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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

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Categoria: Teologia

DE LUBAC: LA CONCORDIA DEI DUE TESATAMENTI

in Veteri Testamento est occultatio Novi,
in Novo Testamento est manifesatatio Veteri


 

In Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) Henri De Lubac ha raccolto preziose testimonianze della tradizione patristica e medioevale, in relazione alla concordia dei due Testamenti: sono fratelli (Origene) e due ali che portano in alto la chiesa (Aimone d’Auxerre); tra i due vi è una connessione (Ilario), una consonanza (Tertulliano), una convenienza (Origene), etc.
Al sed  tunc e al nunc autem dell’opposizione, succedono il iam tunc e il et nuc dell’inclusione.
È vero che tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento c’è una distanza: infatti Agostino diceva: «Illic etiam fumus, hic vero ignis seremus»; ma nel momento stesso in cui il dono del Nuovo Testamento crea il contrasto, lo sopprime. E i due Testamenti unificati hanno solo una voce.
L’abate benedettino Reginone di Prün (840-915) ha scritto: «Videte, fratres, quanta est unitas Scripturarum». E Goffredo Babion (sec. XII): «Ecce quantum conveniunt Vetus et Novum Testamentum». Sempre nella stessa linea Ildegarda di Bingen (sec. XII) ha detto che la stoffa della nuova legge è tutta intessuta con i fili dell’antica: «Nova lex de veteri lege texta est». E Pietro di Celle (sec. XII) ha paragonato l’unione dei due Testamenti al vincolo fraterno: «Novum Testamentum jungitur veteri fraterno faedere».

Molto bella l’espressione che ci ha lasciato Agostino nel De catechizandis rudibus: «In Veteri Testamento est occultatio Novi, in Novo Testamento est manifesatatio Veteri». E ancora: «Vetus Testamentum in Novo revelatum, in Vetere Novum velatum vides».
E Bérengaud nella spiegazione dell’Apocalisse ha scritto: «Novum Testamentum apertio est Vetus Testamenti» e «Spiritalis intelligentia in Veteri Testamento, nihil est aliud quam Novum Testamentum».

In definitiva, poiché c’è un solo Verbo, una sola Parola, c’è anche una sola Scrittura. I due Testamenti sono uno e il principio della loro unità è Cristo.

Lorenzo Cortesi

DE LUBAC: DISPUTATIO

dialectica disputatio acuta,
verum a falso distinguens


Nella sua opera Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) De Lubac conclude il paragrafo dedicato alla Scrittura come regina artium, accennando alla disputatio.

La lectio monastica tendeva sempre alla meditatio e alla oratio; la lectio scolastica invece mirava alla quaestio e alla disputatio (termine che traduceva il greco dialoghè o diàlexis).
Inizialmente la disputatio era strettamente legata alla lectio divina: era la collatio (confronto), cioè quel trattenimento spirituale che i monaci avevano tra di loro o quella conferenza spirituale che l’abate faceva ai monaci e la cui base era la Sacra Scrittura. Sant’Agostino quando descrive le vite dei monaci d’Egitto dice che essi «vivono nella preghiera, nelle letture e nelle dispute».

La disputatio può essere anche la ricerca in comune attraverso il dialogo, la conversazione amichevole, lo scambio di idee, il confronto dei testi.

La disputatio è anche la controversia: un genere a cui il Signore aveva dovuto ricorrere – come ricorda Beda il Venerabile – nello scontro con i farisei.  Ma è un genere che gli stessi Padri avevano adottato e praticato contro gli assalti dell’errore. Allora si ha propriamente l’altercatio, che san Girolamo chiamava altercatio disputationis.
La disputatio in tal caso può divenire conflictus, certamen, causa, duellum.

Nel significato più specializzato la disputatio è quella che oggi intendiamo più precisamente per disputa. È un esercizio scolastico che mette in opera quello che Floro di Lione (sec. IX) ha chiamato «labor syllogisticae disputationis».Ugo di san Vittore nel Didascalicon ha parlato di «dialectica disputatio acuta, verum a falso distinguens». È la disputatio scholastica: un esercizio destinato ad assumere un posto importante nella formazione intellettuale dei chierici.

