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Cose di Filosofia

Argomenti vari di natura filosofica, ma non solo. A cura di Lorenzo Cortesi

DE LUBAC: LA CONCORDIA DEI DUE TESATAMENTI

in Veteri Testamento est occultatio Novi,
in Novo Testamento est manifesatatio Veteri


 

In Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) Henri De Lubac ha raccolto preziose testimonianze della tradizione patristica e medioevale, in relazione alla concordia dei due Testamenti: sono fratelli (Origene) e due ali che portano in alto la chiesa (Aimone d’Auxerre); tra i due vi è una connessione (Ilario), una consonanza (Tertulliano), una convenienza (Origene), etc.
Al sed  tunc e al nunc autem dell’opposizione, succedono il iam tunc e il et nuc dell’inclusione.
È vero che tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento c’è una distanza: infatti Agostino diceva: «Illic etiam fumus, hic vero ignis seremus»; ma nel momento stesso in cui il dono del Nuovo Testamento crea il contrasto, lo sopprime. E i due Testamenti unificati hanno solo una voce.
L’abate benedettino Reginone di Prün (840-915) ha scritto: «Videte, fratres, quanta est unitas Scripturarum». E Goffredo Babion (sec. XII): «Ecce quantum conveniunt Vetus et Novum Testamentum». Sempre nella stessa linea Ildegarda di Bingen (sec. XII) ha detto che la stoffa della nuova legge è tutta intessuta con i fili dell’antica: «Nova lex de veteri lege texta est». E Pietro di Celle (sec. XII) ha paragonato l’unione dei due Testamenti al vincolo fraterno: «Novum Testamentum jungitur veteri fraterno faedere».

Molto bella l’espressione che ci ha lasciato Agostino nel De catechizandis rudibus: «In Veteri Testamento est occultatio Novi, in Novo Testamento est manifesatatio Veteri». E ancora: «Vetus Testamentum in Novo revelatum, in Vetere Novum velatum vides».
E Bérengaud nella spiegazione dell’Apocalisse ha scritto: «Novum Testamentum apertio est Vetus Testamenti» e «Spiritalis intelligentia in Veteri Testamento, nihil est aliud quam Novum Testamentum».

In definitiva, poiché c’è un solo Verbo, una sola Parola, c’è anche una sola Scrittura. I due Testamenti sono uno e il principio della loro unità è Cristo.

Lorenzo Cortesi

DE LUBAC: DISPUTATIO

dialectica disputatio acuta,
verum a falso distinguens


Nella sua opera Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) De Lubac conclude il paragrafo dedicato alla Scrittura come regina artium, accennando alla disputatio.

La lectio monastica tendeva sempre alla meditatio e alla oratio; la lectio scolastica invece mirava alla quaestio e alla disputatio (termine che traduceva il greco dialoghè o diàlexis).
Inizialmente la disputatio era strettamente legata alla lectio divina: era la collatio (confronto), cioè quel trattenimento spirituale che i monaci avevano tra di loro o quella conferenza spirituale che l’abate faceva ai monaci e la cui base era la Sacra Scrittura. Sant’Agostino quando descrive le vite dei monaci d’Egitto dice che essi «vivono nella preghiera, nelle letture e nelle dispute».

La disputatio può essere anche la ricerca in comune attraverso il dialogo, la conversazione amichevole, lo scambio di idee, il confronto dei testi.

La disputatio è anche la controversia: un genere a cui il Signore aveva dovuto ricorrere – come ricorda Beda il Venerabile – nello scontro con i farisei.  Ma è un genere che gli stessi Padri avevano adottato e praticato contro gli assalti dell’errore. Allora si ha propriamente l’altercatio, che san Girolamo chiamava altercatio disputationis.
La disputatio in tal caso può divenire conflictus, certamen, causa, duellum.

Nel significato più specializzato la disputatio è quella che oggi intendiamo più precisamente per disputa. È un esercizio scolastico che mette in opera quello che Floro di Lione (sec. IX) ha chiamato «labor syllogisticae disputationis».Ugo di san Vittore nel Didascalicon ha parlato di «dialectica disputatio acuta, verum a falso distinguens». È la disputatio scholastica: un esercizio destinato ad assumere un posto importante nella formazione intellettuale dei chierici.

