmo da Rotterdam (1516-2016).

Il volume, che è arrivato sulla mia scrivania quest’oggi, è curato da Miguel Anxo Pena Gonzáles  e da Inmaculada Delgado Jara. Il titolo dell’opera: Revolución en el Humanismo cristiano. La edición de Erasmo del Nuevo Testamento (1516), pp. 416. Tutti e sedici gli articoli che compongono il volume (oltre all’introduzione) sono in lingua spagnola, eccetto l’intervento di Cecilia Asso dell’Università di Pisa, pubblicato in lingua italiana

Piacevole sorpresa l’aver scoperto che nell’articolo in lingua spagnola di José Luis Guzón Néstar, La “Philosophia Christi” en el adagio Los Silenos de Alcibíades” de Erasmo de Róterdam, esattamente alla p.187, viene citato il mio libro Esortazione alla filosofia. La Paraclesis di Erasmo da Rotterdam, che ho pubblicato nel 2012.

S’è trovato un posticino anche per il mio Erasmo. Piccola soddisfazione.

Lorenzo Cortesi

 

 

PÉGUY: LA PETITE ESPÉRANCE

La Foi est une Épouse fidèle.
La Charité est une Mère.
    L’Espérance est une petite fille de rien du tout.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Ce qui m’étonne, dit Dieu, c’est l’espérance.
Et je n’en reviens pas.
Cette petite espérance qui n’a l’air de rien du tout.
Cette petite fille espérance.
Immortelle.

Car mes trois vertus, dit Dieu.
Les trois vertus mes créatures.
Mes filles mes enfants.
Sont elles-mêmes comme mes autres créatures.
De la race des hommes.
La Foi est une Épouse fidèle.
La Charité est une Mère.
Une mère ardente, pleine de cœur.
Ou une sœur aînée qui est comme une mère.
L’Espérance est une petite fille de rien du tout.
Qui est venue au monde le jour de Noël de l’année dernière.
Qui joue encore avec le bonhomme Janvier.
Avec ses petits sapins en bois d’Allemagne couverts de givre peint.
Et avec son bœuf et son âne en bois d’Allemagne.
Peints.
Et avec sa crèche pleine de paille que les bêtes ne mangent pas.
Puisqu’elles sont en bois.
C’est cette petite fille pourtant qui traversera les mondes.
Cette petite fille de rien du tout.
Elle seule, portant les autres, qui traversera les mondes révolus.
[...]

Mais l’espérance ne va pas de soi.
L’espérance ne va pas toute seule.
Pour espérer, mon enfant,
il faut être bien heureux,
il faut avoir obtenu,
reçu une grande grâce.
[...]

La petite espérance s’avance entre ses deux grandes sœurs
et on ne prend pas seulement garde à elle.
Sur le chemin du salut, sur le chemin charnel,
sur le chemin raboteux du salut, sur la route interminable,
sur la route entre ses deux sœurs la petite espérance
S’avance. Entre ses deux grandes sœurs.
Celle qui est mariée.
Et celle qui est mère.
Et l’on n’a d’attention, le peuple chrétien n’a d’attention que pour les deux grandes sœurs.
La première et la dernière.
Qui vont au plus pressé.
Au temps présent.
À l’instant momentané qui passe.
Le peuple chrétien ne voit que les deux grandes sœurs,
n’a de regard que pour les deux grandes sœurs.
Celle qui est à droite et celle qui est à gauche.
Et il ne voit quasiment pas celle qui est au milieu.
La petite, celle qui va encore à l’école.
Et qui marche.
Perdue entre les jupes de ses sœurs.
Et il croit volontiers que ce sont les deux grandes qui traînent la petite par la main.
Au milieu.
Entre les deux.
Pour lui faire faire ce chemin raboteux du salut.
Les aveugles qui ne voient pas au contraire.
Que c’est elle au milieu qui entraîne ses grandes sœurs.
Et que sans elle elles ne seraient rien.
Que deux femmes déjà âgées.
Deux femmes d’un certain âge.
Fripées par la vie.

C’est elle, cette petite, qui entraîne tout.
Car la Foi ne voit que ce qui est.
Et elle elle voit ce qui sera.
La Charité n’aime que ce qui est.
Et elle elle aime ce qui sera.