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: REGINA ARTIUM

Scriptura quasi totus eruditoinis fons

 

 

In Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) Henri De Lubac, attraverso una precisa documentazione, ha dimostrato che la tradizione patristica e medioevale hanno considerato la Scrittura regina artium. Tutto confluisce nella Scrittura e tutto sgorga da essa. La cultura avrebbe avuto la sua origine in Egitto. Mosè, infatti, nella sua giovinezza sarebbe stato istruito in tutta la scienza e la sapienza degli egiziani. Ma gli egiziani, a loro volta,  avevano appreso la scienza da Abramo.

Si riteneva che la Scrittura racchiudesse in sé i principi di ogni scienza umana. Per tutti la Scrittura conteneva tutto, in linea di principio. Era la prima in tutto, in autorità, in utilità, in antichità. Come ha scritto l’abate Aelredo (sec. XII): la Scrittura «quasi totus eruditoinis fons». E prima ancora san Girolamo aveva detto che il libro di Isaia racchiudeva tutto ciò che la mente umana poteva concepire di fisica, di etica e di logica. E Origene in una lettera al suo discepolo Gregorio il Taumaturgo scriveva: «Quel che i filosofi greci dicono della geometria, della musica, della grammatica, della retorica, dell’astronomia, cioè che esse sono serve della filosofia, dobbiamo dirlo della stessa filosofia nei riguardi della teologia». Per teologia o sacra doctrina si intende la stessa Scrittura.

La vera filosofia è quella che si apprende alla «schola Christi». In questa scuola i discepoli filosofano sotto il magistero degli apostoli di Cristo; l’aula è il luogo in cui si contempla la croce; la cattedra dalla quale il supremo Maestro insegna è la croce; il testo è il crocifisso. A Parigi, a Orléans, a Bologna, a Salerno, a Toledo si insegnano molte cose, ma non si trova la cosa essenziale, la scienza della vita, perché la si cerca dove non è. Essa invece – come hanno detto Ruperto (1075-1129) ed Elinando (1160-1229)  –  si trova nel Libro della Vita, nella Sapienza di Dio, nel Cristo, «nel quale sono racchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza».
E diventando monaco, come ha scritto Pietro di Celle (sec. XII), si diventa «verae philosphiae discipulus».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: SCRITTURA E RIVELAZIONE

Scriptura sancta, magistra fidei nostrae

 

 

Un paragrafo dell’opera Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) di Henri De Lubac è dedicato al tema Scrittura e Rivelazione. Dall’inizio della storia della chiesa fino alla riforma luterana è stata convinzione quasi unanime che tutta la Rivelazione fosse contenuta nella Scrittura. Essa era il luogo teologico e non solo un luogo teologico della massima importanza. Anselmo d’Aosta a questo proposito ha scritto: «Nihil utiliter ad saluem spiritualem praedicamus, quod Sacra Scriptura, Spiritus Sancti miraculo fecundata, non protulerit, aut intra se non contineat».
I padri della chiesa e i teologi medioevali erano tutti concordi nel ritenere: «Scriptura sancta, magistra fidei nostrae».

Ma fin dal primo secolo dell’era cristiana si è ritenuto che la Scrittura doveva essere interpretata dalla Tradizione: pane spezzato per noi e già masticato dai denti della tradizione apostolica. Origene diceva che il vero discepolo di Gesù è colui che entra nella sua casa, cioè nella chiesa, «vi entra pensando secondo la chiesa, vivendo secondo la chiesa e in questo modo comprende la sua Parola».
Come dice la Seconda Lettera di Pietro: «Nessuna profezia della Scrittura può essere oggetto di una interpretazione personale» (1,20).
E poiché gli eretici ricorrono alla Scrittura per sostenere le loro tesi, i fedeli cattolici sono costretti, per confutarli, a scrutarla sempre di più.