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: REGINA ARTIUM

Scriptura quasi totus eruditoinis fons

 

 

In Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) Henri De Lubac, attraverso una precisa documentazione, ha dimostrato che la tradizione patristica e medioevale hanno considerato la Scrittura regina artium. Tutto confluisce nella Scrittura e tutto sgorga da essa. La cultura avrebbe avuto la sua origine in Egitto. Mosè, infatti, nella sua giovinezza sarebbe stato istruito in tutta la scienza e la sapienza degli egiziani. Ma gli egiziani, a loro volta,  avevano appreso la scienza da Abramo.

Si riteneva che la Scrittura racchiudesse in sé i principi di ogni scienza umana. Per tutti la Scrittura conteneva tutto, in linea di principio. Era la prima in tutto, in autorità, in utilità, in antichità. Come ha scritto l’abate Aelredo (sec. XII): la Scrittura «quasi totus eruditoinis fons». E prima ancora san Girolamo aveva detto che il libro di Isaia racchiudeva tutto ciò che la mente umana poteva concepire di fisica, di etica e di logica. E Origene in una lettera al suo discepolo Gregorio il Taumaturgo scriveva: «Quel che i filosofi greci dicono della geometria, della musica, della grammatica, della retorica, dell’astronomia, cioè che esse sono serve della filosofia, dobbiamo dirlo della stessa filosofia nei riguardi della teologia». Per teologia o sacra doctrina si intende la stessa Scrittura.

La vera filosofia è quella che si apprende alla «schola Christi». In questa scuola i discepoli filosofano sotto il magistero degli apostoli di Cristo; l’aula è il luogo in cui si contempla la croce; la cattedra dalla quale il supremo Maestro insegna è la croce; il testo è il crocifisso. A Parigi, a Orléans, a Bologna, a Salerno, a Toledo si insegnano molte cose, ma non si trova la cosa essenziale, la scienza della vita, perché la si cerca dove non è. Essa invece – come hanno detto Ruperto (1075-1129) ed Elinando (1160-1229)  –  si trova nel Libro della Vita, nella Sapienza di Dio, nel Cristo, «nel quale sono racchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza».
E diventando monaco, come ha scritto Pietro di Celle (sec. XII), si diventa «verae philosphiae discipulus».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: SCRITTURA E RIVELAZIONE

Scriptura sancta, magistra fidei nostrae

 

 

Un paragrafo dell’opera Esegesi medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol.1) di Henri De Lubac è dedicato al tema Scrittura e Rivelazione. Dall’inizio della storia della chiesa fino alla riforma luterana è stata convinzione quasi unanime che tutta la Rivelazione fosse contenuta nella Scrittura. Essa era il luogo teologico e non solo un luogo teologico della massima importanza. Anselmo d’Aosta a questo proposito ha scritto: «Nihil utiliter ad saluem spiritualem praedicamus, quod Sacra Scriptura, Spiritus Sancti miraculo fecundata, non protulerit, aut intra se non contineat».
I padri della chiesa e i teologi medioevali erano tutti concordi nel ritenere: «Scriptura sancta, magistra fidei nostrae».

Ma fin dal primo secolo dell’era cristiana si è ritenuto che la Scrittura doveva essere interpretata dalla Tradizione: pane spezzato per noi e già masticato dai denti della tradizione apostolica. Origene diceva che il vero discepolo di Gesù è colui che entra nella sua casa, cioè nella chiesa, «vi entra pensando secondo la chiesa, vivendo secondo la chiesa e in questo modo comprende la sua Parola».
Come dice la Seconda Lettera di Pietro: «Nessuna profezia della Scrittura può essere oggetto di una interpretazione personale» (1,20).
E poiché gli eretici ricorrono alla Scrittura per sostenere le loro tesi, i fedeli cattolici sono costretti, per confutarli, a scrutarla sempre di più.