La Foi voit ce qui est.
Dans le Temps et dans l’Éternité.
L’Espérance voit ce qui sera.
Dans le temps et dans l’éternité.
Pour ainsi dire le futur de l’éternité même.

La Charité aime ce qui est.
Dans le Temps et dans l’Éternité.
Dieu et le prochain.
Comme la Foi voit.
Dieu et la création.
Mais l’Espérance aime ce qui sera.
Dans le temps et dans l’éternité.

Pour ainsi dire dans le futur de l’éternité.

L’Espérance voit ce qui n’est pas encore et qui sera.
Elle aime ce qui n’est pas encore et qui sera
Dans le futur du temps et de l’éternité.

Sur le chemin montant, sablonneux, malaisé.
Sur la route montante.
Traînée, pendue aux bras de ses deux grandes sœurs,
Qui la tiennent pas la main,
La petite espérance.
S’avance.
Et au milieu entre ses deux grandes sœurs elle a l’air de se laisser traîner.
Comme une enfant qui n’aurait pas la force de marcher.
Et qu’on traînerait sur cette route malgré elle.
Et en réalité c’est elle qui fait marcher les deux autres.
Et qui les traîne.
Et qui fait marcher tout le monde.
Et qui le traîne.
Car on ne travaille jamais que pour les enfants.
Et les deux grandes ne marchent que pour la petite.

 

Sono ritornato a parlare di speranza, continuando il percorso che ho iniziato la scorsa settimana. Ho consegnato a questo blog svariati articoli che trattano della speranza.
Oggi mi affido alla poesia, ai versi di Charles Péguy, nato ad Orléans nel 1873 e morto nella prima guerra mondiale, nella battaglia della Marne, il 5 settembre 1914.
I versi che qui ho riportato sono solo un estratto di un lungo poetico elogio della speranza.
Il poeta immagina che Dio, parlando in prima persona, dopo aver espresso il suo giudizio sulla fede e sulla carità, si sofferma sulla speranza, considerata come una bambina, una cosa da nulla. Eppure tra le virtù è quella che maggiormente è gradita a Dio.

Ho lasciato il testo nella lingua originale perché conserva tutta la sua bellezza e la sua musicalità. Tradurre, si sa, è sempre un po’ tradire, soprattutto quando si tratta di una pagina di poesia.

 

Lorenzo Cortesi

 

 

THE FIVE WS
who, what, when, where, why

                                                                                                                                                                                                                                         L’acronimo wwwww, che è stato creato dagli anglosassoni (ma che si adatta molto bene anche all’area germanica) non ha alcuna attinenza con un nuovo e stravagante indirizzo web (quasi che alle tre www iniziali, a cui ormai siamo abituati, se ne siano aggiunte altre due). Chi è avviato alla carriera giornalistica capisce immediatamente di cosa si tratta. Una delle prime cose che insegnano è questa: ogni indagine deve sempre ruotare attorno ai cinque magici interrogativi: When? Where? Who? Why? What? Un modello che, tra l’altro, funziona perfettamente anche in tedesco: Wenn? Wo? Wer? Warum? Was? E in questo caso ci starebbe bene anche Wie? portando così le w a sei (che per la lingua inglese è naturalmente impossibile). Secondo questa procedura, dunque, una notizia risulterebbe completa, al di là della sua lunghezza, ogni qualvolta alle cinque (o sei) domande si trovano risposte adeguate ed inequivocabili.

Ma lo storico non è un giornalista di cronaca nera o di cronaca rosa e quindi non ha bisogno di richiamarsi espressamente a questa procedura, perché egli da sempre nella sua esplorazione attorno ad una precisa questione sa quanto siano importanti le coordinate spaziotemporali (Where? When?), la ricerca delle cause (Why?), la natura di un accadimento (What?), i protagonisti di un evento (Who?), e molto altro ancora. Inoltre si sa che lo storico, a differenza del giornalista, non è preoccupato della «qualità delle fonti che ha saputo scoprire, bensì (come diceva Andrè Burguière) della qualità delle domande che pone loro».

Lorenzo Cortesi

[Questo articolo è tratto dal mio libro Questioni di storia, 2016]