E le conoscenze profane? Secondo la tradizione medioevale, esse dovevano essere orientate alla comprensione della Scrittura. Cassiodoro diceva: «La scienza profana è utile in quanto può aiutare a capire la Scrittura». I sette ruscelli (cioè le sette arti liberali del trivium e del quadrivium) che sgorgano dalla filosofia  servono ad alimentare «il labirinto delle Scritture» come sosteneva Rodolfo di Saint-Trond. Ognuna delle sette arti liberali era come una città di tappa in un viaggio che portava alla vera patria, cioè a quella Scrittura nella quale l’uso dei quattro sensi faceva vedere il regno di una sapienza multiforme.
Il benedettino Jean Leclercq – al quale De Lubac ha dedicato la sua Esegesi medioevale – ha potuto scrivere senza contraddizione che i monaci del medioevo «cercavano un’utilità» nel loro studio dei classici e che tuttavia, se ne hanno trascritto i testi, «lo hanno fatto solo perché li amavano».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: LA DISCIPLINA

philosophia, disciplina disciplinarum 


 

Henri De Lubac, in una delle prime sezioni dell’opera Esegesi Medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol. I), ha trattato della disciplina nell’ambito dello spirito patristico e medioevale. Il termine deve essere inteso non tanto nel significato proprio della tradizione greca (paideia), ma in quello della tradizione biblica. Nel libro della Sapienza il termine disciplina implicava, con diverse proporzioni: avvertimento, correzione, istruzione, educazione, formazione morale e religiosa.

I testi di riferimento sono così numerosi, che risulta invitabile fare una cernita:
1. San Cassiano (360-435) esigeva una disciplina nella lettura della Sacra Scrittura. Egli era particolarmente severo verso il lettore che, senza studio, senza metodo e senza coerenza, saltando da un testo all’altro alla ricerca di un pensiero spirituale, «per omne Scripturarum corpus insatbilis vagusque iactatur». E non sarebbe mai divenuto un vero «possessor» del testo il «palpator tantummodo spiritualium sensuum ac degustator».  E ancora: L’uomo instabile non fa nulla e non riceve nulla «disciplinate».
2. Valeriano di Cimelium aveva usato il termine in senso largo: la disciplina corregge i costumi e insegna la pietà; creata da Dio per prima, essa contiene e ordina tutte le cose; gli stessi animali ne osservano l’ordine; bisogna amarla, perché piegandosi ad essa si trova Cristo.
3. Prospero d’Aquitania (390-463) aveva detto: «Doce disciplinam docendo patientiam, doce scientiam illuminando intelligentiam».
4. Ugo di San Vittore (1096-1141) ha parlato della disciplina come una sorta di metodo per lo studente che «ad divinarum Scripturarum lectionem erudiendus accedit». La prima istruzione (prima eruditio) è la storia, la seconda è l’allegoria e la terza è la morale. Si tratta dei primi tre sensi della Scrittura. Secondo Ugo di San Vittore bisognava fare attenzione che coltivando la scienza non si trascurasse la disciplina e che questa non meno di quella è ordinata alla Scrittura. Ugo di san Vittore parla spesso della disciplina. Nel Didascalicon sosteneva che la disciplina fosse tanto necessaria, quanto il gusto di sapere e il «gusto della ricerca» per l’attività intellettuale; perciò è tanto più necessaria per accostarsi alle Scritture, per entrare attraverso esse nella «via della verità» e nella «intelligenza dei segreti di Dio». Ciò, tuttavia, non impediva a Ugo di San Vittore di ritenere che le Scritture fossero ugualmente oggetto di uno studio metodico, nel quale la successiva applicazione dell’intelligenza alla storia, all’allegoria e alla tropologia costituisse, in un altro senso, tre «discipline» distinte. Queste tre discipline sono sinonimo delle tre erudizioni. Esse integrano il complesso della scienza sacra, cioè della teologia.
5.  Giovanni di Salisbury (1120-1180), riprendendo un’espressione dei Saturnali di Macrobio, diceva: «philosophia, disciplina disciplinarum».

Lorenzo Cortesi

 

 

DE LUBAC: I PADRI DELLA CHIESA LATINA

i sensi della Scrittura e i simboli dei quattro evangelisti 


 

Nel primo volume di Esegesi Medioevale De Lubac ha individuato, partendo da numerosi testi presi in esame, un interessante accostamento di alcuni padri della chiesa latina sia con i quattro sensi della Scrittura, sia con i simboli dei quattro.