E le conoscenze profane? Secondo la tradizione medioevale, esse dovevano essere orientate alla comprensione della Scrittura. Cassiodoro diceva: «La scienza profana è utile in quanto può aiutare a capire la Scrittura». I sette ruscelli (cioè le sette arti liberali del trivium e del quadrivium) che sgorgano dalla filosofia  servono ad alimentare «il labirinto delle Scritture» come sosteneva Rodolfo di Saint-Trond. Ognuna delle sette arti liberali era come una città di tappa in un viaggio che portava alla vera patria, cioè a quella Scrittura nella quale l’uso dei quattro sensi faceva vedere il regno di una sapienza multiforme.
Il benedettino Jean Leclercq – al quale De Lubac ha dedicato la sua Esegesi medioevale – ha potuto scrivere senza contraddizione che i monaci del medioevo «cercavano un’utilità» nel loro studio dei classici e che tuttavia, se ne hanno trascritto i testi, «lo hanno fatto solo perché li amavano».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: LA DISCIPLINA

philosophia, disciplina disciplinarum 


 

Henri De Lubac, in una delle prime sezioni dell’opera Esegesi Medioevale. I quattro sensi della Scrittura (vol. I), ha trattato della disciplina nell’ambito dello spirito patristico e medioevale. Il termine deve essere inteso non tanto nel significato proprio della tradizione greca (paideia), ma in quello della tradizione biblica. Nel libro della Sapienza il termine disciplina implicava, con diverse proporzioni: avvertimento, correzione, istruzione, educazione, formazione morale e religiosa.

I testi di riferimento sono così numerosi, che risulta invitabile fare una cernita:
1. San Cassiano (360-435) esigeva una disciplina nella lettura della Sacra Scrittura. Egli era particolarmente severo verso il lettore che, senza studio, senza metodo e senza coerenza, saltando da un testo all’altro alla ricerca di un pensiero spirituale, «per omne Scripturarum corpus insatbilis vagusque iactatur». E non sarebbe mai divenuto un vero «possessor» del testo il «palpator tantummodo spiritualium sensuum ac degustator».  E ancora: L’uomo instabile non fa nulla e non riceve nulla «disciplinate».
2. Valeriano di Cimelium aveva usato il termine in senso largo: la disciplina corregge i costumi e insegna la pietà; creata da Dio per prima, essa contiene e ordina tutte le cose; gli stessi animali ne osservano l’ordine; bisogna amarla, perché piegandosi ad essa si trova Cristo.
3. Prospero d’Aquitania (390-463) aveva detto: «Doce disciplinam docendo patientiam, doce scientiam illuminando intelligentiam».
4. Ugo di San Vittore (1096-1141) ha parlato della disciplina come una sorta di metodo per lo studente che «ad divinarum Scripturarum lectionem erudiendus accedit». La prima istruzione (prima eruditio) è la storia, la seconda è l’allegoria e la terza è la morale. Si tratta dei primi tre sensi della Scrittura. Secondo Ugo di San Vittore bisognava fare attenzione che coltivando la scienza non si trascurasse la disciplina e che questa non meno di quella è ordinata alla Scrittura. Ugo di san Vittore parla spesso della disciplina. Nel Didascalicon sosteneva che la disciplina fosse tanto necessaria, quanto il gusto di sapere e il «gusto della ricerca» per l’attività intellettuale; perciò è tanto più necessaria per accostarsi alle Scritture, per entrare attraverso esse nella «via della verità» e nella «intelligenza dei segreti di Dio». Ciò, tuttavia, non impediva a Ugo di San Vittore di ritenere che le Scritture fossero ugualmente oggetto di uno studio metodico, nel quale la successiva applicazione dell’intelligenza alla storia, all’allegoria e alla tropologia costituisse, in un altro senso, tre «discipline» distinte. Queste tre discipline sono sinonimo delle tre erudizioni. Esse integrano il complesso della scienza sacra, cioè della teologia.
5.  Giovanni di Salisbury (1120-1180), riprendendo un’espressione dei Saturnali di Macrobio, diceva: «philosophia, disciplina disciplinarum».

Lorenzo Cortesi

 

 

DE LUBAC: I PADRI DELLA CHIESA LATINA

i sensi della Scrittura e i simboli dei quattro evangelisti 


 

Nel primo volume di Esegesi Medioevale De Lubac ha individuato, partendo da numerosi testi presi in esame, un interessante accostamento di alcuni padri della chiesa latina sia con i quattro sensi della Scrittura, sia con i simboli dei quattro.