Il domenicano Sisto di Siena, ad esempio, nell’opera Bibliotheca sancta, pubblicata a Venezia nel 1566, ha collegato i quattro sensi della Scrittura ai Padri della Chiesa: il senso storico è proprio di san Girolamo, il senso allegorico ha caratterizzato soprattutto la lettura biblica di Origene e di sant’Ambrogio, il senso morale ha guidato l’interpretazione di san Giovanni Crisostomo e di san Gregorio Magno, il senso anagogico è stato adottato da sant’Agostino.

I quattro grandi dottori, padri della chiesa latina, sono stati messi in relazione anche con i quattro evangelisti e con i simboli degli stessi evangelisti: Gregorio Magno come Matteo è relazionato con l’uomo alato, Ambrogio come Marco è collegato con il leone, Girolamo come Luca è rapportato con il bue e Agostino come Giovanni è associato all’aquila.
Ecco cosa si legge, a questo proposito, in un testo liturgico dell’antica abbazia di Marmoutier, presso Tour:

«Gregorius vir facundus,
Verbo dulcis, vita mundus
hominis
vultum habuit.
Ambrosius, leo fortis,
ut Helias, nunquam mortis
metu vitia tacuit.

Hieronymus, bos secure
gradiens, vias Scripturae
solidissime tenuit.
Super omnes Augustinus
alta petens, vir divinus,
vultum aquilae meruit».

Ognuno di questi dottori della chiesa era contrassegnato anche per lo stile e per la virtù propria:
la severità di Girolamo, la modestia di Agostino, la dolcezza di Ambrogio e la pazienza di Gregorio.
Nel Liber in partibus Donati dell’abate benedettino Smaragdo di Saint-Mihiel (760-840) si legge:

«Ut Augustinus disputat diserte,
Hieronymus esplica eleganter,
Ambrosius loquitur scholastice,
Gregorius tractat moraliter».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: I QUATTRO SENSI DELLA SCRITTURA

guida alla lettura della Bibbia 


   

Il primo dei quattro volumi di Esegesi Medioevale del teologo gesuita Henri De Lubac (1896-1991) è dedicato allo studio dei quattro sensi della Scrittura. La formula più conosciuta è quella tramandataci da Nicola di Lira verso il 1330:
«Littera gesta docet,
quid credas allegoria,
moralis quid agas,
quo tendas anagogia».
Il senso letterale rimanda alle gesta ovvero alla storia,
il senso allegorico va alla ricerca del significato metaforico,
il senso morale o tropologico ha di mira la trasposizione della Parola nella vita concreta,
il senso anagogico ricerca il significato mistico e spirituale.

I versi di Nicola di Lira sono molto più antichi. Infatti il padre domenicano Giovanni Balbi da Genova, li citava già nella sua Summa quae vocatur Catholicon del 1286. L’autore di quei versi potrebbe essere, però, Agostino di Dacia, anch’egli domenicano, morto nel 1282.
Ma non basta, perché ? secondo De Lubac ? bisogna andare più indietro nel tempo: Goffredo di San Vitttore, vissuto circa un secolo prima di Agostino di Dacia, in Fons Philosophiae aveva scritto:
«Planior historia, levis transvadari,
sed allegoria vix valet enatari,
anagogice respuit trnas immorari».
Inoltre, Goffredo di San Vittore, riprendendo un’immagine impiegata da san Girolamo, ha paragonato la Bibbia ad un fiume sulle cui sponde è adagiata la Chiesa. E il fiume ha quattro rami, che corrispondono ai quattro sensi della Sacra Scrittura.

Filippo Gamache (1568-1625), professore di teologia alla Sorbona ha prodotto una quartina più elaborata:
«Dicitur historicus quem verba ipsa resignant,
et allegoricus priscis qui ludit in umbris;
moralis per quem vivendi norma tenetur,
quid vero speres anagogicus altius offert».