Il domenicano Sisto di Siena, ad esempio, nell’opera Bibliotheca sancta, pubblicata a Venezia nel 1566, ha collegato i quattro sensi della Scrittura ai Padri della Chiesa: il senso storico è proprio di san Girolamo, il senso allegorico ha caratterizzato soprattutto la lettura biblica di Origene e di sant’Ambrogio, il senso morale ha guidato l’interpretazione di san Giovanni Crisostomo e di san Gregorio Magno, il senso anagogico è stato adottato da sant’Agostino.

I quattro grandi dottori, padri della chiesa latina, sono stati messi in relazione anche con i quattro evangelisti e con i simboli degli stessi evangelisti: Gregorio Magno come Matteo è relazionato con l’uomo alato, Ambrogio come Marco è collegato con il leone, Girolamo come Luca è rapportato con il bue e Agostino come Giovanni è associato all’aquila.
Ecco cosa si legge, a questo proposito, in un testo liturgico dell’antica abbazia di Marmoutier, presso Tour:

«Gregorius vir facundus,
Verbo dulcis, vita mundus
hominis
vultum habuit.
Ambrosius, leo fortis,
ut Helias, nunquam mortis
metu vitia tacuit.

Hieronymus, bos secure
gradiens, vias Scripturae
solidissime tenuit.
Super omnes Augustinus
alta petens, vir divinus,
vultum aquilae meruit».

Ognuno di questi dottori della chiesa era contrassegnato anche per lo stile e per la virtù propria:
la severità di Girolamo, la modestia di Agostino, la dolcezza di Ambrogio e la pazienza di Gregorio.
Nel Liber in partibus Donati dell’abate benedettino Smaragdo di Saint-Mihiel (760-840) si legge:

«Ut Augustinus disputat diserte,
Hieronymus esplica eleganter,
Ambrosius loquitur scholastice,
Gregorius tractat moraliter».

Lorenzo Cortesi

 

DE LUBAC: I QUATTRO SENSI DELLA SCRITTURA

guida alla lettura della Bibbia 


   

Il primo dei quattro volumi di Esegesi Medioevale del teologo gesuita Henri De Lubac (1896-1991) è dedicato allo studio dei quattro sensi della Scrittura. La formula più conosciuta è quella tramandataci da Nicola di Lira verso il 1330:
«Littera gesta docet,
quid credas allegoria,
moralis quid agas,
quo tendas anagogia».
Il senso letterale rimanda alle gesta ovvero alla storia,
il senso allegorico va alla ricerca del significato metaforico,
il senso morale o tropologico ha di mira la trasposizione della Parola nella vita concreta,
il senso anagogico ricerca il significato mistico e spirituale.

I versi di Nicola di Lira sono molto più antichi. Infatti il padre domenicano Giovanni Balbi da Genova, li citava già nella sua Summa quae vocatur Catholicon del 1286. L’autore di quei versi potrebbe essere, però, Agostino di Dacia, anch’egli domenicano, morto nel 1282.
Ma non basta, perché ? secondo De Lubac ? bisogna andare più indietro nel tempo: Goffredo di San Vitttore, vissuto circa un secolo prima di Agostino di Dacia, in Fons Philosophiae aveva scritto:
«Planior historia, levis transvadari,
sed allegoria vix valet enatari,
anagogice respuit trnas immorari».
Inoltre, Goffredo di San Vittore, riprendendo un’immagine impiegata da san Girolamo, ha paragonato la Bibbia ad un fiume sulle cui sponde è adagiata la Chiesa. E il fiume ha quattro rami, che corrispondono ai quattro sensi della Sacra Scrittura.

Filippo Gamache (1568-1625), professore di teologia alla Sorbona ha prodotto una quartina più elaborata:
«Dicitur historicus quem verba ipsa resignant,
et allegoricus priscis qui ludit in umbris;
moralis per quem vivendi norma tenetur,
quid vero speres anagogicus altius offert».

Lutero ha considerato inutile alla fede e ai costumi la lettura della Bibbia secondo i quattro sensi. E, salvo qualche eccezione, la riforma protestante ha seguito la sua stessa linea.

Non bisogna dimenticare che fino al XII secolo non esisteva una teologia sistematica e tutto si concentrava e si esauriva nell’esegesi. Con l’interpretazione della Scrittura secondo i quattro sensi si elaborava una forma di speculazione teologica.

 Lorenzo Cortesi

 

                                                                                                                                                                                                       

 

HEGEL: MANOSCRITTI TEOLOGICI GIOVANILI

un animo puro non si vergogna dell’amore,
ma si vergogna che esso sia incompleto 


Gli scritti teologici giovanili di Hegel risalgono al periodo del precettorato bernese (1793-96) e francofortese (1797-1800) e sono stati pubblicati postumi da E. Nohl nel 1907. La raccolta contiene i seguenti titoli: Religione popolare e cristianesimo, La vita di Gesù,   La positività della religione cristiana, Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, Frammento di sistema, Appendice.
La più significativa tra le opere giovanili di Hegel è Lo spirito del cristianesimo e il suo destino perché consente, tra l’altro, di studiare il nesso che intercorre tra religione e società. Si tenga presente che il giovane Hegel ha indirizzato i suoi interessi anche alla questione sociopolitica (gli scritti politici giovanili furono pubblicati postumi nel 1913).

Lo spirito del cristianesimo, che inizia con Gesù, è lo spirito dell’amore. «Gesù non combatté solo una parte del destino ebraico [... ]. Gesù si era innalzato al disopra di questo, e al disopra cercò di innalzare il suo popolo», indicando nell’amore la possibilità di una suprema conciliazione. Ecco alcuni esempi:
a) L’amore riconcilia l’uomo con la legge.
b) L’amore riconcilia l’uomo con il suo passato peccaminoso.
c) L’amore riconcilia gli uomini tra loro.
d) L’amore riconcilia gli uomini con Dio.

Il cristianesimo, dunque, è soprattutto la religione dell’amore. E’ nell’amore che Hegel ha visto la prima grande possibilità per il superamento di qualsiasi tipo di frattura e per la realizzazione di una perfetta armonia di tutte le contraddizioni. Ma in seguito il messaggio di Gesù è stato tradito dai discepoli e dalla chiesa. Nel cristianesimo infatti è stata reintrodotta la scissione, dal momento che il primato non è stato più rivolto all’amore, ma di nuovo alla legge e all’istituzione. E così il destino del cristianesimo è segnato: dal punto di vista storico è stato un fallimento.

Nel Frammento di sistema e nell’Appendice viene ripreso il discorso sull’amore, quale possibile elemento attorno a cui costruire una sintesi. Il discorso, in particolare, si sposta sull’amore degli amanti: «Nell’amore l’amato non ci è opposto, ma è uno con la nostra essenza: in lui vediamo noi stessi, e tuttavia non è noi: miracolo che non siamo in grado di capire». E ancora: «L’amore esclude ogni opposizione [...]. Negli amanti non vi è materia essi sono un tutto vivente». Eppure anche nell’amore degli amanti si ripresenta una scissione, perché c’è qualcosa che non si lascia armonizzare. Ogni amante, anche nel momento della massima fusione, sente di portare in sé qualcosa che è restio all’unificazione completa: la propria individualità, la propria autonomia.

Questa irriducibilità all’unificazione viene segnalata dal pudore. Il pudore non è la resistenza a spogliarsi, non è la riluttanza a concedersi; se fosse così «si dovrebbe dire che il massimo pudore ce l’hanno le ragazze che non concedono senza denaro le loro grazie». Il pudore è invece un segnale che indica che l’uomo è più del suo corpo: «un animo puro non si vergogna dell’amore, ma si vergogna che esso sia incompleto». Negli amanti ci sono delle parti che non si risolvono nell’unità: c’è, ad esempio, la propria personalità che sfugge continuamente alla completa unificazione con la personalità dell’altro; c’è una campo di oggettività e di estraneità non risolta: è la sfera del diritto alla proprietà, quasi un istinto alla proprietà privata. In nome dell’amore si possono mettere in comune le cose, uno può diventare proprietario dei beni dell’altro, ma la sfera del diritto, l’istinto ad avere un ambito di riservatezza è più forte dell’unificazione dell’amore

Lorenzo Cortesi

 

 

NIETZSCHE: LA VOLONTÀ DI POTENZA

Versuch einer Umwerthung aller Werthe 


Nietzsche ritratto da Richio Galvez

La volontà di potenza. Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori (Wille zur Macht. Versuch einer Umwerthung aller Werthe) è una raccolta, pubblicata postuma, di inediti nietzschiani: la prima edizione, a cura di Peter Gast, è del 1901; la seconda edizione a cura dello stesso Peter Gast e di Elisabeth Förster, la sorella di Nietzsche, è del 1907. Seguirono molte altre edizioni, ulteriormente ampliate per quanto riguarda il numero degli aforismi (oltre un migliaio).
Gli autori della raccolta delle pagine nietzschiane furono accusati, in primis la sorella di Nietzsche, di aver fatta una scelta arbitraria dei testi, di averli ritoccati e falsificati. L’opera va letta come un collage di aforismi e di citazioni elaborato da terzi, il cui obiettivo era quello di ricostruire il pensiero dell’ultimo Nietzsche.