Lutero ha considerato inutile alla fede e ai costumi la lettura della Bibbia secondo i quattro sensi. E, salvo qualche eccezione, la riforma protestante ha seguito la sua stessa linea.

Non bisogna dimenticare che fino al XII secolo non esisteva una teologia sistematica e tutto si concentrava e si esauriva nell’esegesi. Con l’interpretazione della Scrittura secondo i quattro sensi si elaborava una forma di speculazione teologica.

 Lorenzo Cortesi

 

                                                                                                                                                                                                       

 

ICONOCLASTIA (9^ PARTE)

il IV Concilio di Costantinopoli   


Il Concilio Costantinopolitano IV

 

All’epoca dell’imperatore Basilio (867-886) e del papa Adriano II (867-872) si tenne il IV Concilio di Costantinopoli (ottobre 869 – marzo 870) nel quale, oltre alla condanna del patriarca Fozio (che venne sostituito con il patriarca Ignazio), venne ripresa la discussione sulla venerazione delle immagini.
Alla fine i Padri conciliari stabilirono il seguente decreto:

«Stabiliamo che la sacra immagine del Signore nostro Gesù Cristo venga venerata con onore eguale a quella del libro dei santi vangeli. Come infatti attraverso le parole contenute in esso tutti conseguiamo la salvezza, così attraverso l’opera iconica dei colori sia tutti i sapienti che i semplici traggono frutto dell’utilità di quanto è alla portata di mano; quanto infatti il discorrere fa in parole, ciò l’annuncia e lo presenta anche la scrittura in colori. Se qualcuno perciò non venera l’immagine del Salvatore Cristo, non veda neppure la sua figura nel suo secondo avvento. Similmente poi onoriamo e veneriamo anche l’immagine della sua immacolata Madre e le immagini dei santi angeli così come li rappresenta con le parole la Scrittura santa e inoltre l’immagine di tutti i santi; e coloro che non pensano così siano anatema».

Iniziò così un periodo di tranquillità (per quanto riguarda il culto delle immagini sacre), che non verrà più interrotto, almeno fino alla Riforma protestante.

 Lorenzo Cortesi


ICONOCLASTIA (8^ PARTE)

il vescovo Claudio I di Torino 


Azione iconoclasta


In Occidente la posizione più marcatamente iconoclasta è stata quella di Claudio I, vescovo di Torino e contemporaneo di Carlo Magno. Va detto che la sua dottrina è stata ancor più radicale di quella degli iconoclasti orientali, perché egli era contrario perfino alla venerazione della nuda croce, che invece era tollerata in Oriente.

Ecco uno scritto di Claudio I in una delle Litterae ad Theodomorium Abbatem:
«Dopo che, obbligato, ho assunto la carica dell’ufficio pastorale, inviato dal pio principe, figlio della santa Chiesa, Ludovico, e sono giunto nella città di Torino, ho riscontrato che tutte le chiese erano piene di immagini, contro l’ordine della verità, e poiché cominciai a distruggere ciò che tutti adoravano, presero a gridare che ero un bestemmiatore e se il Signore non mi avesse soccorso, forse mi avrebbero mangiato vivo […].
Se uno vuole adorare un legno fatto a forma di croce per il fatto che Cristo fu appeso a una croce, molte altre cose dovranno interessargli perché Cristo le fece quando era in carne mortale […].
Se nacque da una giovane, allora bisognerà venerare le giovani; bisognerà adorare le mangiatoie dal momento che fu adagiato in una mangiatoia; bisognerà adorare i pannolini perché fu avvolto in essi e le barche perché andò in barca e gli asinelli perché salì su uno di essi.  Si dovranno adorare le pietre, perchè Cristo fu posto in un sepolcro di pietra, e perchè è scritto: “La pietra era Cristo”? Si dovranno adorare le spine, perchè di esse fu coronato? E le canne, perchè con una di esse fu percosso? Infine si dovranno adorare le lance, dal momento che uno dei soldati aprì il suo costato con una lancia, e dalla ferita scorse sangue misto ad acqua, i sacramenti che formano la Chiesa?”. Queste cose sono assurdità e non andrebbero neppure menzionate per iscritto, ma derise. Siamo però costretti a proporre cose stupide agli stupidi, e scagliare pietre contro cuori di pietra, piuttosto che dardi di parole e di opinioni».

In Occidente, quella di Claudio I, è pressoché una voce isolata.
La nota casa editrice valdese Claudiana prende il suo nome dalla sua persona, perché Claudio è stato considerato il precursore del protestantesimo.

In Oriente, dopo la morte di Irene, ci fu un ritorno all’iconoclastia sotto gli imperatori Leone V, Michele II e Teofilo. Ma nell’843 durante la reggenza dell’imperatrice Teodora, moglie di Teofilo, venne restaurato definitivamente il culto delle immagini.

Lorenzo Cortesi

 

ICONOCLASTIA (7^ PARTE)

Libri Carolini

 

 

Tredici anni dopo il Concilio di Nicea, nella notte di Natale dell’800, il papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore. Non potevano, in realtà, esserci due imperatori. In Oriente regnava l’imperatrice Irene. Ma Carlo aveva preparato la sua elezione ed incoronazione in tutti i dettagli. Bisognava screditare Irene in ogni modo.
Ed è anche per questa ragione che Carlo adottò una politica alternativa (rispetto alla posizione che aveva assunto Irene) per quanto riguardo le immagini sacre. Carlo non era propriamente iconoclasta, ma dimostrò una certa avversione nei confronti dell’iconofilia.

Carlo non considerò affatto Irene detentrice legittima del titolo imperiale: perché donna non era nella condizione legale per governare. Secondo alcune testimonianze del tempo, tra le quali quella di Alcuino di York, fu questo il motivo principale, per cui il papa incoronò Carlo imperatore. La cristianità aveva bisogno di un imperatore. Bisognava riempire quel vuoto che Irene, proprio perché donna, non poteva riempire.

Per quanto riguarda la concezione delle immagini sacre da parte di Carlo Magno fanno testo i Libri Carolini sive Caroli Magni Capitulare de Imaginibus, scritti in latino medievale probabilmente da Teodulfo, che in seguito diventò vescovo di Orléans.

Ecco uno stralcio: «Poiché le immagini sono fabbricate secondo l’abilità degli artisti, e alcune sono armoniose e altre deformi, a volte sono belle e a volte brutte, alcune risultano simili al modello e altre diverse, alcune hanno la brillantezza dell’opera appena fatta e altre cadono a pezzi per la vecchiaia, dobbiamo chiederci quali siano quelle che meritano venerazione: se quelle che appaiono più preziose o quelle che sembrano più dozzinali. Perché se meritano di essere onorate quelle più preziose, allora l’onore ricade sull’opera d’arte e sulla qualità del materiale, non sul fervore della devozione  […]. Ora noi non disapproviamo nulla circa le immagini se non l’adorazione; in effetti permettiamo che nelle basiliche vengano poste immagini dei santi, non per adorarle, ma per memoria delle loro vicende e per decoro delle pareti […]. Per quanto i dotti possano evitare quel che ad essi accade nell’adorare le immagini (e cioè i dotti non venerano quello che vedono, ma quello a cui le immagini rimandano) si genera tuttavia scandalo negli indotti, che venerano ed adorano in esse nient’altro che quel che vedono».

Inoltre, secondo i Libri Carolini le immagini sono oggetti materiali, manufatti estranei alla sfera del sacro: la parola divina non è rivelata in esse, ma va cercata nel Vecchio e nel Nuovo Testamento non in picturis, sed in Scripturis.

Lorenzo Cortesi

 

 

ICONOCLASTIA (6^ PARTE)

Costantino VI, l’imperatrice Irene e il Concillio di Nicea (787)  


Costantino VI presiede il Concilio di Nicea (787)

 

Leone IV, figlio di Costantino V, morì nel 780, dopo cinque anni di regno. Molto probabilmente fu avvelenato dalla moglie Irene, la quale, molto ambiziosa, mirava al potere politico. Il legittimo erede, Costantino VI era ancora un bambino, per cui Irene svolse la funzione di reggente. E quando il figlio crebbe, Irene progettò di farlo sposare con una figlia di Carlo Magno, Rotrude, ma il matrimonio non venne mai celebrato. In seguito nel 797 Irene, con l’appoggio di alcuni sicari, fece addirittura accecare ed uccidere Costantino VI .  Ecco fino a che punto si spinse Irene per governare da sola: l’eliminazione del suo unico figlio. Non voleva rivali!