Nel primo libro si tratta dell’avvento del nichilismo: «Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo». Il nichilismo è la generalizzazione del fenomeno della decadenza. Il nichilismo passivo o imperfetto è tipico di chi si limita a prendere atto della decadenza dei valori e rinuncia completamente alla volontà. Il nichilismo passivo deve essere solo un momento di transizione verso il nichilismo attivo, che è proprio di chi non assiste passivamente al tramonto dei vecchi valori, ma se ne fa interprete: smaschera la falsità dei vecchi valori della tradizione e si apre ai nuovi (superuomo, eterno ritorno, fedeltà alla terra, ecc.).

Nel secondo libro Nietzsche riprende la critica alla religione, alla morale e alla filosofia, che già aveva trattato a lungo nelle sue ultime opere, quelle della cosiddetta fase del crepuscolo.

Nel terzo libro viene spiegato il significato della volontà di potenza in tutti gli ambiti della realtà: nella natura, nella scienza, nella logica, nella coscienza. L’espressione non va intesa come volontà di dominio e di potere sugli altri. Come ha detto Heidegger la volontà di potenza nietzschiana è la volontà che vuole se stessa. Davanti al nulla dei valori, all’assurdità del mondo, alla realtà della sofferenza, la volontà di potenza è la volontà dell’individuo di affermare se stesso e la propria prospettiva sul mondo.

Nel quarto libro si ritrova il tema della due morali: quella dei deboli e quella dei forti, quella volgare e quella nobile (cfr. La genealogia della morale). E Nietzsche si schiera decisamente dalla parte della morale dei forti.

Lorenzo Cortesi

NIETZSCHE: ECCE HOMO

wie man wird, was man ist

 

Nietzsche ritratto da Munch

                                                                                                                                                                                      

Ecce homo. Come si diventa ciò che si è (Ecce homo. Wie man wird, was man ist) è uno scritto autobiografico di Nietzsche risalente al 1888 e pubblicato postumo nel 1908. La frase Ecce homo è quella attribuita a Pilato quando presentò Gesù alla folla dopo l’arresto.
Nietzsche afferma di essere stato chiamato a svolgere una missione: «Un giorno al mio nome sarà legato il ricordo qualcosa di enorme, di una crisi quale mai si era vista sulla terra, della più profonda collisione della coscienza, di una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo: sono una dinamite».

L’obiettivo che si propone Nietzsche consiste nel proporre «una trasvalutazione di tutti i valori contro la menzogna di millenni», dopo aver operato lo smascheramento della tradizione cristiana, causa della décandence  ispirata dal risentimento. L’opera è una pesante e sarcastica critica mossa alla religione, alla metafisica e alla morale tradizionale.

Tra i titoli e i relativi ragionamenti più significativi dell’opera si può ricordare: Perché sono così saggio (Warum ich so weise bin), Perché io sono così accorto (Warum ich so klug bin), Perché io scrivo libri così buoni (Warum ich so gute Bücher schreibe), Perché io sono un destino (Warum ich ein Schicksal bin).

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: LA GENEALOGIA DELLA MORALE

la morale dei signori e la morale degli schiavi


Con l’opera La genealogia della morale. Uno scritto polemico (Zur Genealogie der Moral. Eine Streitschrift), divisa in tre parti e pubblicata nel 1887, Nietzsche si è posto la questione dell’origine dei valori giudaico-cristiani, che sono a fondamento della morale occidentale. Questi valori sono all’insegna dell’altruismo: pietà e negazione di sé, ad esempio, sono stimati intrinsecamente come buoni e costituiscono perciò il criterio per accordare i sentimenti e le azioni e i sentimenti umani al bene. Questi valori differiscono totalmente da quelli del mondo naturale. Ciò che è valore per il mondo trascendente è un disvalore per l’ambito naturale, fondato sul valore della corporeità e dell’istinto, e così il contrario.