L’imperatrice introdusse di nuovo il culto delle immagini. Si trattò di una mossa molto popolare, perché la maggior parte della popolazione rivendicava il diritto di venerare le icone. I monaci ritornarono dall’esilio e appoggiarono la politica di Irene.
Nel 787 Irene promosse il II Concilio di Nicea con l’approvazione del papa Adriano I. Il Concilio fu presieduto da alcuni legati pontifici e dallo stesso Costantino VI (all’epoca governava ancora con la madre). Solo un Concilio poteva dare ufficialità al culto delle immagini sacre.

Ecco cosa si stabilì a Nicea: «In tal modo, procedendo sulla via regia, seguendo in tutto e per tutto l’ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della chiesa cattolica riconosciamo, infatti, che lo Spirito santo abita in essa, noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte sia in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. Non si tratta, certo, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, com’era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto».

Lorenzo Cortesi

 

ICONOCLASTIA (5^ PARTE)

Costantino V e il Concilio di Hieria 


Costantino V ordina la distruzione delle immagini


Costantino V (740-775) continuò l’azione iconoclasta del padre Leone III. Ma fu più spietato del padre: i fabbricatori di icone vennero sistematicamente perseguitati, esiliati, mutilati (si tagliavano loro le mani perché non potessero più dipingere) e uccisi. Si parla di furia iconoclasta.

Santo Stefano il Giovane, un abate che sosteneva la liceità del culto delle immagini sacre, ucciso nel 764 all’età di quarantanove anni, dopo essere stato esiliato e vessato in molti modi, ha lasciato questa testimonianza: «… nel frattempo il tiranno Costantino V distrugge l’augusto tempio di Nostra Signora delle Blacherne (Costantinopoli), che prima era dotata di pareti sulle quali erano raffigurate con pitture l’incarnazione del Verbo e i suoi diversi miracoli e fatti fino all’ascensione e alla venuta dello Spirito Santo; in questo modo, cancellati tutti i misteri di Cristo, trasformò la chiesa in capanna da orto e da uccelli. Decorandola infatti con pitture di alberi, di diverse specie di uccelli e animali e di ali di cornacchie e di pavoni, la lasciò totalmente nuda. E coloro i quali credono che con queste espressioni io lo calunni, vadano in quel tempio e convinti di questa verità, esclameranno con Davide: “Signore, i pagani hanno invaso la tua eredità, hanno profanato il tuo sacro tempio, hanno lasciato Gerusalemme, la tua chiesa, in rovina”».

Durante il suo lungo regno Costantino V convocò anche un Concilio a Hieria (vicino a Calcedonia) nell’anno 754. Al Concilio parteciparono ben 388 vescovi, ma mancava il papa e il patriarca di Costantinopoli (la sede era vacante). Il Concilio fu presieduto da Teodosio, il vescovo di Efeso. Di questo Concilio, che non rientra nel novero di quelli ufficiali e che passò alla storia come Concilio iconoclasta, non abbiamo traccia di documenti.
Conosciamo solo le decisioni finali:
1. Condanna di chiunque fabbrichi icone, le veneri, le collochi in una chiesa o in una casa, le conservi nascostamente.
2. I recalcitranti dovevano essere puniti: se vescovi, sacerdoti o diaconi andavano deposti; se monaci o laici puniti con la scomunica.
D’altra parte il Concilio vietava ogni profanazione ed ogni distruzione violenta di edifici e di oggetti di culto ornati con immagini (e ciò può sembrare piuttosto strano). In altre parole: il concilio vietava la costruzione di immagini, ma proibiva di profanare e distruggere ciò che era già stato costruito precedentemente.

Lorenzo Cortesi