La morale che si è imposta nella cultura occidentale e che da due millenni ormai va per la maggiore è definita da Nietzsche morale degli schiavi. È la morale del risentimento e del rimpianto, la morale del gregge. Lo schiavo, non avendo a disposizione ciò che, invece, possiede il signore, ha rovesciato completamente i valori. Infatti chi può dire beati i poveri, beati quelli che piangono, porgi l’altra guancia, perdona le offese, e così via, se non coloro che sono poveri, piangono e non hanno la forza di difendersi? Questa morale ha mortificato tutti gli istinti più sani che sono propri dei signori: la salute, la forza, la ricchezza, la potenza. La morale dei signori è propria degli uomini fedeli alla terra, i cui principi sono espressione di vita.

I fautori, responsabili di avere elaborato ed imposto la morale degli schiavi, sono stati dapprima gli ebrei, soprattutto gli esponenti della classe sacerdotale: «Gli ebrei hanno raggiunto quel miracolo di inversione di valori, grazie al quale la vita sulla terra ha, per un paio di millenni, acquistato un fascino nuovo e pericoloso. I loro profeti fusero il ricco, senza dio, malvagio, violento, sensuale in un unico concetto e furono i primi a coniare la parola mondo come un termine di infamia. È questa l’inversione di valori (con cui è coinvolto l’impiego della parola povero come sinonimo di santo ed amico) che risiede nel significato del popolo ebraico. Con loro si inizia la rivolta degli schiavi nella moralità».
Con l’avvento dell’era cristiana la classe sacerdotale, sulla strada aperta dagli ebrei, ha continuato a giocare la carta della forza della legge morale rispetto a quella della forza delle armi. La morale degli schiavi ha avuto un così grande successo da imporsi con impeto anche sui signori.

Lorenzo Cortesi

 

NIETZSCHE: L’ANTICRISTO

Es gab nur einen Christen,
und der starb am Kreuz 

 

Nietzsche - Ritratto di Alessandro Lonati

L’opera di Nietzsche L’Anticristo. Maledizione del cristianesimo (Der Antichrist. Fluch auf das Christentum), scritta nel 1888 e pubblicata nel 1896, appartiene alla fase del crepuscolo, quella che segna l’esaltazione dello spirito dionisiaco.
Il termine Anticristo è un neologismo del Nuovo Testamento, introdotto per esattezza da san Giovanni nelle sue Lettere per indicare sia i cristiani apostati sia un personaggio misterioso, che potrebbe essere satana. Più in generale per Anticristo si intende colui che si oppone a Cristo.

Nietzsche ha dato al termine un significato più ampio, intendendo una guerra rivolta alla religione cristiana, la quale ha soffocato tutti gli istinti più umani con la sua morale, i suoi divieti e i suoi tabù. Per questo il cristianesimo è una religione contro natura.

Nietzsche distingue Cristo dal cristianesimo. Nietzsche nutre una certa stima ne confronti di Gesù Cristo, perché ha vissuto come uomo superiore, non ha affermato il mondo e neppure l’ha condannato. Egli è morto per insegnare agli uomini come si deve vivere: «Questo messaggero della buona novella morì come aveva vissuto, e come aveva insegnato, non per redimere gli uomini, ma per mostrare come si deve vivere. Ciò che lasciò in eredità all’umanità è la pratica: il suo contegno dinanzi ai giudici, alle guardie, agli accusatori e a ogni sorta di calunnia e derisione, il suo contegno sulla croce».

Il cristianesimo, invece, è un prodotto della predicazione di san Paolo: «Alla buona novella seguì la peggiore di tutte: quella di Paolo. In Paolo s’incarna il tipo opposto al messaggero della buona novella, il genio dell’odio, nella visione dell’odio, nell’inesorabile logica dell’odio». E sulla scia di san Paolo la chiesa ha perpetuato il tradimento del messaggio originario di Gesù.
Secondo Nietzsche è esistito solo un cristiano e questi è morto sulla croce: «Das Wort schon  Christentum ist ein Missverständis, im Grunde gab es nur einen Christen, und der starb am Kreuz».

Lorenzo Cortesi